di - 27 Giugno 2016

Populismo. Parte II: vecchi dittatori, Farage e 5stelle

Il populismo odierno è poi anche leaderismo ossessivo, tanto i partiti non ci sono più. È comunicazione diretta via televisione per le generazioni di anziani e di vecchi e via facebook e twitter per i giovani, che insieme compongono il famoso popolo. Anche in passato altri populisti hanno avuto potere tramite un controllo militaresco esercitato con violenza, eppure con contrasti o freni: Mussolini faceva i conti con il Re e con un Partito che reclamava prebende e potere; Hitler aveva le Forze Armate che tentarono di ammazzarlo; Franco si sorbiva gli esercizi spirituali dell’Opus Dei. Gli altri populismi latinoamericani, come quello del primo Peròn, erano talmente forti dell’appoggio delle masse che se ne potevano fregare delle élites in mano agli yanqui.

Per non parlare poi del fatto che Franco si godeva la pace interna, mentre l’Europa si uccideva per cadere nelle braccia delle “due praterie”, come Hegel chiamava Russia e America. Peròn aveva venduto cibo sia agli Alleati sia alla Germania nazista, era pieno d’oro come un idolo Inca. Ed ecco un altro tratto del vecchio populismo: era una “massa di distribuzione”, come l’avrebbe chiamata Elias Canetti. C’era sostanza, e la massa veniva lentamente arricchita, mentre il ceto medio sognava in Italia i “telefoni bianchi”, in Argentina lo “spirito del Sud” libero  dagli yanquis, in Spagna, con Franco, addirittura il ritorno del Grande Impero. Pessoa, nel Portogallo “populista”, ricordava lo stemma imperiale portoghese per ricostruirne la sua storia mitica.

Quindi, i populisti del passato distribuivano soldi e status. Quelli di oggi non possono che mettere in circolo chiacchiere, mentre l’Occidente si depaupera.

Eccoli qui davanti a noi i populisti di oggi, senza denaro, senza idee, senza miti se non quelli già usati dalla pubblicità, senza carisma. Ma anche gli altri, i riformisti, sono esattamente la stessa cosa. Solo che sanno fare peggio il loro mestiere: se provano l’abbraccio etilico del Presidente della Commissione Europea si sentono già in Paradiso; un giornalista gli concede una noterella sul Times e vivono il loro quarto d’ora di pubblicità al Circolo.

Ecco, questi politici dell’ultim’ora passeranno, ma il populismo non passerà. Il populismo finirà soltanto quando gli elettori scopriranno che chi gioca a poker con i loro quattrini (rinunciando a investire nei sistemi economici locali, in nome di un equivocato “bene comune”) li finisce senza costrutto e non può mantenere le promesse.

Nigel Farage, il fondatore dell’United Kingdom Independence Party? Vecchio punk (God save the Queen/a fascist regime) che si occupa di finanza, ha inventato il brand dell’Inghilterra postvittoriana che appare, nella sua propaganda, come una sorta di reparto per turisti da Harrod’s. Non ha a che fare, come noi, con una classe politica di mezze calzette, Farage e il suo partito sono stati rapidamente inglobati nella destra dei Tories, e da lì ogni tanto verrà scongelato per cantare, con la voce roca del terzo Whisky, God save the Queen, quella vera.

Grillo e i grillini, invece? Un’ignoranza che fa il paio con quella del Presidente del Consiglio. Il mito della “Rete”, cui nessuno di quelli che ci lavorano davvero crede risolutiva; un partito per giovani laureati disoccupati.

“Uno vale uno” si può dire al bar o per mandare a quel paese tua sorella. È uno slogan semplicemente idiota! Ma funziona, perché rende protagonista chi lo pronuncia, dal fondo della sua supponenza di cittadino libero e impegnato, di contare come quando traccia risposte, temi e idee digitando con l’indice sul suo profilo facebook via smartphone.

Naturalmente, per l’aurea legge delle élites paretiana, il grillismo ha generato un’aristocrazia, che unisce piccola borghesia e giovani (o meno giovani) laureati disoccupati. Pensano di aver forgiato loro stessi, per primi, il mito dell’onestà, come se poi non fossero anche loro invischiati (con i loro begli scandaletti economici amicali: vedi Nogarin a Livorno e la Raggi a Roma) in un sistema non più all’altezza di dare risposte normative e amministrative a un Paese cinico che vorrebbe disporre di maggiore dinamicità e velocità. D’altra parte non hanno letto Benedetto Croce: onestà che miracolosamente metterebbe a posto, da sola, i conti pubblici…

I 5 stelle hanno vinto perché la “gente” non ne può più dei riformisti democristiani, perché tanti elettori non sono andati a votare, perché sono facce nuove, e perché sembra abbiano un’attenzione speciale per la crisi economica che morde ormai troppe persone. I 5stelle spingono sul salario di cittadinanza, che è una cosa che gli elettori sentono e sognano. D’altra parte, se nessuno riuscirà a inventare qualcosa per lenire la povertà di massa, ne vedremo delle belle.

Detto in sintesi, quindi, i populisti sanno fare politica meglio degli altri, ma a differenza dei riformisti non conoscono come si smonta l’orologio e come si ricostruisce.