di - 24 Ottobre 2019

D’Annunzio fra i pastori

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natia

rimanga né cuori esuli a conforto,

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh’esso il litoral cammina

La greggia. Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

Isciacquio, calpestio, dolci romori.

 

Ah perché non son io co’ miei pastori?

 

 

 

Nessuno può negare che i pastori di D’Annunzio, dell’omonima celebre (e fin troppo celebrata) poesia, poco abbiano a che fare con i Titiro e Melibeo di Virgilio, con il Sincero di Sannazaro, con il pastore errante dell’Asia di Leopardi; anzi, tra loro, qualcuno ha sicuramente conosciuto un povero Jeli, orfano, diseredato, che invano – come nel racconto di Verga – cerca di realizzare l’amore della sua vita. Ma non c’è dubbio che la cifra propria, più seducente, dell’autore del Piacere risiede in una costitutiva ambiguità della sua visione (in fondo, non si finisce per solidarizzare con Andrea Sperelli, anche se il suo comportamento non ha attenuanti morali?): ambiguità che ritroviamo, ovviamente, anche nella poesia sopra riportata.

Se non sono degli inquieti e affettati letterati, chi sono questi pastori che muovono dalle montagne abruzzesi verso il Tavoliere dauno, e che D’Annunzio vagheggia a tal punto da sospirare, in conclusione «Perché non son io co’ i miei pastori?» (e domande a cascata: da dove vengono, che cosa lasciano, qual è la loro giornata, dove dormono, cosa mangiano, quanto guadagnano a giornata, e così via)? D’Annunzio non è Bruce Chatwin, che per capire cosa sono le “vie dei canti” si fionda in Australia fra gli aborigeni, no, non apre indagini in merito: i suoi pastori non sono altro che un ricordo idealizzato, un’immagine filtrata da un’ansia di evasione mitica dalla realtà: «grandiosi e solenni come patriarchi», essi conducono le «vaste greggi […] a simiglianza delle migrazioni primordiali», scrive il vate in un articolo per la «Tribuna illustrata» del maggio 1893, dieci anni prima della poesia in questione, composta dopo tra agosto e settembre del 1903. E di là dall’aura biblica, pastori “transumanti” (parola criptata sotto la scorza descrittiva, patinata da un tenue velo simbolico) tornano in altri passaggi dei suoi romanzi: mi riferisco a Trionfo della morte, 1894 («Scendevano […] giù per un tratturo verso l’abbazia che ancóra gli alberi nascondevano. Una calma era intorno, sui luoghi solitarii e grandiosi, su quell’ampia via d’erbe e di pietre deserte, ineguale, come stampata d’orme gigantesche, tacita, la cui origine si perdeva nel mistero delle montagne lontane e sacre. Un sentimento di santità primitiva eravi ancor diffuso, quasi che di recente l’erbe e le pietre fossero state premute da una lunga migrazioni di greggi patriarcali cercanti l’orizzonte marittimo», Romanzi, I, 845), e a Il fuoco, 1900 («Poi passavano le greggi, lungo la riva del mare: venivano dalla montagna, andavano verso le pianure della Puglia, da una pastura a un’altra pastura. Le pecore lanose camminando imitavano il movimento delle onde; ma il mare era quasi sempre quieto, quando passavano le greggi con i loro pastori. Tutto era quieto; su le spiagge era disteso un silenzio d’oro. I cani correvano lungo i fianchi della mandra; i pastori s’appoggiavano alle aste; fiochi erano i campani in quell’immensità», Romanzi, II, 377). In quale orizzonte semantico si muove D’Annunzio pensando ai suoi pastori, non è difficile capirlo: luoghi solitari, greggi patriarcali, pastori solenni e grandiosi come patriarchi, vie d’erbe e pietre deserte, calma profonda intorno, silenzi d’oro, sfondo di montagne lontane e sacre, senso di immensità. Quel che resta fuori da questa cornice paesaggistica non è solo la letteratura pastorale della tradizione lirica (a dir il vero superata già dal canto del pastore errante di Leopardi), ed è senz’altro un passo avanti; ma resta fuori anche la realtà di un mestiere già disposto allora, tra fine Ottocento e inizio Nove, sulla via del tramonto, come dimostrano gli studi sulla transumanza, che, a partire dalla seconda metà del Quattrocento, quando fu istituita la Dogana, registrano un calo progressivo dei capi censiti e della produzione di lana, com’è vero che il mercato del tessile conosce un progressivo incremento dei prodotti industriali di cotone, lino, seta e altri tessuti, a discapito dei tessuti in lana, ove questi non siano di alta qualità (come quella di tipo merino).

Dunque, i pastori di D’Annunzio chiudono definitivamente una lunga fase della poesia pastorale (quella nota anche come bucolica), e, in quanto figure della memoria di un paese dove è impossibile ormai tornare, ne lasciano presagire un’altra, anche se non riescono ad affermarne completamente la novità, presentandosi (così come succede, con maggiore lucidità, nella novella di Verga, Jeli il pastore) con la pienezza umana del loro durissimo lavoro, quale possiamo immaginare già nella scansione di una giornata tipica: ore 4.30, sveglia dal saccone (si poteva dormire tanto in un rifugio quanto in una grotta, o all’addiaccio), inizia la mungitura, fino alle 8.30, ora della colazione (pancotto, o pane e formaggio, o pane e lardo); alle 9 si riparte, via, con la “spara” (fazzoletto contenente pane e companatico) per una merenda a metà giornata, e una lunga “pirocca” di ornello (legno meno nobile del frassino, ancor meno del nocciolo) per incitare le bestie; rientro prima del tramonto, per provvedere a una seconda mungitura e alla bollitura del latte nel “caccavo”, e quindi per consumare l’unico pasto caldo della giornata di minestra di verdure. Chi restava al “casone” provvedeva alla salatura e alla conservazione delle forme di cacio, alla pulitura del “giaccio” e ad altri servizi. Tutto questo avveniva, per gli «esuli» pastori abruzzesi, nella fredda e ampia campagna piatta, insidiata da paludi malariche, pressoché disabitata, tra rade fattorie e sentieri fangosi, del Tavoliere, dove ciascuno di essi che sapeva di valere meno del bestiame che portava a spasso per il padrone, il quale nel salone del suo palazzo, scaldato da un camino, tappezzato di arazzi, degustava un cognac e magari riceveva il Vate che aveva appena composto una poesia sui “suoi” pastori.

   I pastori furono composti alla Capponcina, dove il poeta abitò dal 1898 al 1900, non lontano da Villa Porziuncola, dove risiedeva Eleonora Duse. Chi conosce la bellissima villa sa bene che la domanda sollevata nell’ultimo verso della poesia non ha bisogno di risposta. Tra la tentazione del realismo e la seduzione dell’estetizzazione, D’Annunzio inclina senz’altro per questa seconda possibilità, in tal maniera allineandosi, con altalenante coscienza della propria statura intellettuale, alle élite sociali che sostengono le varie oligarchie politiche che si succedono al governo. E se di fronte alla miseria della classi popolari non resta che un fioco anelito di deplorazione, è comprensibile come dei pastori, di quel che essi effettivamente sono e pensano, non sopravviva alcuna traccia nella poesia di D’Annunzio che non sia traducibile in un’immagine aulica. La letteratura è fatta di parole, e queste non solo significano ma pesano: anzi, si può dire che esse, oltre al loro peso specifico (che ogni dizionario riporta le misure), ne hanno uno relativo al testo e al contesto in cui sono impiegate, e quindi al paesaggio che esse descrivono.

E il paesaggio, sospeso fra terra e mare, è senza dubbio centrale nella poesia di D’Annunzio, non perché descriva una concezione che si libera nel noto vitalismo panico, bensì perché ne esclude un’altra: quella che trapela oltre i termini tecnici quali “stazzi” (nella prima strofa) e «tratturo» (nella terza), o che resta nascosta nelle pieghe di un’isotopia semantica legata al concetto di viaggio («andiamo», «migrare», «vanno», «scendono», «via», «fiume», «cammina», «calpestio») dove manca proprio il termine chiave di quella realtà, la “transumanza” che mette in moto tutta la poesia. Intanto, in un processo di ristrutturazione estetizzante del motivo pastorale, da grandiosi e solenni come patriarchi ora i pastori appaiono, simili a tanti intellettuali perseguitati per ingiusti motivi, «esuli», e le orme lasciate dalle greggi nelle loro migrazioni primordiali diventano, secondo un rituale antico e immutabile, «vestigia degli antichi padri». Tra neologismi («erbal» e «isciacquio») e lemmi dotti («avellano», da Corylus avellana, che sta per “nocciòlo”, termine volgare), due citazioni dantesche, sulla cui pertinenza è inutile discutere, si accampano nei versi dannunziani come tessere che impreziosiscono il tessuto stilistico: dico «il tremolar della marina» (che si squarcia davanti al poeta uscito dall’inferno: Purg. I, 117), e «Senza mutamento è l’aria» (che rimbalza dal paradiso terrestre: Purg. XXVIII, 7). Tutto questo si tiene all’interno di una lirica dalla evidente struttura circolare, che il poeta pensa bene di aprire e chiudere con i «miei pastori», dando voce, all’inizio, al desiderio di partire, e alla fine alla constatazione della irrealizzabilità di quel desiderio. A sua volta, il possessivo “miei” rimarca la proiezione egolalica dell’autore che, difatti, non parla tanto dei pastori quanto di sé stesso; e in particolare di un sé che agogna, con vena di ipocrita nostalgia. Davvero si può rinunciare all’amenità della Capponcina, arredata da D’Annunzio con il raffinato gusto dei canoni di bellezza prerinascimentale, per lanciarsi in 245 km di tratturo, da fare a piedi con centinaia di pecore, tra rovesci meteorologici, lupi affamati e briganti in agguato? È un genere di vita, quello dei pastori transumanti, che il poeta non conosce e non proverà mai. Eppure, eppure: ha ragione chi rileva che D’Annunzio, in questo componimento, rinuncia all’enfasi sensualista di poesie come una Sera fiesolana (tanto per citarne una) che, pur di lasciare nel lettore un varo prurito erotico, estrapola e manipola disinvoltamente uno dei più bei versi della poesia italiana («Laudato sii pel tuo viso di perla, / o Sera…»), e per contro adotta uno stile pacato in partenza, severo, nella misura in cui il passo equilibrato del metro aureo della poesia italiana, l’endecasillabo, poteva permetterlo; poi sempre più franto e screziato, fino a raggiungere l’apice nella quarta strofa, nel verso tutto nominale «Isciacquio, calpestio, dolci romori», che avrebbe anche potuto chiudere il testo. Avrebbe, ma non lo fa. Il poeta ha bisogno di ‘tradirsi’, forse per espiare l’ombra di un senso di colpa: il suo punto di vista si dischiude, alla fine, in quel verso isolato dall’ultima strofa, che isola anche il poeta dai suoi pastori. Un verso in grado di dissolvere, in quel primo Sogno di terre lontane con cui la poesia apre l’ultima sezione di Alcyone, il desiderio di comunione tra uomo e natura quale perdura nella Weltanschaung dei pastori, i quali, costeggiando l’Adriatico, vedono nelle acque del mare il riflesso dei monti che hanno lasciato, dimentichi del loro mestiere (dei chilometri che li attendono, dei duri giorni di lavoro sottopagato e sfruttato, dei rischi, delle privazioni, delle umiliazioni). E pure il poeta, assecondando quest’oblio, guarda tutto da lontano, immagina, ricorda, perché solo da lontano poteva scrivere una poesia come questa.