di - 14 novembre 2017

Una donna in poesia tra Cinque e Seicento: Francesca Turini Bufalini

Si duole delle sue sciagure

 

Questi castelli in aria (ahi!) pur finiro

e dileguati son qual nebbia al vento.

e in premio non avrò pur un sospiro

del lungo faticar, del rio tormento;

anzi, se per amor devesi amore,

n’ottengo io sol disprezzo, odio e rancore.

 

 

Per l’anima del giusto

 

Pallon gonfio di vento

più gitti in terra forte

più sollevarsi in alto ha per costume;

ma se di fiato è vôto,

se ne sta in basso e immoto.

Tal l’alma umana l’opre ha vane e morte

se ’l ciel non soffia in lei lo spirto e ’l lume,

col qual s’inalza tanto

che agli angeli potrai mirarlo a canto.

 

 

Linfe, che così dolci mormorando

 

Linfe, che così dolci mormorando

gite per queste sponde

l’erbette e i fior’ rigando,

ecco che nel cristal de le vost’onde

sospirando mi affiso

e ’l sen mi specchio e ’l viso.

E tra ’l gelido umor che corre intanto

mescio il mio caldo pianto.

 

 

Specchio disprezzato

 

Quel tempo è pur venuto,

lassa me forsennata,

che de lo specchio, ond’era tanto amica,

or son mortal nemica:

ché, vedendomi ’n tutto trasformata

entro a’ cristalli sui

da quel che prima fui,

mi fa pensare, trasformato il viso,

a le bellezze sol del paradiso.

 

 

Denti inabili a roder i cibi

 

Zuppa, fichi, bostrengo e pan bollito

son propria provision per li miei denti.

Ma, invece di goder faran ch’io stenti

se scarso al mio bisogno è tal convito,

né posso mai cavarmi l’appetito.

E qual mummia sarà ch’io ne diventi

se non mi giova aver fiorita carne,

né pollami né starne,

perché, se masticare io non le possa,

gittinsi pur per me le carne e l’ossa.

 

 

Per la parsimonia de’ monasteri

 

Lasche, alici e tonnina

è pietanza di frati ogni mattina

ed una mal condita minestretta

di lente o di favetta:

ch’una sola vivanda

l’ordin stretto comanda.

Né su la mensa altro venir si scerne.

E col lungo digiuno i poverelli

rassembrano a vedelli

trasparenti lanterne.

 

 

Svanisce con le Muse

 

Se le muse van sfrombolando,

converrà bever l’ova la mattina

ché, tanto faticando,

il cervel si sfarina.

E così vana è la mia testa fatta

ch’ogni Musa divina

di sgridarmi s’addatta:

«Che vuoi più far con noi, tu, vecchia matta?».

 

 

 

 

«Carneade, chi era costui?» è una di quelle frasi che escono dai romanzi per entrare nella vita, e di cui dovremmo pesare ogni volta la consistenza, magari per fare ammenda della nostra ignoranza, ricordando che a pronunciarla fu Don Abbondio, che non amava affatto la notorietà. Credo sia questo il caso della poetessa Francesca Turini Bufalini (1553-1641), nobildonna, imparentata con i conti di Carpegna, quindi sposa con i Bufalini di San Giustino, che impiegò una vita tenere insieme le proprietà della famiglia del marito, il Conte Giulio, che la lasciò vedova dopo soli otto anni di matrimonio. Un convegno internazionale svoltosi fra San Giustino e Città di Castello, organizzato da Matteo Martelli e John Butcher, ne ha rimesso a fuoco la figura facendo il punto sull’edizione delle varie opere (molte delle quali uscite alla luce negli ultimi venti anni, grazie all’opera puntuale e infaticabile di Paolo Bà), e cercando di collocarla non solo nel suo tempo ma anche in rapporto a una questione centrale della letteratura di ogni tempo: quella della “scrittura di genere”. Quanto e in che misura la poesia di Francesca Turini, che pubblicò, in vita, solo Rime spirituali (1595) e le Rime (1628), ma si dedicò fino all’ultimo giorno alla stesura del poema eroico Florio, rimasto incompiuto (edito in «Letteratura italiana antica», a. XIV, 2013), sia da affiliare a una scrittura in cui si riflette chiaramente la consapevolezza della propria identità di donna, non è questa la sede per chiarirlo. Chiunque però voglia ripercorrere la sua esistenza (magari attraverso il profilo biografico che le dedicò Vittorio Corbucci, nel 1901, ora in rist. anast., Francesca Turini Bufalini. Una poetessa umbra, a cura di P. Bà, Biblioteca del Centro Studi “Mario Pancrazi”, Città di Castello 2017), non è questa la sede per chiarirlo, meglio aspettare gli atti.

Aveva pochi mesi quando rimase orfana di padre, uomo d’arme. La famiglia della mamma, Camilla, sorella del Principe di Carpegna, decise che sarebbe tornata nei luoghi della famiglia materna, dove trascorse felicemente infanzia e adolescenza, finché essa non perse anche la mamma; a quel punto il Principe la affidò a lontani parenti ad Avezzano, che ne sostennero la dote per darla in sposa, a 22 anni, al conte Giulio Bufalini, ormai settantenne, già sposato due volte, ma privo di eredi maschi. A dispetto dell’età, Giulio ebbe da Francesca tre figli, due dei quali maschi, ma morì a di lì a poco, lasciando la vedova unica amministratrice del sostanzioso patrimonio di famiglia, in attesa che il maggiore dei figli crescesse (non aveva neanche 8 anni). La giovane Francesca non si risposò più e non ebbe altri uomini, fino alla morte, che la colse a 88 anni; ma non trascorse una vita serena, perché dovette affrontare, a ondate successive, sia le figliastre che la sentivano come una “estranea” negli affari della famiglia paterna, sia i suoi stessi figli, Giulio e Ottavio, accesi dall’ambizione di avere per sé, senza fare i conti con la mamma, i beni lasciati dal padre. Dopo la morte di Ottavio, colpito accidentalmente da una schioppettata – a quanto pare – durante una battuta di caccia, lei riuscì ad assicurarsi una rendita vitalizia, che le consentiva di vivere “indipendente” («da per me», scrive in un appunto autobiografico), nel bellissimo castello che rimase ai Bufalini fino al 1989, e oggi visitabile, dedicandosi alla poesia e all’arte, rinsaldando i rapporti di amicizia (con i Colonna in particolare), e soprattutto con la speranza di pubblicare prima o poi l’opera della sua vita, il poema Florio. Dopo la sua morte, quanto essa scrisse, in rima e in corrispondenza, rimase chiuso per secoli nei faldoni dell’archivio di famiglia, a parte qualche sporadico accenno di eruditi e critici (ricordo quello di Benedetto Croce) che ne scaldò l’appartata memoria. Negli ultimi venti anni, nuove poesie sono venute alla luce, insieme al poema, che si riteneva addirittura perduto, e a lettere, fogli, appunti, madrigali (inediti fino all’edizione curata da Bà, in «Letteratura italiana antica», a XVII, 2016), che svariano dall’argomento privato, autobiografico (come quello per la partenza da Avezzano, dove fu ospite dei signori di Montaguto, verso il matrimonio), a quello sacro e religioso, fino ai temi più domestici e quotidiani, trattati con grande arguzia, umorismo, ironia e perfino autoironia – vena alquanto rara nella poesia del tempo – come quando Francesca parla, senza infingimenti né pretesti, della sua vecchiaia, dei suoi mali, della sua “decrepitezza”. Donna di straordinaria bellezza, ma anche figlia del suo tempo severamente controriformato, mi sembra che il suo sentimento della vita si traduca in una devozione religiosa sincera, mai ostentata, e quindi in un sentimento affettuoso di partecipazione alle vicissitudini del mondo e alle proprie, viste nel grande ordine di un disegno divino. Un disegno imperscrutabile, che oggi ce la riporta in vita.