Yari Bernaconi, LETTERA DA DEJEVO

Edizioni Alla Chiara Fonte, Lugano-Viganello (Svizzera)
poesia
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Ritrovare i librini dell’editore Alla Chiara Fonte che ha sede a Lugano (Svizzera) è sempre un piacere: sarà per la cura nelle edizioni, sarà per il formato (quadrato), segno distintivo e unicità. Tra le pubblicazioni di fine 2009 trova spazio Yari Bernasconi, con un convincente “Lettera da Dejevo”, lettera o dialogo in forma di diario di un viaggio che l’autore ha compiuto in Estonia, nella regione di Dejevo, sull'isola di Saaremaa nel Mar Baltico.
L’Estonia è stata soggetta a dominazione russa tra il 1940 ed il 1991 e schiacciata da un massiccio programma di russificazione a danno dei nativi estoni, tenuti in "secondo piano" ed obbligati ad imparare la lingua dell’invasore. Il paese fu ri-pianificato, ed assieme alla costruzione di impianti industriali furono costruite aree residenziali e addirittura città nelle quali si stabilirono un gran numero di immigrati russi. Come è prevedibile, nacquero tensioni fra le due etnie, non del tutto risolte nemmeno ora. Allo stato attuale, le nuove generazioni che vogliono vivere in Estonia sono tenute ad imparare la lingua estone, tornata ad essere dal 1991, la sola ed unica lingua ufficiale del paese.
Yari Bernaconi tratteggia la storia, facendola emergere qui o là nelle poesie (Dici del tuo paese/ perché è vostro, adesso, tutto vostro. Pag. 10) così come la disintossicazione dalla presenza russa che però lascia rovine, cose, memorie sia nelle persone (Tuo padre era un linguista, racconti, un esperto/ di Bulgakov. Russo quindi, e ti volti/ come a cercare un tassello mancante, a nascondere/ un corpo deturpato. - Pag. 20) che nella terra (Sotto la macchia/ reticoli di gallerie, di magazzini,/ di hangar. Spazi di ricreazione, un tempo... - Pag. 11) soggette alla cancellazione ma che ancora appaiono vivide, una materia identitaria che non è stata estirpata del tutto e che viene abbandonata dall’uomo per far si che il compito spetti al tempo.
Lo sguardo di Yari Bernasconi, se da un lato raccoglie tutto con una silenziosa e commossa partecipazione, dall’altro è estraneo: non potrebbe essere altrimenti. Cerca di penetrare negli accadimenti che hanno mosso non solo la larghezza di un  popolo ma i singoli individui (Non ho ricordo del dolore./ Non posso piangere/ di quello che so: anche i miei nonni, reduci a modo loro,/ sono troppo lontani – Pag. 17) delicatamente tratteggia un attonito sentimento di non partecipazione (come avrebbe ognuno di noi) immerso d’improvviso in memorie delle quali si cerca la gravità e che eppure non sono il presente che si osserva (M’accompagni fra le macerie/ come si fa coi bambini (…) – Pag. 23): tutto è lontano, nebuloso, invernale, necessita di una spiegazione per esser compreso e ancora non del tutto se ne coglierà.
Oltre la memoria, è il silenzio: nei testi appare un silenzio vivo e possente, come se il cielo pesasse, come se questi posasse la propria gravità sulla terra e sull’uomo che si affanna a ricomporre la propria identità. E’ un paese di verde e foreste che aleggia, di strade fangose che sembrano vergini e mai intaccate da altre presenze o bandiere ma che d’improvviso rigurgita cose e corpi estranei, inadatti.
In contrapposizione al testo del Prologo, (Dice che abbandonando i caseggiati/ avevano rotto tutto i russi: raschiato/ i pavimenti non crollati,/abbattute le finestre e le porte, sradicate/ tubature, le sale scoperchiate con le stanze, i corridoi.), a chiudere la densa pubblicazione è il testo dell’epilogo, laddove usando una prosa, Bernasconi ci riporta nel mondo pubblicizzato della nuova Estonia, fatta di turismo ed alberghi, presenze, voci, dove la memoria viene sottomessa al futuro, alla rinascita, ma dove l’autore non può non provare un nuovo stordimento per la consapevolezza che lasciando il luogo, lascerà alle spalle anche una storia che nonostante tutto non gli è appartenente ma convinto però che ci debba essere un luogo dove si conservano i ricordi. E’ certo che questo luogo sia dentro di noi, da qualche parte.
E convinti e lo siamo anche noi: di fronte a forme della memoria che ci sovrastano, come la memoria collettiva di un popolo, la memoria sociale o quella ancestrale hanno sede, forse, nella nostra singolarità personale ma che è infine  troppo ristretta.
Yari Bernasconi, classe 1982, si è laureato in letteratura italiana all'Università di Friburgo ed è redattore responsabile dell'edizione italiana di «Viceversa Letteratura», l’annuario del mondo letterario svizzero. Lettera da Dejevo (Viganello, Alla chiara fonte, 2009) è la sua prima raccolta di poesie.
Dice che abbandonando i caseggiati
avevano rotto tutto, i russi: raschiato
i pavimenti non crollati,
abbattute le finestre e le porte, sradicate
tubature, le sale scoperchiate con le stanze,
i corridoi.
Nell'ombra, però, sotto i segni di propaganda,
un muretto si tiene in piedi, quasi fiero.
Come in attesa di un'esecuzione.

Fabiano Alborghetti