26 Maggio 2024
Sun

Luca Lanfredi, Ogni volta il bene è nuovo, Lamantica Edizioni 2022, pag. 43, € 10,00

 

E’ stampato in centoventi esemplari numerati il nuovo libro di poesie di Luca Lanfredi, Ogni volta il bene è nuovo, una raccolta di trenta liriche brevi, delicata e profonda poesia d’amore che si chiude con la dedica: A Giovanni, mio padre.

Si legge nei versi di Lanfredi la presenza di un amore che non vuole parole vuote, di una nostalgia che non cerca il lamento ma la concretezza di gesti conosciuti, già stati: “E sul passato, l’arsura degli oggetti le abbacinanti domeniche d’agosto”.

Vero è che non si muore finché rimaniamo nel ricordo di chi ci ha amato: “Morire non è abbastanza”, e i passi di lui nella piazza si reiterano con il solito ritmo, reali nel ricordo: “Mi sembra di ascoltare i passi stretti/ che avrei voluto avere qui al mio fianco”.

Il privilegio di vivere ancora potrebbe far sentire “un senso di colpa verso i morti” che sono in un altrove ignoto, tuttavia ci è stato concesso di “essere oppure no”, non esiste una via di mezzo né di ritorno, e questo bisogna accettare. Non è facile avanzare col vuoto di una assenza, quando ci è sottratta per sempre la fisicità di una persona cara, la possibilità di sfiorarne il volto, di inondarsi della luce del suo sguardo e di essere accompagnati dal suono delle sue parole: “Lambirsi, conoscere, trovare un nuovo volto al breve movimento che segue la partenza”.

Comunque la forza scaturisce, in questi versi, dalla concretezza di un passato pienamente condiviso, nei “cammini che abbiamo accumulato sottraendo la guerra ad ogni giorno”, nella quotidianità piena di oggetti, di parole che risuonano da guida per chi rimane: “Eppure avevi detto così: la sedia nel giardino, le mani nella terra; avevi detto così: Ogni volta il bene è nuovo”.

Si fa chiaro l’invito a non rimanere “intrappolati dentro i giorni”, a  “smettere di essere la trappola che imprigiona la vita”, ad accarezzare i sogni: “Dovreste avere nel sogno un cammino come un cuore di vento che moltiplica”. Perché, anche se la vita che ci è data “è un rigo nero nel tempo”, essa chiama ancora. Pertanto è dovere rispondere, in una continuità di agire che unisce chi va e chi resta: “sopravvivere ai morti, che si dice un dovere, come la mano che aiuta la mano”, in un continuum fissato nel nome stesso che lega alle radici: “portare il tuo nome per nome, indossarne il coraggio nella voce”.

Serve tutto ciò a far “tregua verso i vivi”, a continuare a “parlare da questa rinchiusa lontananza, parlare ancora – da qui sino al freddo che s’accende”, a raccontare i giorni “con il numero esatto delle sillabe”, consapevoli che: “Immaginare la vita non è vivere la vita, ma è sedia, è letto, è finestra dalla quale osservare le parole”.

Nonostante che il senso del vuoto rimanga una costante più o meno esplicita, si percepisce, nei versi di Lanfredi, un senso di gratitudine all’esistenza -o a Chi gestisce il nostro cammino? –  solo per il dono di “esserci stati accanto con occhi di voliera…vicini con la parola antica” e con tutto l’amore “che ci è piovuto addosso”.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.