Weimar a Roma

di Marco Giaconi

Il sistema politico italiano è in fase di dissoluzione gassosa. I due schieramenti stanno implodendo: il PDL verifica la attuale debolezza di Silvio Berlusconi, l’unico collante, insieme al potere, di una coalizione che va dai vecchi socialisti tecnocrati eredi di Franco Reviglio, come Giulio Tremonti, ai neoliberisti di Antonio Martino fino ai cattolici democratici di Giuseppe Pisanu. Il Partito Democratico è ormai una coalizione tra elementi minoritari della vecchia sinistra DC e i maggiori eredi del PCI-DS.
Il “bipartitismo imperfetto” che aveva segnato, secondo la formula di Giorgio Galli (Il Bipartitismo Imperfetto, comunisti e democristiani in Italia, Bologna, Il Mulino 1967) la diarchia della Prima Repubblica, si è trasformato in un polimorfismo senza progetto a medio-lungo termine. Da due partiti, uno stabilmente al potere come la DC a causa degli equilibri di Yalta e del voto di scambio sostenuto dalla spesa pubblica in deficit, e uno invece inevitabilmente all’opposizione, ma potentissimo; siamo oggi passati ad una costellazione di gruppi di potere che si riuniscono in partiti solo per semplificare le campagne elettorali e diminuirne i costi.
Le cause sono, naturalmente, molteplici: gli USA stanno allontanandosi dall’Europa, mentre gran parte del centro-destra era nato sull’ipotesi di giocare l’alleato americano contro l’Europa “renana” legata al centro-sinistra. Oggi gli Stati Uniti vogliono uscire al più presto dalla trappola afghana (e per questo hanno fatto vincere Hamid Karzai, che ha promesso loro di trattare con i talebani buoni) senza mostrare di essere irrilevanti o inaffidabili sul piano geopolitico, anche nel Mediterraneo. Se chiamano nel quadrante afghano l’India, come teorizza giustamente Fareed Zakaria del Council on Foreign Relations,  allora il Pakistan riorganizza, come peraltro ha fatto fin dal 2001 il suo servizio segreto ISI, i Talebani (buoni e cattivi) e la Cina, alleata del Pakistan e concorrente geoeconomico dell’India, riduce i finanziamenti al Tesoro USA. Se mantengono il rapporto con l’UE in Afghanistan e in Asia Centrale, allora chiamano in campo il loro maggior concorrente globale, l’Europa, nel futuro quadrante dei grandi oleodotti e gasdotti, che deformeranno totalmente la mappa del potere al centro dell’asse terrestre eurasiatico. L’Europa che ha accettato, come la Germania di Schröder, il gasdotto Nord Stream dalla Russia alla Germania via Baltico (e il capo dell’ufficio di Mosca di Nord Stream è stato un alto dirigente dei Servizi della Germania Est prima della riunificazione) o l’UE che ha siglato il trattato la Federazione Russa per il Blue Stream dalla Russia Centrale fino alla Turchia e alle coste italiane, sono lette dagli analisti statunitensi come avversari potenziali, non come vecchi alleati.
L’Europa centrale “renana” si è ormai spostata ad Est, nell’area del vecchio Patto di Varsavia, e non è più interessata ad integrare il Nord Est italiano nella sua area di sviluppo economico. Era questo il fondamento strategico della nascita e della rapida espansione della Lega Nord, che ereditava il voto “bianco” veneto e lombardo per gestirlo nel quadro del nuovo lombardo-veneto austro-tedesco, erede dell’impero asburgico di Maria Teresa. Un bel libro di Ilvo Diamanti parlava proprio di questa trasformazione: La Parabola del Voto Bianco, Vicenza, Neri Pozza, 1992 Euro 21.
Quindi, l’Europa “renana” non è più interessata all’Italia, e teme l’espansione della sua spesa pubblica, finora tenuta a freno da Giulio Tremonti, non a caso sostenuto dalla Lega Nord. Gli USA neanche sono più molto interessati alla nostra penisola: vogliono controllare autonomamente il Mediterraneo, come hanno iniziato a fare con il loro Africa Command, non si fidano delle relazioni filorusse e filoarabe di tutti i leader italiani, non hanno nessuna intenzione, dopo la fine della guerra fredda, di sostenere alcuna forza politica nazionale né tantomeno localistica. Troppo piccoli per contare, troppo costosi per garantire un ritorno efficace delle azioni USA a sostegno di questa o quella forza politica. In Italia, quindi, stiamo verificando una destrutturazione della rappresentanza politica che non permette alcuna scelta a medio e lungo termine. I partiti politici sono legati al sistema pubblicitario dei testimonial, come i detersivi e il caffè, e la rappresentanza degli interessi è ormai demandata alle associazioni di categoria e alle lobbies, che naturalmente hanno tutto l’interesse a giocare contemporaneamente sui tavoli della maggioranza e dell’opposizione. I vincoli di bilancio UE sono tali che non è possibile alcuna spesa correlata ad una riforma qualsivoglia, e tra poco ritornerà la fanfaluca delle “riforme che non costano”, come alla fine degli anni ’70. La rappresentanza che distribuisce risorse, clientelari e non, passa oggi dai governi regionali, e non da quello centrale. Se prima la classe politica si finanziava con i petroli, all’inizio della Prima Repubblica, poi si è finanziata illegalmente con i flussi della grande impresa, pubblica e privata. O si “proteggeva” l’azienda con leggine ad hoc costosissime (per l’impresa, ovviamente) oppure si giocava la carta della rivoluzione, portando fuori mercato lo “sporco capitalista” che non pagava il costo politico della pace sociale. Le prime aziende di Michele Sindona furono comprate così. Infine sono arrivate le privatizzazioni, che hanno finanziato il sistema politico attraverso una singola maxitangente da distribuire pro quota a tutti i partiti del sistema, oppure con la gestione dei rapporti tra acquirenti e sistema bancario, dove naturalmente la banca sosteneva il compratore previo supporto politico. E qui siamo alla ENIMONT, per quanto riguarda la tangente maxi, o all’operazione TELECOM per il secondo modello, o anche alle fusioni bancarie dopo la privatizzazione della finanza IRI.
Oggi la politica si sostiene con la sanità, che è materia regionale. La parte attribuita al supporto delle forze politiche da parte di Cosa Nostra o della ‘Ndrangheta è meno significativa di quanto non si creda: anche le organizzazioni criminali sono interessate alla sanità, o pagano, volta per volta, il politico che fa loro ottenere appalti (necessari per ripulire il denaro sporco delle altre attività illecite) ma, soprattutto, pagano i funzionari, i burocrati, i dipendenti pubblici, che sono lo snodo primario per la gestione degli appalti pubblici, che il politico ormai non può garantire più, in un sistema “gassoso” e polimorfo come quello italiano attuale. La mafia e la ‘ndrangheta  che hanno vinto sono ormai passate completamente nell’area della finanza “pulita”, dopo un lungo periodo di riciclaggio internazionale che è iniziato poco prima della caduta del Muro di Berlino e si è concluso con l’arrivo di Vladimir Vladimirovic Putin alla presidenza russa, scalzando Eltsin, punto di riferimento delle organizzazioni illegali russe. L’Italia è stata una piattaforma girevole per questi flussi, che venivano anche da Est, dal 1989 al 1992, come sapeva bene Giovanni Falcone attraverso le sue relazioni con il procuratore di Mosca Stepankov, poco prima dell’assassinio del giudice palermitano a Capaci. (Se lo trovate – mi scuso per l’autopromozione – c’è un mio vecchio libro che parla anche di queste cose, Marco Giaconi, Le Organizzazioni Criminali Internazionali, aspetti geostrategici ed economici, Franco Angeli, Milano 2001).
Certo, oggi la classe politica italiana è, oltre che diversa come fonti di finanziamento legale o illegale, qualitativamente molto più povera di quella che ha caratterizzato la “Prima Repubblica”. I figuranti attuali di Montecitorio sono la pallida ombra di Ugo La Malfa, Giovanni Malagodi, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Enrico Berlinguer. Per due motivi: in primo luogo, nessun elemento della classe dirigente reale vuole “scendere” in politica. Chi conta davvero comanda la politica, dalla banca centrale, dalla dirigenza statale, dall’imprenditoria, perfino dal sindacato. Oggi il politico è poco qualificato perché chi sceglie questa carriera è lo scarto di tutti quelli che invece sono entrati in diplomazia, nella grande finanza internazionale, nelle università di alto livello, nelle maggiori imprese. Vale, oggi per tutta la classe politica il detto tradizionale dei diplomatici quando si trovavano con un ministro degli Esteri più scarso del solito: “tu prima o poi te ne vai, noi si rimane”. In secondo luogo, la classe politica viene scelta, oggi, con criteri di “immagine” e con sistemi di gestione psicopolitica del consenso per i quali sono adatti gli elementi meno qualificati, le seconde scelte della classe dirigente. Ve lo immaginate il Presidente dell’Aspen Institute con i calzini turchese? O un dirigente dell’ISTAT che si fa ricattare da una escort? Insomma, in Italia si verifica il paradosso di quell’aforisma di Karl Kraus: il politico deve essere così idiota in modo che la gente si creda intelligente identificandosi con lui.
 
[24 novembre 2009]