di - 12 giugno 2018

Caro Serra, gli italiani non sono chiusi e ostili ai migranti…

In questi giorni Michele Serra ha commentato la scelta (sbagliata e grave) del Governo italiano di non far sbarcare, in Italia, un nave con oltre seicento profughi provenienti dalla Libia, evidenziando che quella scelta ha certamente il consenso della maggioranza degli italiani.  Con la finta umiltà di chi, invece, si sente minoranza illuminata, il giornalista-scrittore dichiara la consapevolezza che, in questo paese, una politica di accoglienza ormai appartiene ad una parte molto poco numerosa. Quindi, in sintesi, siamo diventati un popolo di egoisti, chiusi in noi stessi, ostili alle differenze, praticamente quasi xenofobi.

Non sono d’accordo quasi per niente su quanto scritto dal famoso articolista. Non nego certo che la crisi sociale e certa disinvolta propaganda (quella sì xenofoba) abbiano favorito un clima di diffidenza, fino all’ostilità, verso i migranti, ma non credo che il popolo italiano, fino a ieri celebrato (dagli stessi che oggi dicono il contrario) come aperto ed accogliente, di colpo sia diventato l’esatto contrario.

Da tempo scrivo ed affermo che il problema vero, la radice di buona parte delle resistenze e diffidenze dei cittadini verso l’accoglienza dei migranti sta nel fatto che, dopo averli salvati in mare, li lasciamo in buona parte a loro stessi. Ad oggi il vero fallimento (e quindi la responsabilità dei governi in primo luogo) sta nel modo in cui sono stati e sono gestiti coloro che, meritoriamente, abbiamo strappato dal mare e dalla morte. La xenofobia o, comunque, la chiusura verso l’altro che viene da lontano, nascono nelle periferie popolari dove i migranti spesso vengono collocati, senza servizi o veri progetti di inserimento, creando ghetti che, dai palazzi del potere o del benessere, vengono appena percepiti, permettendosi molti, quindi, da quei luoghi ovattati, di dare lezioni di integrazione e di accoglienza. Nascono nelle stazioni, nei giardini, nelle sale giochi dove i cittadini (tanto più quelli disperati) vedono bivaccare ragazzi di colore, di varia nazionalità, senza che sia chiaro cosa fanno e che cosa attendono. Nascono nelle bidonville cresciute e tollerate nelle campagne calabresi o  pugliesi o campane, dove tutti sanno (e nessuno fa niente) che, in mezzo al degrado, proliferano sfruttamento ed illegalità. E di queste responsabilità non ha colpa solo la politica, ma anche parte del cosiddetto mondo della solidarietà, talvolta più incline allo spot ovvero all’intervento di sicuro effetto mediatico che all’oscuro lavoro del quotidiano.

Dentro tutto questo trovano alimento coloro  che predicano i muri ed i respingimenti. Prendersela con il popolo diventato razzista, e che non capisce, è un modo per raccontarsela e assolvere se stessi e le classi dirigenti che si sono sostenute o coccolate.

In aiuto a queste mie valutazioni, proprio stamani, è arrivata la lettura di un bel servizio del regista Mimmo Calopresti, nella baraccopoli (oltre duemila esseri umani in mezzo ad escrementi e sporcizia) di San Ferdinando, in Calabria, dove, nei giorni scorsi,  è stato ucciso un giovane sindacalista bracciante agricolo proveniente dal Mali. Il prete che, quotidianamente, quasi da solo, minuto ed agile, vive e cerca di lenire quella condizione di terribile emarginazione ha affermato: “…Di queste persone non gliene importa niente a nessuno. Ho visto passare di qui, dalla Caritas ad Emergency, nessuno è stato capace di fare niente. Tutti si occupano del loro orticello, nessuno di questo piccolo mondo di disperati”.

Non bisogna certo generalizzare, ma quella testimonianza spiega molto del perché la rappresentazione (che molti stanno mettendo in scena, in queste ore, anche sui social) di un popolo diventato razzista ed inumano non è per nulla convincente. O lo è solo in parte. Almeno per me.