20 Aprile 2024
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Vladimir Volkoff, Il montaggio, Julliard/l’age d’Homme 1982; Edizione Settecolori 2023, Prima Edizione numerata di 1000 copie: novembre 2023; traduzione di Laura Lovisetti Fuà, postfazione di Romain Cortés, pag. 465.

 

Suo padre, Dmitri Aleksandrovič, che era vissuto per lo zar, era fuoriuscito dalla Russia dopo la rivoluzione bolscevica ed era vissuto in Francia dove, per sopravvivere, aveva lavorato sotto i nemici Tedeschi, anche se “servire i tedeschi, per lui, significava tradire un milione e settecentomila morti della Prima guerra mondiale”. Si era impegnato per avere riconosciuta la nazionalità sovietica – che doveva rimanere un segreto – ma non era riuscito a rientrare, anche se: “erano stati organizzati corsi serali; emigrati che osavano appena guardarsi vi si ritrovavano tre volte alla settimana, a ingurgitarvi conferenze sui misfatti degli zar, a imparare a memoria i «pensieri» di Marx ed Engels”. Del resto “un apolide che si era messo al soldo del nemico era disponibile per ogni vessazione”. In punto di morte si fa promettere da suo figlio, Aleksandr Dmitrič Psar, che lui realizzerà il sogno paterno di rientrare in Russia.

Siamo negli anni’70: Psar, che eccelle negli studi, impassibile, freddo, isolato dai compagni, appare la persona più adatta per essere manovrato dal KGB: ad arruolarlo ci pensa l’astuto Pitman, così lui si mette al servizio del KGB, con la promessa del rientro in Russia dopo trent’anni. Sarà un agente d’influenza sovietico, “che non si farà mai passare per un comunista. Ora con la sinistra, ora con la destra, segherà sistematicamente l’ordine esistente”, con una impunità assoluta: obiettivo, indebolire l’Occidente capitalista.

Sfruttando il suo talento, gli sarà costruito il ruolo di agente letterario perché possa passare informazioni distorte sull’Unione Sovietica: la selezione di autori e contenuti gli dà la possibilità di far emergere le non verità, di pilotare l’opinione pubblica, di sfruttare i mass media, rendendo impossibile conoscere la verità: “Lei sa che si può benissimo proclamare una cosa e fare il contrario; basta gridare un po’ forte e il grido viene notato, se si è adeguatamente preparata l’opinione pubblica, e l’atto passa inosservato. Ecco perché la leva ideale è la stampa, e ben presto lo saranno gli altri mass media”. Se un giornale è tenuto in considerazione dai lettori, servirà per diffondere informazioni tendenziose, il ricatto sempre a portata di mano. Intanto è importante che un preciso punto falso sia tenuto per vero: “Noi, disinformatori e agenti d’influenza, giochiamo sulla quantità e troviamo, al contrario, che un solo fatto vero e controllabile ne fa passare molti che non sono né l’uno né l’altro”.

Psar sa che attentare alla lingua di un Paese è il primo passo per indebolirlo: “Mi è stato insegnato che, per attentare alla libertà, bisogna attentare al pensiero, ma io andrò più lontano: per attaccare il pensiero, è opportuno attaccare la lingua. In effetti, nonostante i colpi d’ariete dei mass-media, il pensiero, nel peggiore dei casi, rimane al riparo nella fortezza dell’intelligenza individuale, mentre la lingua, essendo comune a tutti, s’espone, per così dire, in campo aperto. Ora, se il pensiero non trova più, per esprimersi, lo sbocco di una lingua sufficientemente rigorosa e articolata, soffoca e deperisce. […] Quando i nostri avversari avranno disimparato l’ortografia, noi sapremo che la vittoria è vicina»”.

Perché Psar accetta di lavorare in Francia contro i francesi? “Perché li detesta. Perché essi sono testimoni, se non responsabili, della decadenza di suo padre, perché trattano anche lui con derisione, perché hanno deluso le speranze che gli emigrati avevano riposto in loro, perché si sono fatti pestare dai tedeschi”. E soprattutto perché ha venduto la sua anima per il desiderio di “rientrare”; perché, come afferma Romain Cortés nella postfazione, “Psar disprezza l’Occidente non in virtù del materialismo dialettico di stampo marxista, ma per il materialismo tout court che l’Occidente porta con sé. È la potenza salvifica russa ad attrarlo, non il marxismo-leninismo, è «l’altra civiltà» la cui missione, da sempre, è salvare l’Occidente da sé stesso”.

Menzogna, propaganda, disinformazione, intossicazione, appaiono strumenti efficaci da usare: è una guerra strisciante contro l‘Occidente – siamo in piena Guerra Fredda – del resto “tutta l’arte della guerra si basa sull’inganno”; per questo servono «la contro-verità non verificabile; il miscuglio vero-falso; la deformazione del vero; la modifica del contesto; la sfumatura con la sua variante: le verità selezionate; il commento rafforzato». Tutti quelli che non servono più al KGB, che potrebbero costituire un pericolo una volta consapevoli di essere stati ingannati e strumentalizzati, vengono eliminati.

Il romanzo di Volkoff (1932-2005), “un valido sussidio per conoscere gli apparati della “disinformazione” e i relativi “montaggi” allestiti dai comunisti sovietici nell’Europa libera durante la Guerra Fredda e forse mai rimossi dopo il 1989-1991”, offre al lettore un percorso intricato nel mondo dello spionaggio e del controspionaggio; “anche assai verosimile perché ben fondato sulle fonti riservate e sull’esperienza dell’autore, attivo nei servizi d’informazione francesi”. Allo stesso tempo il romanzo fa crollare ogni certezza residua su ciò che viene propinato come verità, su ciò che viene fatto credere alla massa, atteggiamento mai passato di moda, che gode ancora “ottima salute”.

Nemmeno Psar, che lavora per il KGB, può immaginare quale destino gli sia stato riservato fin dal giorno del suo contratto con l’inviato sovietico, in cima alla cattedrale di Notre Dame; non sa niente della donna che gli hanno fatto incontrare e da cui ha avuto un figlio, sempre che quel figlio esista davvero, perché non ha mai vissuto il suo ruolo di padre. Non può nemmeno intuire le trappole disposte dal KGB sul suo cammino, deciso com’è ad eseguire ogni ordine, sempre con la prospettiva di calpestare il suolo di un paese che non ha mai conosciuto, a cui appartiene la sua famiglia.

Mentre si sfogliano le pagine de Il montaggio, la mente corre ai versi che il Foscolo ha dedicato a Machiavelli: io quando il monumento/vidi ove posa il corpo di quel grande,/che temprando lo scettro a’ regnatori,/gli allor ne sfronda, ed alle genti svela/di che lacrime grondi e di che sangue”; va ai tempi insanguinati che stiamo vivendo e le parole di Volkoff non fanno altro che aumentare lo scetticismo diffuso di fronte alla informazione. O “disinformazione programmata”?

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.