Walter Veltroni, Noi

Conosciamo quattro generazioni che si susseguono, dal 1943 al 2025, nel romanzo di Walter Veltroni, Noi. Nel giugno del ’43 la famiglia Noi, cattolica, vive nel ghetto insieme a famiglie di ebrei. Il padre è maggiordomo in casa di un gerarca fascista, la madre è custode in una scuola. Tempi di fame e di paura.
Dei tre figli, di cui due gemelli, Giovanni è un adolescente che viaggia per Roma in bicicletta, ama il disegno in bianco e nero-perché non si può permettere i colori- e coltiva le amicizie. La famiglia accoglie e nasconde una bambina ebrea, Giuditta, per sottrarla alla deportazione.
Scorrono gli ultimi anni di guerra, si assiste al bombardamento su Roma del 19 luglio del ’43, alla occupazione tedesca e al disordine del dopo armistizio, si respira voglia di futuro.
Il futuro sono gli anni sessanta, periodo di ricostruzione e di speranza, in cui si scopre un’Italia nuova, con insoliti servizi e tecnologie, con la musica che fissa le emozioni e tante cose da costruire per una migliore qualità di vita. La guerra è ancora vicina nel tempo e la generazione nuova la condivide nel ricordo di chi l’ha sperimentata.
Giovanni racconta al figlio Andrea la storia di famiglia, le sofferenze e i segreti, in un viaggio in automobile verso Roma, in visita alla madre, quella Giuditta su cui la morte dei parenti nei campi di sterminio ha lasciato segni indelebili. E’ in questo momento che si apre una larga finestra sullo sterminio, tanto che il figlio in ascolto chiede che cosa facesse Dio, durante Auschwitz. “Io penso che Dio, durante Auschwitz pregasse - gli risponde il padre-. Me lo immagino inginocchiato, davanti alla foto di un bambino impiccato, mentre prega. Lui pregava gli uomini. Che non hanno ascoltato. Onnipotenti nell’orrore sono stati gli uomini”.
Ma il viaggio col padre è anche un’occasione per conoscere la bellezza, non solo quella paesaggistica, ma quella della nostra arte, del nostro cinema ed anche delle prima TV, tanto che, in mezzo alle brutture dei nostri giorni, ci si commuove al ricordo e si prova quasi il rimorso di non averla saputa protrarre fino ad oggi, per donarla intatta ai figli e ai nipoti.
Con un balzo generazionale infatti si passa agli anni ottanta, quando le illusioni e le speranze sono crollate e il ricordo delle rivoluzioni della fine degli anni sessanta brucia come un fallimento, il terrorismo miete vittime in una catena di fredde rese dei conti. C’è la consapevolezza che “abbiamo perso l’innocenza, abbiamo più paura che speranza”, e lo sgomento di chi si chiede che cosa c’entri il terrorismo con il riscatto dei proletari.
L’ultimo capitolo del romanzo, con un balzo di fantasia un po’ troppo forzato, si proietta in un futuro non lontano, il 2025, e immagina la realizzazione di una società multietnica che ha superato il razzismo, dove i servizi tecnologici personalizzano i desideri, dove tutto va bene. Ma un microchip tiene l’individuo sotto un occhio che controlla, in una società dove le relazioni sono proibite o comunque controllate, dove ognuno vive la propria solitudine confrontandosi con uno schermo.
Se uscire dai bisogni porta il sacrificio della libertà, delle emozioni, l’omologazione delle personalità, il trionfo dell’ego, resta nostalgia di umanità, con i suoi problemi, con il bene ed il male. La giovane Nina chiuderà il cerchio, scoprendo la storia di famiglia fissata in momenti significativi che sono stati registrati.
Un lavoro di grande spessore culturale, ricco di una accurata documentazione, questo di Veltroni, attraversato da una umana condivisione del dolore, ma anche da una grande fiducia nelle potenzialità del genere umano, da un profondo senso civico e da un amore manifesto verso il nostro Paese.
Marisa Cecchetti

