di - 13 ottobre 2018

La faziosità che non risparmia i poveri

Purtroppo il discorso pubblico, in questo paese, ormai è compromesso dalla faziosità, da una parte, dall’altra e dall’altra ancora. La discussione sul reddito di cittadinanza ne è un esempio deprimente. Se stessimo ai fatti, intanto dovremmo dire che fra Reddito di inserimento (REI) vigente, introdotto dal Governo Gentiloni, e reddito di cittadinanza (RDC) proposto dall’attuale Governo (su proposta del Movimento Cinque Stelle) ci sono forti affinità. Dovremmo riconoscere, però, che gli 8 miliardi (cito Di Maio) previsti dall’accordo di Governo per il RDC sono al di sotto del fabbisogno indicato dallo stesso M5S, che lo ha proposto rivolto a circa 2.759.000 famiglie (per un costo che, a seconda di alcune variabili, oscilla fra 15,5 ed i 29 miliardi). Però 8 miliardi di risorse sono certamente un salto significativo ed apprezzabile rispetto al REI  che è rivolto a circa 650.000 famiglie per un costo di 2 miliardi (un quarto quindi rispetto a quanto il Governo ipotizza di finalizzare al reddito di cittadinanza). Sempre stando ai numeri, però, quando il governo racconta che l’intero apparato del RDC sarà operativo dalla prossima primavera e sarà imperniato sui Centri per l’Impiego, potenziandoli con un miliardo di euro di investimenti (al massimo due), va oltre la scommessa; siamo all’azzardo. Anche qui basta vedere i numeri: attualmente i Centri per l’Impiego occupano circa 9.000 dipendenti, per un 15% precari (evito l’ironia sulla credibilità di precari che dovrebbero dare certezze a chi cerca lavoro), per un costo pari a circa 750.000 euro annui sufficienti appena a pagare gli stipendi (con investimenti in attrezzature e formazione pari quasi a zero). In Francia i dipendenti nelle politiche attive per il lavoro sono 50.000, per un investimento annuo di 5,5 miliardi; in Germania (due paesi dove le politiche pubbliche di collocamento al lavoro funzionano dignitosamente) i dipendenti sono 110.000, per un investimento annuo pari a 11 miliardi. Un miliardo in più ai Centri dell’impiego –come ipotizzato dal Ministro Di Maio-, numeri alla mano, comporterà al massimo un raddoppio di dipendenti e ben pochi investimenti, restando ben al di sotto delle necessità. Con due miliardi il salto di qualità sarebbe ancora assai insufficiente. Fermo restando il piccolo particolare che, ad oggi, i Centri per l’Impiego dipendono dalle Regioni (che –non a caso- ora propongono di scaricare la patata bollente alle Province devastate dalla cosiddetta “riforma” Del Rio), è del tutto evidente che la macchina burocratica ipotizzata dal Governo per far funzionare il RDC, fin dalla prossima primavera, al massimo entrerà in moto, ma certo non sarà pronta a fare l’autostrada di efficienza che ci raccontano e che sarebbe indispensabile per evitare sprechi e deleterio assistenzialismo. Basterebbe perciò riconoscere quei limiti oggettivi, senza troppi superlativi e dichiarazioni roboanti (del tipo “stiamo cancellando la povertà”!). Ecco perché continuo a sostenere che REI e Reddito di Cittadinanza sono due proposte condivisibili e necessarie, perché un paese civile non può lasciare tre milioni di famiglie immerse nella povertà, ma numeri e fatti dicono che l’impostazione del Reddito di cittadinanza delineata dal Ministro Di Maio, oltre ad essere insopportabilmente paternalista (con tanto di vademecum delle spese “morali”), appare molto burocratizzato e con forti rischi di inefficienze, quindi di sprechi e furbizie.

PS: se, poi, la scelta stesse a me, forse, invece di un “reddito garantito” (REI o RDC che sia), a favore dei poveri ragionerei più su formule come l’imposta negativa, meno complicata, con meno bisogno di burocrazia, meno costosa quindi e, soprattutto, con minori rischi di furbizie e frodi.