22 Luglio 2024
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Centinaro, D’Angelo, De Santis, Gatto, Giusti, Raza, Robbins, Gli Smerilliani. Un’antologia di versi inediti, Cattedrale Editore 2011, pag. 96.

Sono accomunati dalla sensibilità, dalla cura del registro linguistico, dalla passione etica e intellettuale, questi autori di “Smerilliana”, la rivista di civiltà poetiche ideata da Enrico d’Angelo nel 2003 ad Ancona, poeti che si interrogano sul senso della vita, sulla fragilità e i limiti umani, sul dolore del mondo, sulla necessità della bellezza, e anche su Dio.

Immagini di rupi, montagne, gole, muri, nero di foreste, valli fitte di prati “di bruno colore e d’antico dolore” che invano attendono l’aiuto d’un dio, questo nelle poesie di Alessandro Centinaro, un Dio che forse abita in “un nulla interstiziale”, nascosto e refrattario al destino degli uomini. Di fronte alla morte rimangono a consolazione i segni lasciati da chi è passato tra noi: “così questa morte non gli è riuscita / il bene che dava lo incatena alla vita”.

Sono tradotte in tedesco con italiano a fronte le poesie di Enrico D’Angelo, dove  Der Schwan, il cigno, nel suo valore reale e simbolico concentra levità e grazia: “Dalla città del sole sei arrivata / celeste cigno di mare senza anni”. Ci sono colori e profumo di rose, immagini di aquiloni, fuga di nubi nel cielo, fiducia: “Alza un’ala e renditi il volo lieve / riprova a farlo confidando in te”, tutto reso, in genere, con la leggerezza e la musicalità dell’endecasillabo.

Sonno e sogno sfumano dolorosamente l’uno nell’altro in Ipnos, di Mariella De Santis, generando paura, insieme a un disperato bisogno di comprendere: “Ci saremo noi a salutare / l’estremo grido? / e dove siamo quando / la piccola tenebra del sonno / ci cinge senza arti e vince?” Il sonno purtroppo avvolge anche Dio, perché non interviene davanti al dolore: “Se Dio c’è. / E se c’è, essendo eterno / lunghe eterne ore dura il suo sonno […] dalle mani gli sfuggono / guerra dolore e fame”.

Nei versi di Marco Gatto si coglie un senso di fatalità, quasi di dolorosa rassegnazione, perché “del decorso non siamo i responsabili, / scontiamo un morso d’altri, di un tempo / non nostro e di altrove”. In mezzo al male del nostro tempo che ci raggiunge anche dallo schermo di casa, alla violenza dilagante, alla menzogna che ci propinano, quando l’unica via di liberazione sembra la morte – quando “saprò in un attimo chi ero” – c’è l’apertura a una luce e una natura consolatrici: “Il sole, seminale, lo rimpiango / a mezza costa o tra i carrubi sempreverdi, / quando spiccano vivi tra le case / inospitali dai mattoni rubini / le prima chiare luci del mattino”.

Le nove poesie di Francesco Giusti ci portano in un interno, si conosce una immobilità fisica che fa spingere l’occhio verso i vetri della finestra per carpire il mondo fuori, là dove si “immagina la vita / in prossimità del mare”, mentre l’interno è in penombra e silenzio e il passo è faticoso: “Inoltre, nell’abbaglio / trinciante dell’alba rigida, quando / le gambe nude, smagrite, inverosimilmente / sorreggendomi, mi portarono alla finestra…”                     Il dolore del mondo si sposa a quello personale, la bellezza del fuori, inaccessibile, è oggetto di gelosa nostalgia: “Il rosaio, potato da poco, / si sta quietamente gustando di sotto, appog- / giandosi al muro, le gocciole lente di ti- / mida pioggia notturna, adesso che è matti-/ na. Le mie mani stanno una sull’altra/ sul petto”.

In Inglese le poesie di Anthony Robbins, tradotte a piè di pagina, si aprono con l’invito a vivere ogni azione, a percepirla nel momento in cui avviene, perché la bellezza del vivere è nella azione stessa: “Andante è meglio di andato / vivente di vissuto / svestendo è spesso più bello di svestito”. Tuttavia la traduzione non rende la forza del testo originale: “Going is better than gone / living than lived”. Emergono ombre, buio, ostacoli, tragedie, attentati, bambini feriti, madri che gridano. Considerato “il nulla nel nulla in cui si vive e si muore” l’unica speranza è riposta in un Dio che possa rimuovere gli ostacoli che ha posto sul cammino.

Alcune liriche di poeti orientali sono introdotte da uno scritto di Rahim Raza, già docente di Lingua e Letteratura urdu e persiana all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e a La Sapienza di Roma. Sono poeti noti e ignoti, che si trovano a vivere e comporre nelle zone di guerra del Medio Oriente, ed esprimono il loro pensiero di fronte alla violenza, dove “la differenza fra io e tu, fra forte e debole, fra amico e nemico scompare per sempre”.

“L’uso della violenza è ora / la filosofia dei grandi della terra, / e anche il giudice religioso la sostiene. / Ma pure l’obbedienza nei secoli sia mutata / e per una volta almeno si abbia / un comandamento di rifiuto”, scrive Faiz Ahmad Faiz (1912-1988) riconosciuto come il più grande poeta in lingua urdu del Novecento. “Vivere un attimo e poi morire / non vale tanta sofferenza e tanto lutto”, scrive Parvin Etesami, una della più famose poetesse della letteratura contemporanea persiana. “Con gli occhi colmi di lacrime scrivo / il lamento della terra irachena, oggi. / Bagdad, che era la città più bella tra le belle / sappia quante tonnellate di bombe sono cadute, oggi”, sono i versi di Akhtar Zeya’i. Una invocazione alla concordia si trova nelle parole che mandò dal fronte, prima di essere ucciso, Akbar Shojai Movvahed: “finché di luce splende il giorno / non ci uniamo alla notte. /Finché abbiamo vita, amiamoci”. Di fronte all’invito di Maestro Berang, mistico islamico afghano, di combattere contro i nemici se non con le armi in pugno almeno con la penna in mano, (in lingua dari-persiano), c’è la speranza di Ahmad Nadim Quasemi, scrittore in lingua urdu, che nel deserto della civiltà contemporanea, in mezzo al pianto degli angeli, un tulipano possa significare la certezza del domani: “Ma il mio sguardo è fisso là / dove un fiore di tulipano, / con coraggio e indifferenza, / saldo coi suoi petali resta /e, a testa alta, eretto”.

Se nella poesia e nella bellezza è riposta la speranza di salvare il mondo – anche se gli eventi che ci sovrastano e ci schiacciano minano sempre di più questa speranza – senza dubbio ne Gli Smerilliani troviamo un contributo alla bellezza e – chissà?-  anche alla salvezza.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.