23 Febbraio 2024
Sun

Liliana Nechita, L’imperatrice, FVE Editori 2021, pag. 190, € 15,00

La suocera è Olga, un nome non frequente nella Romania della prima metà del ‘900. Elena, la nuora che racconta la sua vita, è moglie di uno dei cinque figli che Olga ha avuto da due diversi mariti, quattro maschi e una femmina.

Giovanissima al tempo della seconda guerra mondiale, figlia dell’uomo più povero del paese, con una madre insignificante, Olga frequenta solo le prime classi poi va a estirpare erbacce e raccogliere mais per guadagnare qualcosa e farsi il corredo per andare via di casa. Si sposa a sedici anni con un trentenne “brutto come il diavolo”, senza conoscere l’amore. Si sposa come facevano tutte le donne, per fame. Del resto “la gente gemeva sotto il peso della guerra , persino i lupi entravano nel villaggio, il cielo era grigio e oscurato dalla povertà”. Solo grazie alla terra si mangiava qualcosa.

Dal primo marito ha due figli maschi. Lo perde presto perché malato di polmoni -allora la gente non poteva curarsi, solo in casi eccezionali si portavano i bimbi dal dottore in città.

Si risposa presto, nei primi tempi dopo la guerra, ed ha ancora tre bambini, Lui la picchiava prima di allontanarsi da casa perché non andasse a letto con altri. Era sempre coperta di lividi. Al lavoro lei non mangiava nemmeno il pezzo di pane che le spettava, per portarlo ai figli affamati.

Nonostante tutto riuscì a costruire una casetta di tre stanze e un recinto per animali. Fece tutto da sola, anche i mattoni. Il marito morì una sera di ritorno a casa da una delle sue amanti. Lui la notte andava in giro a procurarsi roba nei campi dei vicini, dato che “sotto il comunismo tutto era di tutti”. Ed era sempre ubriaco fradicio.

La nuora entra per la prima volta in casa di Olga nel ‘68, al tempo di Ceaucescu, anni bui con le file per il pane, quando “le donne partorivano per la gloria della società nuova”, quando si costruisce dappertutto e i paesi di campagna si svuotano. La nuora lavora in grande de fabbrica di città ma spesso passa la notte con la suocera, poi si alza alle cinque per essere al lavoro alle sette. Ora la vita di tutti è decisa fin dalla nascita: studio, lavoro, famiglia, figli, case di cemento, con l’obbligo di conoscere le regole e stare zitti. “C’erano i tesserini per il pane, per il latte, per la carne, per il riso, qualsiasi cosa aveva una misura stabilita dallo Stato”. Non mancavano le violenze e il carcere duro, esperienze forti che lasciavano nell’anima un perpetuo novembre.

Liliana Nichita, scrittrice rumena che vive in Italia da tempo, dà vita ad una figura indimenticabile, sorprendente, quella di Olga, l’imperatrice, resa dura dalle difficoltà superate da sola, aspra nel linguaggio, aggressiva e offensiva nel suo crudele senso pratico, sempre in lite con i vicini, che tuttavia, “all’apparenza burbera e spinosa come un cactus, era dolce e soffice come un cozonac”. E’ stata capace di costruire quella sicurezza che solo la terra sa dare, con i raccolti di grano, di mais, di fagioli, in un villaggio dove le donne vanno al mulino con l’orgoglio e la consapevolezza di un ritrovato benessere, quando i contadini tornano in possesso delle loro terre: “il mulino sembrava un animale vivo, respirava, si muoveva girava da tutte le parti e ci benediceva con la sua polvere bianca”.

Allo stesso tempo Nichita ci porta nella vita del villaggio con intensità di immagini, di colori, di profumi. In mezzo ai riti faticosi e festosi dei raccolti, delle feste, dei matrimoni, dei funerali stessi, della commemorazione dei defunti, della bellezza dei riti ortodossi, scopriamo una comunità che non ha sentito le trasformazioni portate dalla Storia: “la verza, le patate, il mais e il grano crescono senza le leggi dello Stato, in campagna la gente non è stata toccata dalla politica”.

E’ gente che conosce la fatica della sopravvivenza ma non la felicità, alle donne spetta di prendersi cura dell’uomo quando torna a casa stanco, facendo trovare acqua calda, polenta, carne cotta. Nell’alcool si trova la consolazione, l’oblio ed anche la morte, uomini e donne compresi. L’imperatrice è concreta per necessità e poi per abitudine, cura il sedano e il prezzemolo davanti a casa ma non i fiori perché non si mangiano, per lei è meglio dare via i figli se non si può tenerli, come se fossero gattini. Riconosce con dolore le abitudini spendaccione della nuove generazioni e gli errori dei suoi nipoti, senza regole né principi, ormai molto lontani dalla sua parsimonia e accortezza.

Da questa donna la nuora impara molte cose, ne ascolta i ricordi – quando Olga era giovane i lupi giravano in paese, non c’erano strade, c’erano fucili, malattie, freddoascolta persino la confessione in una passione per un uomo biondo, bello, tuttavia cacciato quando Olga si è accorta che viveva alle sue spalle perché “per lei neanche l’amore contava un gran che, contava solo la sopravvivenza in un mondo che è pronto a schiacciarti”.

Le due donne guardano insieme qualche film e la giovane legge per l’anziana i sottotitoli veloci, impara le sue filastrocche, la aiuta al momento dei raccolti, la rispetta nella sua originalità: “Non so dove stava la felicità. Forse nell’aria. Forse in quella sensazione di libertà di amare, di imprecare, di zappare, di raccogliere e costruire [ ] a quei tempi non lo sapevo ma adesso so che ero in mezzo ad una fiaba”.

Le nuove generazioni non accettano questa vita e, prima ancora che la Romania faccia parte dell’Unione Europea, iniziano le partenze verso l’Italia, poi verso la Spagna. Chi parte sparisce oltre la frontiera. “I vecchi possono vivere di erbe e di mais, ma ai giovani Dio ha dato finora solo la vita e vorrebbero avere il proprio cuscino, non solo quello della madre. Voglio una casa propria”, dice un nipote che affronta il viaggio. “Che cosa fanno in Italia? Qualsiasi cosa pur di guadagnare. Spazzano le strade, fanno i muratori si prendono cura delle vecchie di là”.

Si svuotano il paese e gli appartamenti di città, gli emigrati mandano soldi per costruirsi una casa nella propria terra, ma gli edifici rimangono spesso incompiuti e danno al villaggio un aspetto più squallido e povero.

Passano le stagioni, i raccolti, ed anche la vita di Olga. Sentiranno la mancanza dell’imperatrice? Piangeranno forte al suo funerale in segno di dolore e di rispetto? La fine sarà all’altezza di una donna come lei?

Romanzo di un realismo talora crudele, L’imperatrice ha la leggerezza e la magia dei racconti intorno al fuoco, nelle veglie lunghe d’inverno.

 

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.