3 Marzo 2024
Italic

…ma abbiamo proprio bisogno della religione?

A chi si appresta a sobbalzare sulla sedia, per questo mio intervento un pò provocatorio, chiedo di pazientare un attimo. Diradate le nebbie del dolore e della rabbia, ad ascoltare e leggere bene le parole ed i commenti sugli attentati dei folli integralisti islamici, in Francia o in Europa, mi pare ci sia una sorta di filo rosso che unisce certi predicatori coranici e certe posizioni di chi gli si contrappone o, comunque, tiene posizioni distinte e dichiaratamente distanti. Il cuore del pensiero integralista (che è matrice della violenza, ma non necessariamente è violento) sta in un concetto “semplice”: l’occidente è senza anima, senza fede, è vittima del materialismo, della retorica sui diritti della persona e del relativismo, che lo hanno reso privo di valori e moralmente sterile, perciò anche incapace di salvarsi. Di questo apparentemente rozzo modo di ragionare, c’è traccia ben visibile anche nelle prediche papali. Sta anche in questa “affinità” -probabilmente- una certa “debolezza” della Chiesa nel rispondere all’integralismo islamico (che –ripeto- non necessariamente sfocia nel terrorismo, anche se la violenza dei seminatori di morte si alimenta di integralismo). C’è un comune “terreno” di conquista o di “resistenza”. Insomma, la ostentata difesa dell’Islam da parte del Papa a me appare come la difesa della Religione monoteista, dello spazio religioso come spazio unico ed esclusivo della morale; il nemico condiviso quindi diventa quel pensiero “materialista” e “relativista” che viene condannato in un unicum che va dalla rivoluzione francese, all’illuminismo, fino alla stagione dei diritti individuali; quasi  che quei diritti di per se portassero all’egoismo o addirittura al nichilismo e non fossero invece la premessa per una società di persone libere e consapevoli. Specularmente a questo ragionare, si collocano le posizioni di molti intellettuali liberali o progressisti. Di fronte a questi tempi confusi, al futuro traballante, al benessere che ci sfugge di mano proprio quando sembrava destinato solo a consolidarsi ed aumentare, una significativa fetta di  intellettuali riscopre il valore della Religione come sistema di valori solido, strutturato, pronto all’uso e come tale in grado di rassicurare e confortare (e difendersi?). Per la verità, le posizioni si articolano: vanno da chi davvero si converte a chi, come Marcel Houellebecq (autore del discusso libro dal titolo certamente evocativo, “Sottomissione”), semplicemente sembra proporre il male minore, prende atto che la religione (in questo caso quella islamica, perché al momento più “vitale”) è diventata una sorta di necessità sociale, un pilastro fondamentale per ri-costruire un perimetro di convivenza pacifica financo barattando la Libertà con la Fede. In Italia, certi intellettuali, primo fra tutti Ernesto Galli della Loggia, contro l’integralismo islamico sono tornati a riproporre sostanzialmente la difesa delle radici cristiane, come se tutto potesse risolversi in una muscolare dimostrazione di certezze. A ben leggere, in fondo, quelle posizioni sono assai simili a quelle di chi rimpiange le ideologie di una volta che, appunto, nella loro dimensione totalizzante (chiavi in mano), erano un buon rifugio da ciò che, da sempre, fa paura alle religioni come al potere, il dubbio e la ricerca, di per sé incerte e spiazzanti. Intendiamoci: non ritengo che l’attuale crisi sociale e valoriale sia frutto del caso o che non ci siano responsabilità del modello capitalista/consumista,  ma oggettivamente quel modello di vita ha anche portato il benessere a milioni di persone; il modello della società aperta, la società laica dei diritti individuali e collettivi, ha allargato spazi ed opportunità, mentre lo stravolgimento delle regole (direi della “morale” che comunque sta alla base del pensiero liberale e mercatista, a partire da Adam Smith) non è il frutto di una banda di atei e senza Dio, ritrovandoli spesso invece inginocchiati a qualche croce o rivolti a qualche Mecca. Quanto alle “radici cristiane” invocate da tanti intellettuali come risposta alla perdita di solidità etica del nostro tempo e mondo, vorrei ricordare che la Chiesa cattolica non sarebbe poi così aperta ed inclusiva, soprattutto incline al rispetto della laicità, senza l’illuminismo ed il pensiero razionale e scientifico. Al fondo di quel ragionare così difensivo e prima  di tutto così dogmatico, che tiene insieme autorevoli esponenti religiosi ed intellettuali progressisti, mi pare ci sia una risposta sbagliata, un colpevole confondere gli attori. Alla domanda se la nostra attuale condizione di disagio e smarrimento dipenda  dall’aver abbandonato Dio, la risposta -a mio modesto parere- è che in verità il capitalismo, l’attuale assetto di poteri, ha abbandonato l’Uomo, la sua centralità. La nostra crisi sta anche nella perdita della possibilità di una morale universale, tanto cara a Kant; cioè l’abbandono della straordinaria avventura di costruire un’etica pubblica condivisa anche senza la necessità di un Dio. Si racconta che lo scienziato Laplace alla domanda di Napoleone sul perché l’Universo da lui disegnato non prevedesse la presenza di Dio avesse risposto: “perché funziona lo stesso”. Il martire della furia nazista e teologo, Bonhoeffer, sintetizzò il valore/la necessità di un’autonoma morale dell’Uomo contro ogni tirannide ideologica nella frase: “dobbiamo vivere nel mondo come se Dio non ci fosse, etsi Deus non daretur, prendendosi sulle spalle la responsabilità di Dio”. Naturalmente che poi l’Uomo scelga la sua morale dentro la Religione e cercando un Dio mi va benissimo e lo rispetto, ma sarebbe davvero il più grave dei cedimenti agli integralismi, se affermassimo che non c’è morale senza Dio, che l’Uomo da solo non può cercarla e possederla, perchè, invece, come direbbe Laplace la morale senza Dio “funziona” lo stesso.