23 Febbraio 2024
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José Maria Eça de Queiróz, I Maia, Edizioni Settecolori 2023, pag.788, € 28,00. Prima edizione numerata di 1.000 copie. Traduzione di Enrico Mandillo

 

 

A fine ottocento un’antica famiglia aristocratica della Beira, i Maia, “si era ridota a due membri soltanto: il capofamiglia, Afonso da Maia, un vecchio, quasi un antenato, più longevo del secolo, e suo nipote Carlos, che studiava medicina a Coimbra”: Josė Maria Eça de Queiroz (1845-1900), giornalista, diplomatico, romanziere, che ha dominato la storia letteraria del Portogallo, ne segue le vicende attraverso il più giovane dei suoi componenti, Carlos. Il romanzo esce a Oporto nel 1888, “quando ancora i codici di comportamento della vecchia ed esangue aristocrazia portoghese cozzavano con quelli praticati dai ceti della nuova borghesia” Un periodo di passaggio, di cambiamenti sociali, che ha fatto avvicinare I Maia al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

Fulcro della storia è il palazzo di famiglia a Lisbona, dove i Maia vanno ad abitare nel 1875, conosciuto come la casa del Ramalhete -il mazzolino- con riferimento allo stemma di famiglia che rappresenta un fascio di girasoli legato da un nastro.

Il nonno Afonso da Maia in realtà ama la tranquillità dei suoi possedimenti a Santa Olảvia, data l’età, ma ha scelto Lisbona per il nipote: abituato a vacanze a Parigi e a Londra non avrebbe sopportato “i burroni del Douro”. Cresciuto dal nonno, Carlos non sa niente delle passioni che hanno travolto i suoi genitori, e il perché della loro scomparsa.

Molti sono i personaggi che intrecciano la loro storia a quella di Carlos, frequentatori del Ramalhete e della sua ricca tavola, aristocratici titolati, nobiluomini prestati al governo della locale monarchia, che guardano alla Francia e all’Inghilterra come modelli di politica e di cultura e ne imitano malamente le tendenze. Lo sfarzo e lo stile di vita dell’aristocrazia di fine secolo sono resi in modo accurato, dettagliato, tanto da rivelare una vena di ironia sottile; il dialogare è fluido e accattivante, la bellezza del paesaggio si distende dovunque, con gli splendidi tramonti sul Tago che si apre verso l’oceano.

Il tempo di questi aristocratici trascorre nelle conversazioni più o meno impegnate, in soggiorni nei luoghi ameni di villeggiatura, nelle cene e nelle feste, nei giochi di carte, nei teatri, e soprattutto nella ricerca continua di emozioni.  Gli altri -le classi sociali più basse e quelle più umili – compaiono in ruoli di servizio alla persona e alla casa.

Joäo da Ega, giovane esteta e cosmopolita -in cui l’autore si rispecchia tanto che alcuni episodi sono autobiografici- è l’amico con cui Carlos non ha segreti.

Il giovane si laurea con grande soddisfazione del nonno e dà il via a progetti di ricerca e di lavoro, poi finisce per esercitare solo in rari casi,  soprattutto quando si tratta di poter avvicinare una bella e giovane madre arrivata a Lisbona, Maria.

Sembra che le mogli di conti e di baroni non abbiano altro da fare che cercarsi avventure galanti, con occhi che invitano maliziosi, mentre incedono con abiti sontuosi per i saloni dei palazzi, e anche Carlos non sfugge alle avventure più rischiose, alla gelosia delle nobildonne e di qualche rivale in amore. Ma con Maria è diverso. Con lei ha un’intesa profonda, come una fusione d’anime, e un profondo affetto lo lega alla piccola figlia di lei, Rosa.

Maria Eduarda ha una storia difficile alle spalle, ha conosciuto miseria, abbandoni, degrado, poi è comparsa a Lisbona come moglie di un uomo potente, Castro Gomez, destando dovunque ammirazione per bellezza, raffinatezza, serietà. Ma chi è Maria Eduarda, che dice di essere portoghese di nascita?  Lei conosce la verità sulle sue origini?

Una storia, quella de I Maia, che coinvolge piano piano, prima trasportandoci nei salotti, nelle conversazioni, nelle esibizioni di potere e di ricchezza, poi trascinando il lettore – che ha intuito la verità – dentro la tragedia di un amore incestuoso, nella più assoluta innocenza di Carlos e Maria.

A un decennio di distanza, con i drammi vissuti ormai alle spalle, Carlos ed Ega riconoscono i cambiamenti avvenuti nella società e nei costumi: la loro stagione ormai è tramontata. Osservano “i palazzotti decrepiti con le finestre rivolte nostalgicamente verso la foce del Tago, enormi stemmi sulle pareti screpolate, dove, tra la maldicenza, il bigottismo e il gioco, trascinava i suoi ultimi giorni, cachettica e retrograda, la vecchia Lisbona aristocratica”. In una Lisbona “tutta posticcia” si salva solo la genuinità e l’onestà di chi ha coltivato la poesia.

Ora Carlos ha maturato una sua teoria sulla vita: “Non desiderare nulla e non avere paura di nulla. Non abbandonarsi mai alla speranza o allo sconforto, accettare tutto ciò che viene e che va con la tranquillità con cui si accolgono i mutamenti naturali, le giornate di pioggia e quelle di bel tempo”. Tuttavia persiste la vena ironica di José Maria Eça de Queiróz: mentre i due riconoscono che “non vale la pena sforzarsi, correre ansiosamente verso una meta”, si ricordano di avere un appuntamento. Passa un omnibus, corrono, e non sappiamo se riescono a salirci.

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.