Walter Cremonte, Respingimenti

Il 3 Marzo 1991 approdò alle coste italiane, a Otranto, la prima nave di profughi. Erano albanesi e la comunità locale si adoperò con solidarietà, sfamando e accogliendo un carico umano disperato che rincorreva un sogno chiamato Italia. Sorridevano dal ponte e salutavano giornalisti e forze dell’ordine. Un anticipo di popolo incredulo di essere riuscito a trovare la salvezza. Da allora, poco o nulla è cambiato o forse è cambiato tutto: non approdano più sulle coste della penisola le centinaia di clandestini: gli scafisti preferiscono fermarsi a mezzavia, a Lampedusa. Agli albanesi dei primi anni ’90 si sono aggiunti disperati in fuga da mezza Africa e quando i paesi del bacino del mediterraneo diventano il teatro di una guerra civile che dal Marocco all’Egitto solleva il popolo e si rivolta verso i rispettivi governi, la nuova onda di immigrati nutre con numeri ancora più importanti il flusso di chi sfida la morte per affondamento o fame o freddo, per tentare la traversata, arrivare alle coste italiane e poi cercare una vita nuova attraverso l’Europa. Ovunque tranne che a casa. Ovunque perché non si ha più una casa.
Da quel 1991 romantico e pieno di stupore anche per noi, si è passati al fastidio ed al dato statistico: la conta di chi arriva per nave, al giorno. La popolazione locale esasperata che invoca interventi. Il governo che promette ed attua i rimpatri. I respingimenti.
Nella ottima e importante prefazione di Fabio Pusterla a “Respingimenti” di Walter Cremonte, si annota: «l’attenzione accorata alla violenza della storia continua ad essere ustionante in questo poeta misurato e radicale, nutrito di classici eppure capace di pescare nel torbido del nostro presente, affilato come un bisturi eppure ricco di pietas, che questa volta si spinge in zone persino più atroci e terribili, se le figure umane di cui ci parla, questi fantasmi portati come relitti dal mare sulle coste italiane, non hanno neppure la dignità di un nome, di un’origine definibile». Non c’è nome e non c’è origine. C’è però una vicenda comune, che tutti accomuna. Walter Cremonte osserva ognuno da vicino e nell’insieme; li accoglie tutti, accoglie ogni nome di quel «gregge silenzioso dei respinti» e crea una doloroso, umanissimo cantico, chiedendo (non imponendo, ma chiedendo quasi sottovoce) di considerare se questa armata nuda e perdente è composta da uomini o cosa («Fredda la pancia delle nostre donne/ come le rane d’inverno/ e lungo è il viaggio/ vuoti gli occhi, vuote le mani/ senza mai nulla sperare/ considerate se questo/ anche questo/ è un uomo», p. 27)
Per le Edizioni LietoColle, da sempre attente alla buona poesia, è un libro importante e spero vorrà sostenerne la vita col massimo sforzo. E’ però –e soprattutto- un libro importante per chi potrà confrontarsi con i versi di Walter Cremonte che non di retorica si nutrono ma di larghissima, infinita pietas. Chissà che leggendone si smetta di vedere gli arrivi (e i respingimenti) come un numero, una statistica, ma si vorrà invece considerare se questi, questi che arrivano, se anche questi sono uomini.
IMPRONTE
Prenderanno le impronte digitali
anche ai bambini
ma come –tecnicamente- si fa
con quelle manine, con quei ditini
poi magari li mettono in bocca
così piccini dovranno assaggiare
che sapore cattivo ha il male.
Fabiano Alborghetti

