di - 25 febbraio 2017

Wlodek Goldkorn, IL BAMBINO NELLA NEVE, Feltrinelli, 2016, Euro 16,00

Un libro terribile. Un libro che sconquassa non tanto per le certezze storiche che denunciano l’Olocausto, quanto perché agguanta lo stomaco. Questa è la caratteristica più ragguardevole de Il bambino nella neve di Wlodek Goldkorn, un ebreo polacco che dal 1968 vive in Italia e che è stato corrispondente de L’Espresso da New York, prima di diventarne il sovrano della cultura e mio mentore per alcuni anni alle pagine culturali de L’Espresso (per me un’esperienza professionale e umana molto intensa: ho visto da vicino come vive, come ride, come pensa, come mangia e quali sciocche sigarette fuma uno dei più scabri ed essenziali intellettuali europei non riconosciuti dalle folle e dall’establishment e quindi vero).

Dicevo che la caratteristica principale del libro è che quando lo leggi ti fa male fisicamente, perché le cose che Wlodek scrive della sua vita e di quella dei suoi genitori, e di quella dei suoi familiari, e di quella dei suoi vicini di casa in Polonia, e di quella dei suoi maestri polacchi, e soprattutto di tutti quelli che non sono tornati, sono cose che, ancora oggi, fatichiamo a sentir dire con tanta precisione.

Ma Wlodek qui diventa un medico, un chirurgo nient’affatto pietoso. Scava nelle sue certezze e ce le affida (le affida in realtà ai nipotini, tanto amati e badati) con la misura del rimedio, della medicina, o forse sotto la forma del precetto inutile. Inutile perché poi la vita non sarà mai fondata sui precetti, o almeno non soltanto: c’è sempre un Satana pronto a distogliere, purtroppo o per fortuna, gli uomini dalla virtù. Il punto è che le cose di cui parla Wlodek, gli accadimenti avvenuti a metà Novecento in Europa, hanno travalicato di tanto l’immagine simbolica che l’uomo si è costruito di Satana, cioè sono state peggiori di ciò che solitamente partorisce il diavolo.

La sorellina di Wlodek, a cinque anni dice: “Gli ebrei non ci sono. Sono finiti tutti nel camino”. Nessuno glielo aveva suggerito. Se una bambina ebrea di cinque anni arriva a dire questo senza che nessuno le abbia mai detto una frase del genere, significa che i discorsi e le atmosfere sentite in casa sono senza speranza. Significa che il peso di tanto orrore è entrato così in profondità che può tenacemente risalire con leggerezza alla superficie del linguaggio.

 

È un libro su ciò che resta, ma soprattutto sul tentativo di ricordare ciò che è andato. Scrive Jacques Le Goff: “gli psicologi e gli psicanalisti hanno insistito, sia a proposito del ricordo, sia a proposito dell’oblio, sulle manipolazioni consce o inconsce esercitate sulla memoria individuale dall’interesse, dall’affettività, dall’inibizione, dalla censura. Analogamente, la memoria collettiva ha costituito una importante posta in gioco nella lotta per il potere, condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva”. Tuttavia dell’Olocausto se ne parla tantissimo, gli si è dedicato addirittura una “Giornata della memoria”. Quindi tutto di quelle vicende è rimasto e non sembra cadere mai, anno dopo anno, nell’oblio. Per fortuna è così. Ma Wlodek sembra andare oltre e spiegarci che – a differenza di ciò che pensava Le Goff – “la memoria non può essere condivisa da un’intera generazione, perché è uno strumento politico e una scelta esistenziale. Riguarda ognuno di noi, personalmente”. Ecco il punto. Se l’oblio può riguardare la società, la memoria, invece, quella che produce cambiamenti di senso nelle coscienze delle persone (che fa diventare “radicalmente umani”, diceva Raoul Vaneigem), non può che essere individuale, perché non vale far salva la memoria retorica della celebrazione: per andare al fondo dell’indicibile, per far salva la bambina di cinque anni che dice con atteggiamento scontato che gli ebrei non ci sono più, non basta la celebrazione collettiva. La coscienza si nutre più spesso di un latte meno impegnato socialmente, ed è un nutrimento più diretto, familiare, personale. Questo sì, realmente necessario.

 

Mi pare davvero che il marxista Wlodek continui, consapevolemente, a far valere nel suo pensiero il passo da L’ideologia tedesca di Marx ed Engels, dove scrivono: “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché a essa in complesso sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. […] Gli individui che compongono la classe dominante posseggono fra l’altro anche la coscienza, e quindi pensano”.

Di questo concetto basilare, che ancora oggi accompagna inesorabilmente i rapporti di forza (anche culturali e cognitivi – pensate al tema del lavoro precario o dei migranti) nella società attuale, Wlodek fa tesoro e ci fa capire come questo arduo e immenso concetto marxiano in realtà possa stare abilmente anche dentro un incontro d’amore in Germania, quello di cui parla proprio l’autore mentre si spoglia nella camera di una ragazza di Francoforte che vuole fare l’amore con lui, ma tiene sul cassettone la foto di suo padre in divisa della Wehrmacht.

È per questo che Wlodek scrive anche: “ho sempre saputo di essere ebreo; la cosa mi è sempre sembrata del tutto naturale […] Non mi sono mai chiesto cosa significhi essere ebreo. Questa naturale consapevolezza mi ha risparmiato errori, mi ha permesso di fare scelte difficili o dolorose: ad esempio mi ha reso capace di guardare criticamente quello che stanno facendo i vari governi dello Stato d’israele”.

Ma questa “ebreità” necessaria, attraverso la coscienza critica arriva a far scrivere anche questo all’autore: “Ecco, l’esodo, il cammino, il sogno della Terra promessa è la condizione umana di tutti. Non solo degli ebrei. E non va preso alla lettera, altrimenti sono disastri”.

Leggete questo libro necessario. Capirete che siamo tutti essere umani, purtroppo o per fortuna.