W di Oliver Stone

di Claudio Serni

W, il film di Oliver Stone sulla vita di George Walker Bush, dopo un tragitto molto curioso, è arrivato nelle sale italiane (si fa per dire) oggi, venerdì 9, domani 10 e domenica 11 gennaio (dopo le proiezioni in dicembre al Metropolitan di Roma) verrà proiettato al cineclub Arsenale di Pisa. Successivamente sarà disponibile a partire da martedì 13 gennaio in video on demand su Alice Home Tv e lunedì 19 gennaio alle ore 21.10 in esclusiva free su La7. Come si vede non c’è una distribuzione sul territorio nazionale adeguata a un film diretto da un regista come Oliver Stone.
Rinfreschiamoci la memoria. Oliver Stone ha vinto un premio Oscar per la sceneggiatura di Fuga di mezzanotte, film di Alan Parker del 1978. Successivamente si è imposto come regista con Salvador (1986), film-denuncia sulla politica degli Stati Uniti nel Centroamerica. Seguono Platoon (1986), ancora un film impegnato, dove si descrivono gli orrori della guerra in Vietnam, che ottenne un grande successo, coronato con quattro Oscar; Wall Street (1987), sulla borsa di New York; Nato il quattro luglio, ancora sul Vietnam. E poi ci sono JFK. Un caso ancora aperto (1991) e Nixon (1995). Questo per fare solo una velocissima panoramica su alcuni film di Stone dai quali si può evincere come il suo cinema sia caratterizzato da soggetti di forte impegno civile. Il che non gli ha impedito di riscuotere successi di critica e di pubblico.
Seguiamo le vicende italiane di W. Le cose stanno così: un film diretto da un regista impegnato politicamente e di buon successo non trova in Italia una distribuzione adeguata, perché? Tanto per intenderci, non ho una risposta chiara, sicura, quello che farò è limitarmi a mettere sul piatto alcuni dati e alcuni fatti e proporre delle personalissime osservazioni. Andiamo per ordine.
Che il film non avrebbe avuto vita facile in Italia lo si era già capito in occasione della Festa del Cinema di Roma. A settembre si era diffusa la notizia che il film sarebbe stato presentato al festival romano, ma poi così non è andata, e il film se lo è accaparrato il London Film Festival. La spiegazione del fatto è la seguente: "Eravamo in trattativa con la manifestazione di Roma, ma la cosa è stata un po' strana - è la ricostruzione che fa Cristelle Dupont, dell'agenzia inglese Dda che si occupa della promozione del film di Stone - A un certo punto gli organizzatori ci hanno detto che il Primo Ministro italiano, Silvio Berlusconi è un gran sostenitore del Presidente Bush e quindi non avrebbe gradito che un film come quello di Stone aprisse il festival". (tratto da Repubblica del 13/09/2008). Non abbiamo elementi per smentire questa ricostruzione, tanto più che la fonte è autorevole, visto che si tratta di una persona che si occupa della promozione del film. Si può replicare che proprio per questo avrebbe avuto interesse a costruire un caso intorno al film, scegliendo di usare come elemento innescante per un film politico la figura politica che più divide gli italiani, Silvio Berlusconi. Se cosi fosse, però, non si sarebbe dimostrata una strategia molto intelligente, visto che i maggiori distributori italiani sono Medusa (di proprietà di Berlusconi) e 01 Distribution (controllata dalla Rai, che è controllata da…, riempite voi lo spazio).
Da qui, per chiarire alcuni aspetti, dobbiamo fare alcune osservazioni sulla distribuzione italiana. Parlare della distribuzione cinematografica in Italia è abbastanza facile, basta riportare i dati delle case di distribuzione operanti sul nostro territorio, per far questo si possono vedere i resoconti dell’Anica (Associazione nazionale industrie cinematografiche audiovisive e multimediali). Da questi emerge che le cinque Majors americane che operano in Italia (Fox, Universal, Warner, Sony e Disney) coprono circa il 50 per cento del mercato. Medusa raggiunge circa il 20 per cento e la Rai il 10. E siamo già all’ottanta per cento del mercato, se aggiungiamo la Filmauro di Aurelio De Laurentiis, con i titolo che sappiamo (Natali e feste a Rio, ecc.), che si colloca intorno al 9 per cento, rimane poco spazio per film definiamoli genericamente indipendenti, dico genericamente perché le società di distribuzione che coprono la restante quota di mercato, molto piccola, non si dedicano solo alla distribuzione di film indipendenti. Ma non complichiamo troppo il discorso, ritorniamo al nostro W.
Nel contesto appena sintetizzato, il film di Stone trova la società che lo farà circolare, il verbo distribuire mi sembra eccessivo, in Italia, la Dall’Angelo Pictures, che privilegerà la diffusione in home video, ma dopo un passaggio su La7, come detto. Ritorniamo così al discorso di apertura, anche se leggermente calibrato alla luce dei nuovi dati, perché W, con tutto il rispetto per la Dell’Angelo Pictures, non ha trovato in Italia un distributore tale che gli permettesse di uscire normalmente nelle sale italiane? Prima di andare avanti sgombriamo il campo da un possibile equivoco: le cinque Majors privilegiano i loro film, W è frutto di una produzione indipendente, cioè al di fuori del circuito delle grandi case di produzione americane. Allora rimangono o Medusa o Rai, la prima, lo sappiamo è di Berlusconi, che non gradisce il film, la seconda…
Però mi si dirà che esistono altre case di distribuzione tra quelle che si spartiscono il restante spazio di mercato, che potevano acquistare i diritti di W, avendo le risorse per distribuirlo, certo che esistono, le conosco anch’io, ad esempio BIM e Lucky Red distribuiscono importanti film stranieri, ma coprono insieme appena il due per cento del mercato, se tutte le condizioni non sono ottimali, è facile fare fiasco. Considerando che molte delle sale italiane fanno parte del circuito Medusa e che i profitti di un film si raccolgono anche, sempre più, dai passaggi in televisione e che la distribuzione di un film deve essere accompagnata da una campagna di marketing (dove si deve fare la pubblicità? I critici e i giornalisti in genere dovranno parlare o scrivere del film, ma dove lavorano?), la situazione si fa rischiosa.
Allora? Addossiamo la colpa a Berlusconi? Non siamo più capaci in Italia di spiegare un qualsiasi evento, che abbia qualche elemento anomalo, senza ricorrere all’onnipresenza berlusconiana? Non potrebbero essere semplici ragioni di mercato? Perché no? Proviamo a seguire questa strada.
Il film è uscito nelle sale americane il 17/10/2008, è stato nelle sale fino al 4 di dicembre incassando un totale di circa 26 milioni di dollari (le cifre sono in dollari perché la fonte di questi dati, come di tutti quelli che seguiranno, relativi agli incassi, è il database americano boxofficemojo.com). Niente di eclatante, ma è comunque un incasso dignitoso da fare riflettere i distributori italiani, se consideriamo, inoltre, che sono stati distribuiti sul nostro territorio film che alla prova dei botteghini americani si erano comportati molto peggio. Per fare solo un esempio di questi giorni, The Duchess, film adesso nelle nostre sale, ha incassato negli Usa poco più di 13 milioni di dollari. Senza voler dare giudizi di valore artistico, stiamo seguendo qui la strada della sola legge del mercato, l’aver incassato la metà di W, non gli ha impedito di trovare un distributore in Italia.
Ora però ci siamo, possiamo rispondere alla nostra domanda. W non ha trovato un’adeguata distribuzione in Italia perché Berlusconi non lo ha permesso, meglio: è bastato che si diffondesse la notizia, indipendentemente se vera o falsa, che non fosse film gradito al Presidente del Consiglio perché nessun distributore avesse il coraggio di distribuirlo nelle sale. No, non sono d’accordo, il ragionamento è troppo deterministico, cioè è troppo lineare nel rapporto causa/effetto, così rischia di essere ingenuo, e apparire un po’ ridicolo chi lo sostiene. A mio avviso bisogna aggiungere qualche altro elemento a complicare il quadro.
Iniziamo col dire che un altro film di un importante regista non è stato distribuito nelle sale italiane. Mi riferisco a Redacted (2007)di Brian De Palma, un regista che sa anche essere commerciale (Mission: Impossible). Redacted, che racconta della guerra in Iraq servendosi di un linguaggio originale, non dimentichiamo Leone d’argento a Venezia 2007, è stato trasmesso su Sky prima fila a marzo 2008 e da poco è uscito in dvd, senza passare dalle sale. Sul film di De Palma non ci sono presunte dichiarazioni di Berlusconi, non ci sono state polemiche né dibattiti. Presumibilmente la scelta dei distributori è stata dettata solo da ragioni di mercato: semplicemente hanno ritenuto che non avrebbe incassato a sufficienza. A questo proposito, il film non ha avuto successo né nelle sale Usa, dove ha incassato appena 65mila dollari, né nel resto del mondo dove ha raccolto in tutto poco più di 700 mila dollari. Ciò però non ha impedito a molti paesi di fare una scelta differente da quella compiuta in Italia. Infatti, il film è stato distribuito, per rimanere solo in Europa, in Francia, Spagna, Svezia, Regno Unito, Portogallo, Olanda, Belgio e Lussemburgo. Si, non ha incassato cifre straordinarie, però è stato distribuito.
Approfondiamo un discorso lasciato cadere poco fa: la mancanza di spazi, in Italia, per una distribuzione alternativa. In poche parole, sto estremizzando per semplificare, ma è comunque una tendenza, in Italia non si possono vedere certi film al cinema, certi film, cioè film che si discostano da un linguaggio standardizzato, figlio della televisione (sia dal punto di vista della forma che del contenuto). Abbiamo già visto i rapporti tra televisione e distribuzione, a cui si può aggiungere anche la produzione con le seguenti linearità: il film viene prodotto da Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution, passato poi in tv; ancora meglio per l’altra parte del duopolio, dove è prodotto da Medusa, distribuito in sala dalla stessa, proiettato nelle sale del suo circuito, infine passa su Mediaset (prima premium e poi free). Dalla parte Medusa/Mediaset il circuito è perfetto. Si, soprattutto per i film italiani, ma ne risentono anche quelli stranieri. Infatti al momento dell’acquisto o meno del film, in quanto prodotto un distributore italiano (nel senso che opera sul territorio italiano) si domanderà sempre se corrisponde ai gusti del pubblico, quel pubblico allevato dalla televisione e abituato, dalle stesse tv, a consumare determinati prodotti cinematografici. Questo discorso mi sembra del tutto plausibile e lineare e il meccanismo che descrive credo sia penetrato così in profondità che altrimenti, per esempio, non si spiegherebbe il successo di critica di un film come La ragazza del lago (distribuito da Medusa), con tanto di elogi del tutto fuori luogo per il suo regista, Andrea Malaioli, salutato come un nuovo autore, mentre non è altro che un abile regista di fiction, detto con tutto il rispetto, ma è altra cosa dal fare cinema d’autore.
Aggiungiamo un altro elemento che, se pure non verrà sufficientemente argomentato, credo che possa essere utile per avere una visione d’insieme, tralascio di argomentare con esempi per ragioni di spazio, dopotutto non sarà difficile per qualunque spettatore di cinema ricordare film che confermino in linea generale la tesi che esporrò.
Va sottolineato che nel cinema italiano, rispetto a quello americano, è difficile trattare il potere, cioè avere per soggetto il potere politico e le istituzioni, non necessariamente con fini critici o polemici, ma semplicemente come qualsiasi altro soggetto. La disinvoltura nel trattare questi temi, riscontrabile in molti film americani, anche scadenti, non è imputabile a un disprezzo verso le istituzioni, ma a un diverso rapporto degli americani, rispetto agli italiani, verso la politica, che discende da una genesi democratica differente da quella italiana. Semplifichiamo: in America, per nascita e formazione, la democrazia si basa sulla discussione; in Italia, mi riferisco al periodo repubblicano, sul compromesso. Per sua natura la discussione è aperta, è pubblica; mentre il compromesso, nella sua formazione, è nascosto. Da qui si sviluppano due atteggiamenti differenti nei confronti della politica e delle istituzioni: per gli americani è un bene parlarne e anche criticarle pubblicamente; per gli italiani, questo e un male, il dibattito, quello vero, non può mai essere pubblico. Si pensi all’argomento usato da Andreotti per denunciare i film neorealisti: i panni sporchi si lavano in casa. Intendiamoci, questo non vuol dire che tutte le questioni politiche in America si svolgano alla luce del sole, anzi. Quello che si vuole evidenziare è piuttosto una questione di atteggiamenti e propensioni verso la politica e le istituzioni. E ciò, per converso, non vuol dire che non esistano esempi contrari in Italia, ma anche qui è una questione di atteggiamento, che però nel nostro Paese sta diventando sempre più dominante.
Arriviamo così alla conclusione. Per articolare una risposta alla domanda di apertura sul perché il film di Stone non abbia avuto una distribuzione normale in Italia, occorre tenere presenti tutti gli elementi che man mano ho esposto. Per cui, sarebbe banale dire che il film ha avuto le sorti che ha avuto perché non era gradito al Presidente del Consiglio; ma sarebbe altrettanto banale dire che i presunti giudizi di Berlusconi non abbiano influito affatto, che tutto è stato determinato dalle leggi del mercato, perché abbiamo visto che la sola logica del mercato non riesce a spiegare le vicende italiane di W, queste al limite possono essere determinanti per spiegare la mancata distribuzione di Redacted, anche in questo caso però il discorso andrebbe integrato con la particolare situazione distributiva italiana, con i suoi legami con la televisione, a cui va aggiunta conseguentemente la costruzione del gusto degli spettatori italiani, ma sempre più anche dei critici. Per quanto riguarda W, a tutto questo va aggiunto un differente rapporto degli italiani con la rappresentazione del potere politico.
Da parte mia, come promesso, non darò nessuna risposta lineare, anche se in qualche modo spero di averla già data, lascio piuttosto a voi gerarchizzare tutti gli elementi. In fin dei conti finché siamo in questo sistema produttivo, distributivo ma anche culturale e politico, non dovrebbero sorprenderci che film come W e come Redacted non arrivino, o arrivino solo parzialmente, nelle nostre sale. Probabilmente non ci si sorprende neanche più. Forse, tutta questa sorpresa è soltanto di pochi, di sparuti individui che continuano a chiedersi perché. E sempre più affannosamente balbettano risposte al vento.
 
[10 gennaio 2009]