di - 12 giugno 2018

Tanti ballottaggi

Sono stati rinnovati pochi giorni fa i sindaci e i consigli comunali di 760 comuni, di cui 109 con oltre 15.000 abitanti, tra cui anche 20 capoluoghi di provincia. Questa è una tornata numericamente inferiore rispetto alla media annuale del ciclo delle elezioni comunali. Nel 2016, per esempio, si è votato in 1342 comuni di cui 143 “superiori” capoluoghi di provincia o assimilati, mentre nel 2017 i comuni classificati come superiori andati al voto furono addirittura 160, tra cui Genova e Palermo. Nel 2016, poi, le elezioni locali interessavano ben 15 milioni di elettori, mentre nel 2017 vi sono stati 9 milioni di votanti iscritti, ma nel giugno del 2018 ne sono stati chiamati alle urne solo 6,6 milioni.

Le condizioni di partenza della gara erano ben note: verificare, a circa 90 giorni dalla fine delle elezioni politiche, lo stato di salute del nuovo governo e delle estenuanti trattative che lo avevano preceduto, valutare la consistenza del voto territoriale ai 5Stelle, di solito meno incisivo di quello a livello nazionale, stabilire ancora il peso condizionante del quarto polo a sinistra del PD e, a destra, di “Forza Italia”, sperimentare l’eventualità, sempre possibile, di alleanze insolite tra forze politiche locali.

Il centro politico, mito di tutta la Seconda Repubblica, luogo dal quale, secondo alcuni, si sarebbero controllate le sorti politiche del nostro Paese, è del tutto sparito. O, meglio, il centro politico (memoria inutile della DC) è diventato oggetto delle mire dei due schieramenti tradizionali, grazie alla progressiva sparizione economica, simbolica, culturale della classe media e della sua cessata capacità di modellare i miti del resto della società. Una parte del vecchio ceto medio è stata quindi direttamente assorbita dal centro-sinistra, l’altra è stata egemonizzata dal nuovo contesto, molto meno berlusconiano del solito, del vecchio centro-destra. La morte del ceto medio si riflette, allora, anche nella nuova distribuzione del voto centrista.

Con un nuovo proletariato, quindi, di ex-redditi medi che ha tutti i suoi buoni motivi per rincorrere le offerte più “radicali”. O di accettare il patronage sociale e rappresentativo di quelle forze politiche che sembrano più aggressive e con tratti meno mediatori.

Il Quarto Polo alla sinistra del PD, ha oggi presentato 1,2 candidati sindaci per capoluogo di provincia, e si tratta certamente dell’area più frammentata nell’attuale offerta politica.

Il PD e la stessa “Forza Italia” hanno presentato i loro candidati in tutti i capoluoghi, con una quota non trascurabile (il 12,3%) di candidati sostenuti solo da Fratelli d’Italia o dalla Lega, senza FI, o anche solo da altre forze minori di destra o di centro-destra.

I 5Stelle non si sono presentati né a Siena né a Vicenza, città emblematiche per il loro recente passato bancario, che è stato proprio uno dei temi forti di critica da parte del MoVimento5Stelle a livello nazionale. In entrambi i casi, i 5Stelle hanno sperimentato un contrasto insanabile tra militanza locale e dirigenza nazionale. Segno che il partito “post-liquido” del web non è, di per sé, capace di omogeneità organizzativa. Un problema che i 5Stelle avranno anche a livello politico nazionale-governativo.

Il PD e Forza Italia hanno poi concorso al processo elettorale in tutte le città del nord e del centro, mentre al sud entrambi gli schieramenti sono presenti solo in 54 e 55 comuni superiori, tra tutti i 66 che si trovano nelle circoscrizioni del meridione.

I 5Stelle, che hanno avuto un notevole successo al sud nelle votazioni del 4 marzo, si sono però presentati in più aree rispetto ai partiti quali PD e Forza Italia, coprendo 57 comuni tra piccoli e superiori.

Al nord e al centro Italia, invece, i pentastellati sono sottorappresentati, con liste proprie solo in 19 comuni piccoli su 27 e 13 liste su 16 per i superiori. Più candidati sindaco, in proporzione, al centro e nei comuni capoluogo di provincia, con una media di liste presenti che è più elevata al sud (16,8%) rispetto a una media nazionale del 15%.

Il processo di rafforzamento del notabilato locale rispetto alle liste dei partiti nazionali è molto avanti. Il tradizionale sistema dei partiti è ormai morto e, almeno a livello amministrativo, si sta realizzando un equilibrio tra i “signori delle tessere”, la rappresentanza tradizionale dei Partiti e l’espansione di numerose liste ad hoc, personali, civiche. Tanto maggiore la presenza dei controllori-gestori del voto, tanto maggiore quindi l’imprevedibilità dei risultati.

Ecco quindi i risultati, comparati con quelli della tornata precedente delle Amministrative: nei 109 comuni del 2017, il centro-sinistra aveva vinto in ben 57 comuni, mentre il centro-destra e i suoi alleati avevano raggiunto la maggioranza in soli 23 circoscrizioni elettorali.

Ma sindaci eletti al primo turno sono oggi ben 34, sei in più rispetto alla tornata precedente. E oggi, nei comuni che hanno votato, vi è una leggera maggior forza del centro-destra rispetto al suo storico competitor. Quindi si conferma, a parte la crisi del Terzo Polo, cioè i 5Stelle, il sostanziale bipolarismo della politica locale italiana.

Il problema dei pentastellati è che non hanno “signori delle tessere” locali, o meglio ne hanno in numero minore rispetto ai concorrenti, e inoltre il MoVimento rifiuta da sempre apparentamenti e liste collegate, riducendo così grandemente il proprio appeal elettorale, soprattutto in aree in cui il Potere centrale è visto come lontano, alieno, spesso nemico.

Centrodestra e PD sono ancora oggi i veri players, con la coalizione post-berlusconiana che va al ballottaggio in 59 comuni su 75, mentre il PD e le liste collegate se la vedranno ai ballottaggi in 43 comuni. Fra le 59 città al ballottaggio, ben 32 candidati del centro-destra sono i favoriti, mentre prosegue la marcia trionfale dei candidati civici: cinque città vinte al primo turno, 25 candidati al ballottaggio, e in 12 città le liste civiche partono in testa.

Il Quarto Polo a sinistra del PD corre al ballottaggio solo in otto città, avendone prima governate tre tra i comuni superiori.

Nel 44% delle città ancora in bilico, il confronto è tra i due schieramenti tradizionali di destra e di sinistra, in 15 comuni lo scontro futuro è tra candidati di area FI-Lega FdI contro quelli civici, ma con un vantaggio di nove a sei per il centrodestra. In quattro città, poi, lo scontro futuro è totalmente depoliticizzato, trattandosi di ballottaggi tra due coalizioni civiche e legate a figure locali.

Allora, notiamo alcune caratteristiche generali: una forte depoliticizzazione del confronto politico territoriale, con meno collegamenti possibili tra élites amministrative e classe politica nazionale; la scarsa presa del MoVimento5Stelle sul sud, che fece la fortuna dei grandi signori delle tessere democristiani, ma che rimane per i “grillini” terra di conquista solo per le politiche e non per le amministrative; infine un’ulteriore divaricazione sociale e politica tra nord, “fascia rossa” del centro e meridione. Da questo punto di vista, quello del 10 giugno non è, in linea di massima, un bel risultato.