di - 3 dicembre 2018

Uffa che noia, che barba, uffa che barba che noia!

In una nota scenetta (un tempo si chiamavano così), di quelle che oggi forse non farebbero ridere, Sandra Mondaini, a letto con il marito Vianello, scalcia sotto le coperte, ripetendo la frase “uffa che noia che barba, uffa che barba che noia, uffa…”. Seguendo la politica di questo paese, ormai mi sento esattamente immerso nella stessa noia della brava Mondaini, scalciando anch’io (ma non credo di essere solo) disperatamente. Il vento del cambiamento, l’avvento dei giovani innovatori, in due ondate contrapposte, dopo l’eccitazione iniziale, i tweet ed i post a getto continuo, ci hanno consegnato un paese annoiato,  stanco, che schiaccia il pulsante e cambia canale, cambiandolo di nuovo. Frasi scontate, scenette prevedibili, recite a soggetto, risentimenti, rivalse, minacce, proclami, un clangore che si rinnova, rilanciando ogni suono come echi che si riproducono per poi svanire. Ma quei suoni dentro non hanno quasi mai niente che valga la pena ascoltare più di tanto. Li sentiamo, ma senza ascoltarli, ingranando il pilota automatico che sappiamo ci accompagnerà ad approdi conosciuti e incapaci di indicarci soluzioni. Niente di veramente nuovo ed ardito. La ragione di questa palude gracchiante e umida? L’incapacità di guardare oltre il presente. La politica che si consegna alla retorica dei prima cento giorni è una politica che si condanna all’autocombustione, perché la politica per definizione deve organizzare il presente in funzione di un futuro possibile. Il presente come ponte verso il dopo ed il dopo ancora. D’altra parte anche noi cittadini, utenti, votanti abbiamo perduto l’ambizione del futuro. Vogliamo tutte le risposte e le vogliamo subito. Buona parte di noi, forse la stragrande maggioranza, non voterebbe mai un politico che gli indica scenari distanti nel tempo e scelte che si concretizzano con la gradualità degli anni. Siamo dentro un quadro di secoli fa, disegnati senza prospettiva, senza tridimensione. Se nel secolo scorso il tempo delle scelte era mediato da un mondo in imperfetto equilibrio, che comunque consentiva di ipotizzare un dopo di un tempo lungo; nel secolo dei confini travolti, delle informazioni immediate, del dopo che è già oggi o addirittura ieri, non riusciamo ad assumere la pazienza e l’attesa operativa come dimensioni necessarie per costruire un futuro sostenibile. Preferiamo starcene schiacciati dentro il quadro senza prospettiva. La politica di questo paese che, finalmente!, ha visto la presa del potere dei trenta/quarantenni si è così spogliata –e pare un vero ossimoro, una contraddizione in termini- di ogni vera capacità di guardare oltre, viaggia con la testa bloccata all’indietro; i vincitori per cercare continui alibi dei propri errori e limiti nelle colpe nel passato, gli sconfitti celebrando il passato, sperando (illudendosi) che torni con loro ancora protagonisti e “riabilitati”. Un vicolo cieco che sembra senza sfondo.

Eppure resto convinto che la politica dovrebbe conservare o meglio rilanciare la promessa del futuro. L’unico modo per quella sfida è investire sui giovani e sulle donne, gli unici soggetti capaci di comprendere il valore del tempo che ancora non c’è, ma che deve arrivare, orientandolo. Però quei protagonisti di cambiamento dovrebbero provenire dall’esterno, “occupare” partiti e movimenti, aprendo così nuove storie, lasciando da parte racconti e giovani leader che appaiono consumati, incapaci di dare corso ai cambiamenti che servono.