di - 21 luglio 2018

(Vintage) “Locke”, ovvero dell’etica della responsabilità (di Steven Knight, USA-GB 2013)

Luci, riflessi colorati, semafori, abbaglianti, spie luminose delle apparecchiature elettroniche dell’auto, e un volto teso, sofferto, vitale. Un film che si svolge in tempo reale, lungo 85 minuti di tragitto stradale da Birmingham verso un ospedale londinese, fatto di tensione emotiva, di sentimenti palpabili, di decisioni da prendere. Da quello che definisce egli stesso un errore, una notte d’amore improvvisato per solitudine e noia con una collega di lavoro. Ivan Locke – l’uomo alla guida (Tom Hardy, attore britannico dalla biografia tormentata) si trova sbalzato in una situazione al limite del dramma individuale, che egli vuole e deve fronteggiare. Ad essa se ne aggiungono almeno altre due, estremamente delicate. La donna, non giovanissima, infatti è rimasta incinta e le si sono rotte le acque in largo anticipo. Finalmente alle soglie della agognata maternità, è ricoverata in un ospedale di Londra: il suo partner occasionale vuole riconoscere quel bambino, vuole accompagnare sua madre al parto, per poi come sembra seguirla senza lasciarla al suo destino, ma anche senza nessuna intenzione di vivere con lei. Del resto è sposato felicemente e quell’evento proprio in quella serata coincide con l’organizzazione da parte dei suoi figli e di sua moglie di una serata televisiva, a casa, in occasione di un evento sportivo: ma egli deve rinunciare, e coglie l’occasione più o meno forzato da essa per rivelare l’episodio del tradimento a sua moglie. C’è di più. L’indomani dovrà rinunciare a un importante e da tempo desiderato compiersi di un progetto di lavoro, che egli fa di tutto comunque, dall’interno della sua auto, per tentare di dirigere e organizzare egualmente, essendo l’unico che ha il relativo know-how e anche per timore che i colleghi non siano all’altezza di un compito che richiede serietà estrema. Si tratta del trasporto dei materiali e della supervisione all’impiantazione delle fondamenta di un grande edificio.

La forze che attraversa la pellicola, che pur essendo quasi del tutto priva di esterni non sembra adatta a trasposizioni teatrali per l’ambientazione stradale e per i giochi delle luci metropolitane e stradali che sono centrali sul piano visivo, nasce dalla difficoltà della situazione nella quale si trova l’uomo, costretto ma pure deciso a fronteggiare contemporaneamente tutte queste situazioni che gli sono piombate addosso all’improvviso, secondo quanto gli detta la sua coscienza. A partire dalla volontà di essere almeno secondo legge padre del bambino che volente o nolente sa di avere concepito. Un fortissimo senso del dovere, del lavoro, del rispetto verso se stesso e verso gli altri ne connotano i gesti, le parole, i pensieri, nel corso di un incessante formidabile susseguirsi di telefonate con la donna che ha messo incinta (e che nutre sentimenti d’amore non ricambiati, e che spera ancora di potere avere una vita insieme col padre di suo figlio), con i suoi figli che lo attendono per la partita e con sua moglie, verso la quale dichiara il suo amore ma che impazzisce di dolore e di rabbia (“fra mai e una volta c’è un abisso” dice sconvolta all’apprendere la notizia del tradimento) quando viene informata dei fatti; infine con un collega che si adopera per porre rimedio al problema che si va prefigurando e con i superiori di lavoro, costretti a licenziarlo nonostante la stima.

L’efficacia di questo pregevole film risiede in una miscela di elementi: sceneggiatura (giustamente premiata per i British Independent Film Awards) e montaggio magistrali, la bravura dell’unico attore messo in scena (tutte le altri sono voci) e nel suo stesso ritratto di uomo che fa del senso di responsabilità, nel suo disperato ma forse alla fine riuscito tentativo di controllare e di superare tutto, un principio non derogabile. Ciò, anche in contrapposizione con l’esempio negativo e opposto dato da suo padre, ormai scomparso ma col quale il protagonista inscena una serie di dialoghi molto duri rivolgendosi a uno specchietto retrovisore che simboleggia e rispecchia anche il suo passato. La chiusa del film, aperta a varie soluzioni lasciate all’interpretazione dello spettatore è forse necessaria da parte del regista, anche se rappresenta a mio modo di vedere la scelta più comoda, perché è uno non scelta per certi versi questa sì un po’ deresponsabilizzante.

13/05/2014