21 Aprile 2024
Italic

Un “no” convinto, ma senza drammi e senza affanni

Avevo preso impegno a motivare più nel merito il mio dissenso dalla riforma costituzionale –che più correttamente chiamerei revisione costituzionale, perché riforma presupporrebbe un “miglioramento”-, su cui domenica saremo chiamati a pronunciarci. Lo farò con una doverosa premessa. Una riforma nasce sempre da un’idea di fondo che ne pervade ogni comma ed articolo. Il Governo (perchè questa è una modifica costituzionale voluta dal Governo e già questo ne costituisce un grave limite metodologico e sostanziale) ha indicato nella semplificazione e nella stabilità il suo obiettivo di fondo, individuando nella “lentezza” decisionale la crisi della nostra democrazia. Invece io penso che la crisi della politica, in questo paese ma non solo, prima che dall’efficienza (tempi delle decisioni) dipenda dall’efficacia (qualità delle decisioni). Sono cinque anni che abbiamo Governi blindati da maggioranze autosufficienti, che decidono per decreti d’urgenza, però, ad oggi, non hanno aggredito con efficacia disoccupazione e disuguaglianze. Qui sta il punto. C’è poi certo (e di conseguenza) una pericolosa rottura –un disincanto- nel rapporto fra politica e popolo, che deve trovare risposte anche nel modo di funzionare della nostra democrazia, tuttavia,  per risolvere quel problema, una riforma costituzionale avrebbe dovuto e dovrebbe prima di tutto restituire protagonismo decisionale ai cittadini. Ne discende che la mia critica alla “revisione” costituzionale sottoposta al voto, non è solo a ciò che c’è, ma anche direi soprattutto all’occasione persa, a ciò che manca. Manca un efficace rafforzamento di uno strumento partecipativo come il referendum, ampliandone le materie, compresi i trattati internazionali (perché no, almeno in alcuni casi, visto che mai come in passato incidono sul nostro quotidiano?), eliminando il quorum (c’è uno sforzo nella revisione proposta ma del tutto insufficiente), istituzionalizzando un periodo referendario come quello per le elezioni politiche. Per inciso, anche nel fronte del “no” si ascoltano voci critiche sul referendum, perchè porterebbe al protagonismo eccessivo delle minoranze e perciò da limitare. Io la penso in modo opposto: il referendum va agevolato proprio perché può anche consentire alle minoranze di far sentire le proprie ragioni, costringendo le maggioranze a misurarsi con la sfida del consenso e del confronto, senza rifugiarsi nel mancato quorum. Non meno rilevante poi è la modifica sulle leggi di iniziativa popolare: la revisione costituzionale alza il numero di firme (e può starci), ma si rimanda la data certa per la loro discussione in parlamento a decisioni seguenti, mentre si  costituzionalizza un tempo certo per le leggi del Governo. Questo rafforzare il “privilegio” legislativo del Governo, rispetto all’iniziativa popolare, è un’impostazione che non condivido alla radice. L’altro obiettivo mancato dalla revisione costituzionale è quello di restituire potere alle autonomie locali, ai territori mortificati ed umiliati da anni di tagli e ridimensionamento del loro ruolo, al punto che sono ormai uffici periferici dello Stato.  Al contrario, la proposta del Governo alleggerisce i poteri delle Regioni (ed è giusto, almeno in parte), ma niente concede ai Comuni che restano vittime dei due centralismi. Nè funziona l’argomento che ci sarà la “Camera delle regioni e delle autonomie”, dove peraltro il ruolo marginale dei Comuni è confermato dallo squilibrio fra Sindaci e Consiglieri regionali. Non solo la revisione costituzionale non ristabilisce un equilibrio fra Stato ed autonomie locali, ma rafforza la possibilità dello Stato (non più solo in nome dell’unità nazionale) di surrogare gli altri poteri, anche invadendone l’autonomia. Qui poi arriviamo al Senato modificato. L’argomento duplice usato dal Governo e dai sostenitori della riforma è che, con questo nuovo assetto, si risparmia sui costi della politica, si semplifica l’iter legislativo, si dà un ruolo ai territori (e ne ho scritto sopra). Se si fosse voluto risparmiare davvero sulla politica, sarebbe bastato ridurre i parlamentari e le indennità o –meglio- eliminare il Senato, anche perchè -e vengo al secondo argomento- la voce di regioni ed autonomie locali sarebbe stata ascoltabile, rafforzando un organismo come la Conferenza Stato/ regioni/autonomie locali (che, peraltro, non è abolita, a riprova che il Senato delle autonomie è destinato a mal funzionare). E non mi soffermo oltre su una revisione che invoca la riduzione dei costi della politica e non ridimensiona le Regioni a statuto speciale, veri luoghi di spreco e di ipertrofia legislativa. Poco voglio aggiungere sul pasticcio dei senatori eletti dai Consigli regionali, ma prima (forse) dal popolo; però, se il Consiglio regionale elegge, deve avere l’autonomia di scegliere chi vuole (la libertà di voto!), altrimenti non elegge, ma ratifica. Per non parlare della contraddizione fra un Senato rappresentativo delle istituzioni territoriali e l’elezione diretta di una parte dei senatori, perché, se sei eletto, non rappresenti un’istituzione, ma gli elettori –e soprattutto il partito che ti ha eletto-, considerando che peraltro l’eletto non avrà vincolo di mandato (ovvero lo avrebbe – e siamo al capolavoro del pasticcio!- solo una volta: quando elegge i consiglieri/senatori). E lasciamo perdere anche la perla dei senatori che dovrebbero essere eletti  con un criterio di proporzionalità, quando otto regioni (cito dati della Camera) sono rappresentate da due senatori regionali: quindi o saranno tutti e due della maggioranza o uno per uno (in tutti e due i casi la proporzionalità non si trova neanche saccheggiando l’algebra o gli integrali!). Quanto alla semplificazione basta leggersi il nuovo articolo settanta, le materie ancora affidate al Senato e soprattutto le materie su cui rimane la doppia lettura, oltre a quelle su cui  il Senato può chiedere di legiferare. Sostanzialmente si passa da tre modalità di fare leggi ad una dozzina. C’è poi il grande tema degli equilibri. E’ del tutto evidente che il rafforzamento del ruolo del Governo (le sue leggi sono di fatto prevalenti), il comprensibile (e per me condivisibile) obiettivo di stabilizzare –con leggi elettorali conseguenti- le maggioranze di Governo dovrebbero intrecciarsi con un potenziamento dell’autonomia degli organismi di controllo e di garanzia, preservandoli dalla influenza del Governo e anche della maggioranza che lo sostiene. Problema che si era già posto coi governi precedenti. Su questo terreno degli equilibri e della terzietà la riforma fa poco o niente. Anzi. Il presidente della Repubblica, con un Senato “ridotto”, è in mano alla sola Camera e, di fatto, alla maggioranza di Governo, tant’è che può essere eletto alla settima votazione con addirittura la maggioranza dei partecipanti al voto, cioè anche con poco più di duecento voti. Non mi pare un fatto secondario, perché il Presidente della Repubblica, il supremo “arbitro”, non dovrebbe essere consegnato mai al volere di minoranze (della maggioranza), tanto più in un sistema elettorale a forte vocazione maggioritaria. Stesso ragionamento vale per la Corte Costituzionale, la cui recente politicizzazione già avrebbe dovuto preoccupare i  neo-costituenti; invece si fa finta di niente, perchè, in fondo, l’amicizia con l’arbitro è una tentazione alla quale non mi pare si voglia sfuggire, qualunque siano i governi e le maggioranze. Al contrario, si sarebbe dovuto ragionare su soluzioni che riequilibrino i poteri e la forza degli esecutivi e delle loro maggioranze (giustamente rafforzati), come, ad esempio, elezioni di medio termine (per verificare ed aggiustare) ovvero maggioranze speciali e non modificabili per alcune nomine, elezioni dirette per alcune cariche. Ovviamente la riforma approvata ha parti (vedi abolizione del Cnel) che vanno bene, ma ciò che non mi convince -come ho cercato di spiegare- è l’idea di fondo ovvero l’idea che non c’è. E non funziona l’argomento che questo è il compromesso possibile. E’ vero che la politica è compromesso, tuttavia, quando si cambia la Costituzione, un compromesso deve essere alto e volendo anche scritto con un italiano più chiaro e comprensibile. Non è accettabile il ragionamento del meno peggio, perchè la legge fondamentale dovrebbe essere cambiata quasi mai, quindi deve avere un testo leggibile, chiaro, preciso e non può essere sottoposto a correzioni periodiche come fosse una legge ordinaria o una circolare. Tanto meno mi convince l’argomento che sarebbe urgente la revisione costituzionale per cambiare con urgenza il paese; poichè Matteo Renzi governa da tre anni, facendo riforme (a suo dire epocali), a Costituzione invariata, quindi –teoricamente- sarebbe bastata una legge elettorale premiante il partito o la coalizione di maggioranza, senza travolgere diffusamente numerosi articoli della Costituzione. Insomma, se non passa il Referendum, in attesa di una riforma più ragionata e meno approssimativa, non mi pare che l’Italia sia destinata ad un pericoloso vuoto di democrazia. C’è ancora la Costituzione scaturita dalla guerra di liberazione dal fascismo, anziana tuttavia ben conservata. Una Costituzione che credo ci consenta serenamente di trovare soluzioni migliori. Di contro, se vincerà il “sì” alla revisione proposta dal Governo e approvata da un pezzo di Parlamento, al contrario di molti esponenti del fronte del “no”, non credo che saremo all’anticamera di una dittatura, ma avremo una Costituzione pasticciata, una riforma mancata, un’occasione persa, “semplicemente”.