3 Marzo 2024
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Patrizia Panicucci, Namibia il mio diario di viaggio, flora e fauna, storie e sentimenti, ETS edizioni 2015 , € 28,00, pag. 174

Quando si apre questo libro basterebbero le foto a parlare. Attraverso le foto Patrizia Panicucci ci coinvolge facendoci partecipi delle emozioni che lei stessa ha provato, con un trionfo di colori e di immagini uniche.  Infatti la Namibia ha distese “sconfinate aride e inospitali- lei scrive- dove spesso non c’è segno di vita, cosa questa che l’aiuta a preservarsi dall’invasione dell’uomo”. Sono queste terre ancora incontaminate quelle in cui lei ama viaggiare insieme a suo marito, addirittura  in molti casi con il figlio piccolo, quaranta anni di viaggi da tutte le parti del mondo. E ne hanno visti, di deserti.

Ma la foto di una duna particolare li ha afferrati dalle pagine di un giornale, una duna del deserto del Namib colta dal fotografo in un contrasto di luci ed ombre sulla sua linea ondulata che si stagliava contro il blu cobalto del cielo. Immagine di perfezione e bellezza, evocatrice di spazi e silenzi sovrumani. Così sono partiti, con zaino, tenda e sacco a pelo, da viaggiatori che vogliono immergersi e scoprire un paese, un viaggio di 25 giorni su percorsi impervi e rischiosi, per vie alternative per arrivare fino al cuore di quella terra,  non per una visita turistica. Hanno “arrancato” per 6.000 km  su piste pietrose e sulle poche strade della Namibia, un paese tre volte l’Italia con una popolazione di due milioni e trecentomila abitanti, paese che in passato ha mosso gli interessi dei colonizzatori per la presenza di diamanti e guano. Della  presenza tedesca sul territorio, dal 1884 al 1990, rimangono segni evidenti nella cittadina di Luderitz, un angolo di Baviera in Africa, ma anche negli imponenti abiti delle donne Herero, a cui i missionari tedeschi, dopo aver assistito “ad una serie di mattanze e delitti sanguinosi” imposero di coprire le nudità.

Immagini di alberi di aloe che si stagliano come giganti contro il cielo dell’alba, sculture imponenti di massi sovrapposti che sembrano essere stati posati dalle mani di giganti, canyon che sprofondano come ferite nella terra, branchi di cavalli selvaggi dai “piedi scalzi”, distese infinite di sabbia, pianure con la superficie incrostata di sale indurito spezzata come gusci d’uovo rotti, il deserto di dune che scende al mare, l’oceano che a riva nasconde le secche e gli scogli su cui si schiantano le navi, spiagge coperte da otarie a perdita d’occhio, animali predatori e pachidermi visti da vicino, e poi piante di ogni tipo e bellezza capaci di vivere in terre aride. Questo e ben altro hanno visto e fotografato.

Patrizia Panicucci ama le piante, da venticinque anni fa parte del Gruppo Botanico Livornese che collabora con il Museo di Storia Naturale della città. Uno dei più grandi regali di questo viaggio è stata senza dubbio la scoperta di una pianta, in mezzo ad uno sterminato territorio lunare con pochissime forme di vita, la  Weltwischia mirabilis, dai nastri scomposti e ricurvi, quella che è considerata un vero fossile vivente.

Ma le parole non rendono la meraviglia delle pagine né le emozioni. Rimangono lo stupore e l’ammirazione di chi legge davanti alla forza di volontà che porta a intraprendere viaggi aperti a sorprese ed ostacoli di ogni genere. Perché, nonostante la programmazione, il desiderio di scoprire spinge oltre i limiti delle possibilità fisiche.

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.