di - 19 novembre 2018

Francesco Macciò, L’oscuro di ogni sostanza, La vita felice, Milano 2017, 14 euro

Si comincia con atteggiamento devoto questa volta. Dico che il poeta Francesco Macciò pone a incipit della sua nuova raccolta poetica delle specie di preghiere laiche che sono una vibrante accesso alla memoria elencatoria dei nostri giorni e un’enfasi emozionale quasi perfetta. Serve dire peraltro che Macciò è uno dei pochi poeti oggi in Italia a confrontarsi seriamente con una certa tradizione versificatoria novecentesca che siamo soliti definire come “classica” – mi riferisco a Montale e a Caproni. O meglio è uno dei pochissimi poeti che non teme di confrontarsi con quella tradizione. Anche la prefazione a questo libro, scritta con competenza da Luigi Surdich, sta a sostenere una profondità di lavoro concettuale e di intarsio lessicale che rendono le poesie di questa raccolta atti di compiutezza fenomenali. Non posso, in questo senso, non citare la poesia che più di tutte le altre si avvicina a quel capolavoro che è una vecchia poesia del poeta ligure, quella che parla di Genova vista dall’autostrada. Anche qui si guarda al mondo dal finestrino di un auto e si potrebbe quasi affermare che la sua poesia migliore Macciò la prende e la respira guidando l’automobile:

“Stringendo il volante in un giro di vento/schiudi piste nel fumo radente/figure che prendono il respiro/di nuvole spesse,/dei monti, quel niente/che scuotono i lampi sulla statale./Eppure basterebbe così poco/nella fissità del giorno/un grumo di case, un rogo/di sterpaie lungo il pendio,/questo fragore di chiodi/nell’aria che non si muove./Intanto sorridi,/schiacci sull’acceleratore,/rallenti in un grigio che svapora/tra minime cose visibili/proprio qui davanti a noi/sconfinando verso est, sud-est…”

Poeta pacato e rigoroso, Macciò stringe un patto con la lingua e ne descrive sempre più i confini di senso e di merito attraverso i proprio strumenti esistenziali i propri materiali esperienziali. Siamo di fronte a un libro importante con cui confrontarsi, magari per discostarsi da questa modalità di scrittura poetica, ma non tacendo la necessità di questa poesia.

Decisamente il suo libro più denso, il suo libro più maturo. Mentre altri della sua generazione hanno proseguito una linea personale che si è in parte inaridita e fossilizzata, sembra che Macciò abbia saputo rigenerare la sua parola poetica, affinandola, costruendola sempre di maggiore spessore anche dialettico e interpellativo.