di - 16 agosto 2018

“Ricordati che devi morire”

Si muore. Ecco la novità di sempre, esatta e inesorabile. “Ricordati che devi morire”, diceva il frate a Massimo Troisi, nel film Non ci resta che piangere. E lui rispondeva: “Sì, va bene, mo’ me lo segno”. Era un’evidente ironica battuta, ma forse converrebbe cominciare a ricordarsi che prima o poi questa è la sentenza inappellabile che tocca a tutti, ricchi e poveri, buoni e cattivi, belli e brutti.
Ogni tentativo della medicina e della scienza per allungare la nostra vita non può impedire alla morte di venirci a trovare definitivamente.
Da questa prospettiva potremmo quindi cominciare a indignarci un po’ meno di tante morti, giuste o sbagliate che siano. Perché in verità il Mondo non è giusto né buono; l’umanità non è giusta né buona; la natura non è giusta né buona.

Muore un neonato all’ospedale di Brescia, muoiono alcuni alpinisti sulle Alpi svizzere e sul Cervino, muoiono turisti e pendolari nel crollo di un viadotto a Genova, muoiono tanti studenti uccisi a Kabul, muoiono annegati molti bambini in Sudan, muoiono persone nella caduta di un aereo da turismo. E proseguiranno a morire persone proprio adesso e tra un minuto e ancora e ancora.
Questa è la nostra condizione umana. Si muore.
Togliamo allora il velo ipocrita dell’indignazione. Agiamo perché laddove ci sono responsabilità vengano colpite e punite, ma non commentiamo con facce di stupore di fronte alla morte, di fronte a tutte le morti, perché va da sé che morire sia la cosa più normale che può accadere a un essere vivente. E la cosa può accadere in tanti modi differenti, anche i più odiosi e ingiusti.

L’arroganza di voler tenere tutto sotto controllo, l’orgogliosa tracotanza della tecnologia di poter comandare sulle vicende della vita sono visioni folli della condizione umana, o almeno sono idee ottimistiche. Sappiamo che vano è il nostro stare e limitato il nostro tempo. Questa consapevolezza offre una tranquillità antica, una saggezza premoderna che può dare ancora oggi una prospettiva filosofica e di inquadramento della propria esistenza utile al nostro benessere.
Perché alla fine, come scriveva Emilé Cioran: “Davanti a quest’ammassarsi di tombe, sembra che gli esseri umani non abbiano altra occupazione che quella di morire”.