di - 16 agosto 2018

Più statalisti che statisti

Tra le tante parole spese nella tragedia del ponte crollato sull’autostrada di Genova, sento di doverne aggiungere (senza troppe pretese) altre, riferendomi ad un tema sul quale, da tempo, per lavoro e per interesse “scientifico”, mi trovo a riflettere. All’indomani del tragico crollo, molti si sono scagliati contro la privatizzazione delle autostrade, chiedendone il ritorno allo Stato. A parte l’evidente imprecisione tecnico-giuridica (le autostrade sono opere pubbliche in concessione a privati, quindi non sono privatizzate), mi pare davvero semplicistico cercare risposte alle inefficienze dei servizi pubblici (sta avvenendo anche per Alitalia), rincorrendo la soluzione pubblica come panacea. Personalmente ritengo che un servizio sia pubblico perchè universalmente accessibile (questa la definizione di scuola), quindi conta il fine a prescindere dalla gestione, servizio a chi e non come. Questo significa che, a parte alcuni servizi, nei quali è necessaria la forte impronta pubblica (ad esempio la scuola) ovvero per quei servizi che il mercato non è in grado di fornire o che fornisce in regime di monopolio, cioè senza qualità o a prezzi che non ne garantiscono la fruibilità universale, per tutti gli altri quello che conta è la qualità e l’efficacia, a prescindere dalla gestione pubblica o privata che sia. L’attuale fregola di ritorno alla gestione pubblica ha origine dagli evidenti errori commessi nel passato, ma che non sono necessariamente la cosiddetta privatizzazione in sé. Si è operato solo cercando di “alleggerire” lo Stato e di fare cassa, senza tener conto che, contestualmente, andava spostato il ruolo dello Stato da gestore a quello ben più impegnativo (e direi proprio) di regolatore/programmatore/controllore. Provo a spiegarmi. Intanto, si è proceduto a privatizzare i servizi pubblici, in buona parte senza aprirli alla concorrenza (che, se ben impostata, è lo strumento migliore per selezionare la qualità), cosicchè si sono sostituiti monopoli pubblici a monopoli/oligopoli privati che, senza grandi obblighi, hanno goduto dei benefici di mercati (e guadagni) protetti e garantiti. Quando poi si è dato il via alle gare per la gestione dei servizi pubblici (sempre che, come nel caso di Autostrade, non si sia proceduto con proroghe degli affidamenti in essere) lo Stato, ma anche le altre istituzioni pubbliche, spesso e volentieri, lo hanno fatto da una posizione di estrema debolezza, perchè i soggetti monopolisti, le grandi società di servizi erano e sono coloro che hanno dettato le regole del gioco, per la loro forza lobbistica,  per le informazioni a loro disponibili ben superiori a chi avrebbe dovuto imporre le regole. Si è verificata quella che gli economisti chiamano la “cattura del regolatore”. Insomma, il pubblico aveva ed ha un evidente deficit di conoscenze (asimmetria informativa), che si è materializzato nel costruire piani finanziari e, pertanto, procedure di gara ben poco “autonome” dagli interessi dei (pochi, a volte unici) concorrenti. La stessa asimmetria informativa (il deficit di competenze e conoscenze) si è manifestata inoltre  nella stesura dei contratti di servizio e nelle attività di controllo. Un articolo del Sole 24 ore, due giorni fa, evidenzia come il soggetto che dovrebbe gestire i controlli sulle concessionarie autostradali è carente di risorse umane, di competenze, di mezzi. Le cosiddette Autorità indipendenti, che dovrebbe regolare e controllare i mercati dei servizi, non mi sembrano messe meglio. Nei Comuni, realtà che conosco bene, le politiche di blocco delle assunzioni da una parte, la iper-burocratizzazione degli obblighi imposti dallo Stato centrale dall’altra, hanno comportato che le poche assunzioni possibili sono state rivolte ad impiegati amministrativi (appunto per gestire gli adempimenti formali che divorano la sostanza), a qualche progettista e qualche operaio, così da tamponare le emergenze, mentre dovremmo essere attrezzati con competenze in contrattualistica, ingegneria aziendale, in gestione dei bilanci societari, cioè dovremmo assumere ingegneri, economisti, giuristi specializzati e altre adeguate professionalità. In questa carenza di risorse umane specializzate, le esternalizzazioni, un po’ a tutti i livelli, sono state realizzate non dentro puntuali analisi di mercato, progetti organizzativi strutturati, ma per l’esigenza di tappare i buchi di personale, spesso nel vuoto di piani economico-finanziari credibili (nei quali, oltre che l’economicità, dovrebbe essere valutata l’efficacia, cioè la capacità di rispondere alle aspettative degli utenti) e utilizzando contratti non adeguatamente strutturati a gestire i rapporti con il privato, a partire dalle attività di controllo.  Qui sta il punto e non tanto nella diatriba pubblico-privato; anche perchè, comunque, il pubblico avrebbe l’obbligo di programmare, valutare e controllare anche i servizi gestiti da società pubbliche, non potendo certo immaginare di gestire servizi complessi con le procedure degli uffici amministrativi pubblici. Altrimenti più che la qualità dei servizi si porrebbe il problema della loro reale erogazione.