21 Aprile 2024
Words

I contratti dei lavoratori

Da quando la sinistra caviar (il fondatore di alleo.it, uomo antipatico quanto me, la chiama sinistra catastale) è diventata la padrona un po’ sciocchina dell’immaginario sociale non si parla più di operai. Quelli che ci sono ancora sporchi, brutti e cattivi, magari anche poco chic, non sanno le “lingue”, non si sdilinquiscono per i romanzi dei pratesi, con tanto di uccellini nel titolo. E poi non gliene frega nemmeno un cazzo, agli operai, delle tensioni erotico-mistiche dei disoccupati letterari.
Tutto oggi sembra quindi prodursi da solo, per la gioia delle signore e dei loro poeti simbolisti. Ritorna in mente quel capolavoro di Tom Wolfe, Radical Chic, in cui i camerieri neri dei Bernstein guardano con malcelato disprezzo le para-criminali “pantere nere” per le quali il musicista e sua moglie, lei in jeans ma con una collana di Tiffany, hanno organizzato la festa.

Gli operai in Italia (lo vedono perfino i poeti simbolisti dai loro temporanei salotti) se la passano malissimo. Negli ultimi 20 anni, il rapporto salari/PIL è diminuito dell’8%, il che significa, in soldoni, che sono passati dal monte salari verso i profitti e le rendite circa 100 miliardi di lire. I “lavoratori poveri” (quelli che hanno un salario sul livello di povertà ma appunto lavorano) sono in Italia oggi 7,6 milioni (si pensi alle cassiere dei supermercati, per esempio) mentre i “poveri assoluti” ma non occupati sono esattamente la stessa percentuale, il 7,6% della popolazione.

I contratti collettivi scaduti sono (secondo il tutt’altro che inutile CNEL) il 61,6% dei contratti collettivi nazionali, un dato preso al 30 giugno 2020. Gli accordi in attesa di rinnovo sono 576 su 935. Quindi 10 milioni e 800.000 lavoratori privati sono ancora senza contratto, ovvero il 79,2% dei lavoratori privati, a cui si aggiungono altri 3,2 milioni di lavoratori pubblici in cerca di un contratto nazionale nuovo.
I settori maggiormente interessati, a vedere i documenti CNEL, sono la florovivaistica e l’agricoltura, i chimici, i metalmeccanici (che però sono già in trattativa), il tessile e la moda, poi il commercio e gli agenti di commercio, perfino i lavoratori dello spettacolo e la RAI, poi ancora il trasporto e la logistica, i marittimi, i bancari e, infine, gli operatori della sanità. In quest’ultimo caso medici compresi, ormai “proletarizzati”, per dirla con i sessantottini che sono stati, di fatto, l’avanguardia del neocapitalismo.

I contratti collettivi sono stati introdotti, per la prima volta, dalla “Carta del Lavoro” fascista del 1927 (anche se per lavorare, nella maggior parte dei casi, si doveva avere la tessera del Fascio), che fu poi abolita democraticamente nel 1945. I sindacati antifascisti ritornarono però alla normativa dei contratti nazionali di categoria proprio nel 1968. Paradossi della storia.
Le categorie che soffrono di più? I dipendenti della Sanità privata, un paradosso in un sistema SSN, con 100.000 operatori ancora senza contratto. E sono stati anche in prima fila, con coraggio e sapienza, nei momenti terribili della pandemia da Covid-19.

La fase futura? Il “salario minimo orario” per legge. Che sarà fuori dalla trattativa sindacale e uguale per tutti, un grave errore. Metterà fuori mercato tante Piccole e Medie Industrie, ma permetterà anche una differenza salariale immane. Chi ha voluto stretto accordi con i 5S dovrebbe spiegare ai propri elettori questioni pragmatiche tipo quelle enumerate sopra.
Dunque, l’art. 2 del ddl (voluto dagli allievi di un comico genovese) stabilisce un salario minimo di 9 euro al netto delle ritenute aziendali, il che corrisponde a 12 euro. Un meccanismo che potrebbe costringere moltissimi lavoratori a accettare retribuzioni ben più basse, dato che non sono tutelati da un contratto collettivo.