Yasser Arafat
In un romanzo breve di Rudyard Kipling, L'Uomo che volle farsi re, si narra la storia di due avventurieri britannici che si inventano, fallendo, capi di un piccolo popolo sperduto tra le montagne dell'Asia.
Arafat, Abu Ammar, è stato un capopopolo che ha voluto inventarsi statista, senza riuscirci.
Inizia a diciannove anni a fare apprendistato di guerriglia a Gerusalemme nelle fila del gruppo di Abdel Khader, (era nato al Cairo nell'Agosto 1929) lontano discendente per parte di madre del Gran Muftì Alì al Husseini, uomo legatissimo alla Germania nazista che i Servizi italiani portarono fuori da Gerusalemme nel 1941, prima dell'arrivo degli inglesi.
Dopo la sua partecipazione alla guerriglia antinglese al Cairo e a Suez, emerge come capo dell'associazione degli studenti palestinesi e si trasferisce in Kuwait per lavoro, tecnico petrolifero.
Da qui inizia la sua carriera politica vera e propria: nella già vasta comunità palestinese dell'emirato raccoglie intorno a sé alcuni elementi sempre più sfiduciati nei confronti delle potenze arabe attive in Palestina, che doveva essere liberata, con la lotta armata, dai suoi stessi abitanti.
Fonda perciò la rivista Our Palestine, vettore dello strano mix di autonomismo e guerra civile contro ebrei e potenze occidentali operanti nell'area.

Da questo gruppo nasce, a metà degli anni '60, l'organizzazione Fatah (la conquista); acronimo rovesciato di Harakat al Tahrir (al Watani) Al Filistin, ovvero "movimento di liberazione nazionale della Palestina", annunciando il 1 Gennaio 1965 l'inizio della lotta armata con l'attacco ad un sistema idrico israeliano, attacco mal gestito e poco riuscito ma che rende fatah e il suo Capo famosissimi in tutto il mondo arabo.
Fin dall'inizio, Al fatah e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, nata nel 1964 con il contributo essenziale di Egitto e Arabia Saudita si scontrano duramente, e Arafat e il suo gruppo originario di Al Fatah vengono incarcerati per cinquantuno giorni in Siria. Poco dopo, il primo "martire" del Fatah cadrà vittima della polizia giordana.
Arriva la "guerra dei sei giorni", con la vittoria straordinaria e rapidissima di Israele e la fuoriuscita dell'URSS dal quadrante militare mediorientale: aerei sovietici, con piloti russi, partecipano ad azioni contro Israele dall'Egitto ma vengono subito bloccati dalla minaccia degli USA di agire direttamente contro l'Unione Sovietica.
Comunque, Arafat ha ora buon gioco a dimostrare che i Paesi arabi sono, come direbbe Mao Zedong, "tigri di carta" inaffidabili allo scopo di liberare la Palestina.
Inizia, in questa fase, la costruzione della rete clandestina del Fatah a Gaza e in Cisgiordania, che l'esercito israeliano riesce a sgominare lasciando 60 morti sul terreno.
Da qui, la necessità di distruggere il quartier generale del Fatah a Karameh, un villaggio oltre il Giordano.
Il 21 Marzo 1968 Arafat accetta lo scontro impari con l'esercito di Israele, pur essendo stato avvisato dai Servizi segreti giordani, ma Israele è costretta a ritirarsi senza distruggere la Sede del Fatah.
È qui che inizia il vero, grande mito arafattiano: Abu Ammar diviene l'unico capo carismatico della guerriglia e viene conosciuto a livello planetario.
L'OLP, nel 1969, viene presieduta da Arafat stesso, il suo antico avversario, e inizia la pesante opera di sganciamento dell'Organizzazione palestinese, ormai "ombrello" di tutti i gruppi della guerriglia antiebraica, dalla pesante tutela dei paesi arabi vicini.
La Giordania diviene, obtorto collo, la sede della nuova OLP di Arafat e nel settembre 1970, avvisato di un tentativo di golpe palestinese ad Amman, Hussein di Giordania scatena le sue forze armate contro le sedi dell'OLP e i militanti palestinesi, che contano oltre ventimila vittime.
Settembre Nero, appunto, altro punto di riferimento negativo nella memoria arabo-palestinese, dopo An Nakhba (il disastro) dell'arrivo degli israeliani in forze in Giudea e la distruzione del villaggio di Deir Yassin.
La mediazione dei Paesi arabi serve, ora a qualcosa: l'OLP è nominalmente salva ma deve trasferirsi in Libano, dove l'Organizzazione di Arafat si sostiene economicamente con alcune attività illegali, il racket e, soprattutto, la produzione di massa della canapa indiana. Un altro "stato nello stato" palestinese, che produrrà uno scontro di cui tra poco parleremo. È settembre nero, organizzazione ufficialmente esterna all'OLP ma segretamente comandata dal braccio destro di Arafat, che compirà la strage di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972.
Anche Bettino Craxi, involontariamente, chiederà una trattativa per la nave Achille Lauro proprio a quei dirigenti del "cerchio interno" di Abu Ammar che hanno segretamente diretto l'operazione sulla nave italiana.
Ma Arafat capisce che deve fare politica oltre che terrorismo (e l'una cosa certo non esclude, ma rafforza l'altra).
Dall'ONU a New York, nel 1974, Arafat pronuncia il suo famoso discorso "del fucile e del ramoscello d'olivo". Ma l'anno successivo l'OLP viene coinvolta nell'avanzata dell'esercito israeliano a sud del Litani, e nel 1982 inizia da parte delle Forze Armate israeliane l'attacco al Libano, bloccato dopo tre mesi da una mediazione statunitense che protegge l'OLP tramite una forza multinazionale USA-Italia-Francia, garantendo un esodo da Beirut ovest verso Cipro e, con un naviglio civile USA, verso Tunisi.
Ora, Arafat deve gestire il Parlamento dell'OLP con sede nella piccola repubblica del Maghreb e tutta la rete dei suoi guerriglieri, sparsi in tutti i paesi arabi del Medio Oriente.
L'unica via di uscita dallo stallo è la linea della trattativa, faticosamente approvata dal "parlamentino" palestinese nella sua riunione straordinaria di Algeri, nel 1983. Due anni dopo, il Mossad cercherà di ucciderlo bombardando l'ufficio OLP di Tunisi ma Arafat sfuggirà alla morte, che colpirà alcuni suoi collaboratori.
Ma il ramoscello d'olivo fa sempre da contrappasso al fucile e nel 1987, venti anni esatti dall'occupazione israeliana successiva alla guerra "dei sei giorni", Arafat dà il via alla Prima Intifada in Cisgiordania e a Gaza. È il rientro, di fatto, della guerriglia palestinese dentro i Territori, il vecchio sogno autonomistico di Abu Ammar.
Ma ora qualcosa è cambiato: Arafat pensa alla "liberazione dei Territori", senza sottolineare la cancellazione di Israele. Il 1988 fa votare al Consiglio Nazionale Palestinese la risoluzione che sostiene la lotta per la costituzione di uno stato palestinese "accanto ad Israele", sulla linea del Piano di partizione a suo tempo approvato dalle Nazioni Unite e gestito inizialmente dalla Gran Bretagna.
È il momento in cui gli USA riconoscono l'OLP e, quindi, si arriva velocemente alla conferenza di Madrid del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo.
L'anno successivo iniziano le trattative segrete tra Israele e OLP, tenute lontano dai riflettori a Oslo, e nel 1993 si arriva alla firma, sul prato della Casa Bianca, del primo accordo tra Israele e le strutture palestinesi.
Gaza e Gerico vengono sgomberate dalle Forze Armate israeliane e il 1 Luglio 1994 Arafat ritorna in Palestina.
Le cose non vanno bene: recriminazioni, inadempienze da entrambe le parti, lotte intestine durissime tra l'èlite palestinese, una economia incapace di utilizzare i finanziamenti internazionali, una abitudine al racket che si trasporta di peso nella pletorica pubblica amministrazione dell'Entità palestinese.
Scoppia la seconda Intifada, quella di Al Aqsa, l'Estrema, Gerusalemme, subito dopo la provocatoria passeggiata di Arik Sharon sulla spianata delle moschee del 2000.
Il resto è cronaca di oggi. La lenta fine di Arafat, confinato a Ramallah, le divisioni sempre più nette tra i dirigenti dell'OLP e della Autorità Nazionale Palestinese, la decadenza dell'economia e dello stesso tessuto civile palestinese, l'entrata in forze di Hamas e della Jihad Islamica della Palestina nel sistema di welfare palestinese, la gestione neoterroristica e jihadista delle pulsioni non sedate della Seconda Intifada.
Cosa accadrà?
Una ipotesi probabile è quella della ripresa in forze degli interessi arabi nella zona palestinese. L'uscita di Israele dalla striscia di Gaza e Khan Yunis è il momento che il capo dei Servizi egiziani, Omar Suleyman, attendeva per riprendere l'iniziativa egiziana nel quadrante mediorientale. La Siria di Bashar el Assad è già uscita militarmente da parte del Libano, e può trattare credibilmente con Israele per le alture del Golan e le fattorie di Shaba. Dopo che la partita (anche economica) con l'Iraq di Saddam Hussein è chiusa la Siria ha tutto l'interesse a trattare e il suo sistema di potere ha vitale necessità di rilegittimazione internazionale e di aiuti finanziari.
La Giordania di Abdallah, emarginata l'Arabia Saudita, è ormai il vero pivot della lotta al terrorismo nel mondo arabo e ha interesse a definire un equilibrio di potere con Israele per avere le "mani libere" contro il terrorismo jihadista ai suoi confini e nell'area di Amman.
Quindi tutti e tre, intorno al letto francese di Arafat, proveranno in tutti i modi a decidere chi selezionare tra una classe dirigente palestinese costosa e screditata, per ricostruire il loro sistema di potere nel Medio Oriente e riprendere le fila del rapporto con l'Unione Europea, la Federazione Russa e gli Stati Uniti, essenziali per il decollo delle loro economie incapaci di sopravvivere nel mercato-mondo e alle prese con il terrorismo di Bin Laden, che vuole soprattutto lo scalpo dei Paesi arabi "moderati".
LE DATE DI ARAFAT
Queste le date più importanti nella vita del presidente palestinese Yasser Arafat, la cui morte è stata annunciata la notte scorsa a Parigi.
1948 - con la creazione dello Stato di Israele, si rifugia a Gaza e poi in Egitto dove diventa presidente dell'Unione degli studenti palestinesi dal 1952 al 1956.
1959 - crea in Kuwait il movimento nazionale di Fatah.
1964 - dichiara lotta armata contro Israele.
1969 - viene eletto presidente del Comitato esecutivo dell'OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina), in clandestinità assume il nome di Abu Ammar (il padre di Ammar).
1974 - il vertice arabo di Rabat riconosce l'OLP come il solo e legittimo rappresentante del popolo palestinese. Il 13 novembre Arafat parla all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, arriva con la kefiah sul capo e la fondina al fianco (ma la pistola è rimasta fuori dall'aula) e pronuncia il celebre discorso "del mitra e dell'ulivo".
1975 - l'Olp è ammessa all'Onu come osservatore.
1982 - con l'invasione israeliana del Libano, Arafat, che vive a Beirut dal 1971, è costretto all'esilio in Tunisia. 1988 - rinuncia pubblicamente al terrorismo.
1994 - vince il premio Nobel per la Pace con i leader israeliani Yitzhak Rabin, assassinato il 27 ottobre 1995, e Shimon Peres, per gli accordi di pace firmati alla Casa Bianca nel 1993. Rientra nei territori palestinesi con la moglie Suha, sposata nel 1992 in segreto a Tunisi.
1996 - eletto presidente dell'Autorità palestinese.
2000 - in settembre, scoppia seconda Intifada.
2001 - in dicembre, è messo al confino a Ramallah, dove l'esercito israeliano lo tiene sotto assedio nel suo quartier generale diroccato.
2002 - in giugno, il presidente americano George W. Bush lo dichiara politicamente morto.
2003 - in settembre, il consiglio di sicurezza israeliano dà parere positivo in linea di principio all'espulsione di Arafat dai territori.
2004 - crescenti difficoltà con i suoi più diretti collaboratori dopo che nel settembre dell'anno precedente ha licenziato il suo premier Abu Mazen per gravi dissensi. Il 29 ottobre lascia per sempre la Muqata, il suo quartier generale, per essere ricoverato a Parigi.
* Marco Giaconi è direttore di ricerca presso il Centro Militare di Studi Strategici di Roma e membro dell'ISTRID, Istituto Studi e Ricerche Sicurezza e Difesa di Roma.


