THE WELBY FILE, some philosophical remarks

di Marco Giaconi

Il dibattito sul "caso Welby" si sta avviando alla sua soluzione, e un senso di cristiana pietà mi impedisce di sdottorare, come tanti hanno fatto, sulla tematica dell'eutanasia o della libertà di curare o non curare il malato terminale.
Mi interessa di più la sequenza di questioni teoriche che sono venute alla luce nel dibattito, questioni squisitamente filosofiche per le quali ritorno alla mia antica professione, abbandonata come si lascia una fidanzata brutta e noiosa.

La questione principale, depurata dalle emozioni sul caso specifico di Piergiorgio Welby, è sostanzialmente questa: che rapporto c'è tra la scelta individuale e la legge, che ovviamente vale erga omnes? E, di conseguenza, può esistere una legge che deriva unicamente dalla volontà dei soggetti?
È lo stesso tipo di dilemma filosofico che sottostà alla questione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, o sulla normativa riguardante i PACS, strumento eminentemente privatistico e contrattuale che andrà a sostituire, spesso, il matrimonio religioso (contratto tra la coppia e Dio) e quello civile (contratto regolato dalle norme dello Stato).

In termini ancora più astratti e appena più tecnici, potremmo chiederci se, oggi, si va configurando una norma senza "il terzo nel diritto", elemento necessario logicamente e praticamente per definire la norma stessa, di qualunque natura, privatistica o pubblicistica, essa sia.

Proviamo a rispondere che, da un punto di vista logico, se costruiamo una norma personale e ad hoc, essa ha la stessa identica forma logica di una norma assoluta.
Se per esempio dico che "ognuno può praticare ogni forma di sessualità" questa regola ha la stessa struttura logica di quella che costringe alla pratica eterosessuale più o meno tradizionale.

Dire che "tutte le scelte sono possibili" (il che è un paradosso logico, fra l'altro) è una regola, esattamente come è una regola affermare che è obbligatoria la scelta x.

In tema di insegnamento delle religioni, per esempio, obbligare gli studenti medi allo studio di tutte le religioni ha la stessa forma logica dello studio obbligatorio della propria.
Sarebbe poi da ridere studiare come il Panciatantra indiano riesca a spiegare l'architettura, l'arte, il diritto, la storia di una Europa nella quale, a dire il vero, il Cristianesimo e l'Ebraismo hanno avuto un ruolo tutt'altro che trascurabile. La metafisica della scelta assoluta è una vera e propria ideologia, quella dell'individuo sistematicamente déraciné che crede di trovarsi a casa propria proprio perché non ha una casa.

E ancora, potremmo aggiungere, la cultura della pluralità obbligatoria, che mi ricorda molto la "dialettica dell'illuminismo" analizzata da Adorno e Horkheimer, è essa stessa una metafisica, una sorta di pantheon universale tardo-positivista in cui si suppone che, in fondo, tutte le religioni indichino gli stessi fini. E anche questo è molto discutibile.

Ma c'è dell'altro: se suppongo che la legge debba essere solo la proiezione di una volontà soggettiva, allora come faccio ad evitare che, sempre dal punto di vista logico, non si materializzino volontà soggettive che producono effetti opposti, e li producano erga omnes, per tutti, indipendentemente dalle libertà soggettive dei "terzi" che subiscono le scelte contraddittorie?

E, a vedere meglio la situazione contemporanea, sembra che la nostra specifica "libertà dei moderni" sia una teoria della libera scelta nella quale si trascura il fatto, evidente e naturale, che ogni scelta produce conseguenze oggettive. E sono appunto queste conseguenze che definiscono la selezione tra la norma x e la norma y.

Esistono i reati preterintenzionali, in diritto, proprio perché, anche se la volontà del soggetto è essenziale, è ugualmente fondamentale il risultato oggettivo che viene prodotto da un comportamento. Che è libero, certamente, ma è il suo risultato che non può che essere unico e prefissato. La libertà è sempre circondata dalla necessità.

Quindi, la legge non può essere la proiezione di una volontà soggettiva o semplicemente una norma "liberi tutti" che consenta l'esercizio di ogni e qualsiasi comportamento personale.

Anche la questione della "libertà di cura", portata avanti qualche anno fa da alcuni parlamentari di centro-destra, si inseriva in questa nuova e un po' folle "libertà dei moderni". Nessun soggetto può selezionare allo stesso modo le opzioni di cura, prima di tutto perché non esistono in questo mondo esseri onniscienti, ma soprattutto perché la scienza non è una forma retorica come la letteratura o la filosofia, ma riguarda il mondo esterno, qualunque sia la chiacchiera sui "codici di lettura" che, da Rorty fino ad oggi, produce cattedre universitarie inutili. E la scienza riguarda un mondo esterno che potremmo definire "un po' più vero" di quello che vediamo o che giudichiamo con il nostro senso comune. Prima di Pasteur non si capiva l'eziologia delle malattie infettive, perché letteralmente non si vedevano gli agenti patogeni, i batteri.

Nello stesso modo, nella scienza politica attuale, lo studio dei comportamenti elettorali non riguarda solo l'elettore onnisciente che conosce tutti i programmi di partito e le sue necessità personali, ipotesi un po' folle dei politologi anglosassoni degli anni '60, ma la "conoscenza tacita" (Polanyi) e la "razionalità limitata" (bounded rationality) teorizzata da Herbert Simon.

Le norme non sono proiezioni dell'io insuperbito dei nostri contemporanei, ma interazioni complesse tra volontà soggettive, conseguenze di fatto dei comportamenti permessi, necessaria omogeneità e prevedibilità dei comportamenti sociali.

Se avessimo solo le norme contraddittorie promananti dalla "libertà assoluta" dei soggetti, avremmo semplicemente due possibili conseguenze: o una lenta ricostruzione del "terzo nel diritto" dopo che si è verificata la pericolosità di alcuni comportamenti prima permessi, oppure la standardizzazione dei comportamenti per mezzo di costrizioni non giuridiche, ma meramente culturali. Che è una sanzione troppo debole per evitare che comunque quello che Paolo Conte chiamava "il danneggiato" non debba rivalersi, e in modo coattivo, con chi gli ha procurato il danno.

Si ha l'impressione, infatti, che il comportamento sociale oggi sia programmato per l'assoluto presente, e non comporti valutazioni, magari discutibili, sulle conseguenze future degli atti e delle scelte. È quello che capita, dicono gli esperti, agli insetti sociali, in cui tutti i comportamenti sono engrammati biologicamente e quindi non c'è bisogno di norme esterne, del "terzo del diritto". Già, ma la nostra biologia non è quelle delle termiti e delle api, e sfuggire dalla responsabilità per affermare la libertà non ci è permesso nemmeno dai nostri cari 46 cromosomi. Ma questa immagine dice molto: senza un diritto sovraordinato, avremo una stabilità sociale legata solo all'assoluta standardizzazione culturale, che dovrà sostituire il termitaio che i nostri cromosomi non ci permettono di costruire sempre uguale a se stesso.