24 Aprile 2024
Italic

Contro il femminicidio “schiaffoni” giudiziari

Giorni fa, ho pubblicato su Faceboof un post nel quale invocavo, per il femminicidio, condanne senza possibilità di sconti di pena. Durezza, insomma. Durezza senza attenuanti. Come pure mi aspettavo non sono mancati commenti, specialmente di amici uomini, che mi hanno contestato di avere fatto una surrettizia differenza fra uccidere una donna ed uccidere un uomo. Insomma, l’omicidio è omicidio, al di là di genere, religione, razza o colore della pelle. Apparentemente è un’osservazione che non fa una piega. Ma solo apparentemente. Intanto  il mio post è partito da tre casi accaduti nel nostro paese in pochi giorni e che merita riassumere. Una giovane sfregiata con l’acido probabilmente dall’ex amante violento, per il quale il pubblico ministero aveva chiesto l’arresto, però respinto dal giudice. Il napoletano che ha sparato all’ex moglie ed al suo compagno e, in passato, era stato in galera (poco evidentemente) per aver ucciso la fidanzata. Il marito che ha ucciso, con ventitrè coltellate, la moglie, dopo anni di violenze e dopo averla già ferita alla schiena anni fa. In quei tre episodi c’è una caratteristica in comune: una violenza recidiva e impunita. Da lì sono partito a chiedere pene dure e senza sconto per chi uccide la moglie o la compagna. Perchè mi sono fermato al femminicidio, ma posso -anzi devo- aggiungere anche i bambini? Per una ragione semplice: perchè statisticamente donne ed anche bambini sono le vittime più colpite dalla violenza di un familiare. Perchè le donne spesso vivono in una condizione di soggezione (di paura), se non di vera e propria oppressione, nei confronti del marito e compagno, quando non della stessa famiglia che si fa complice del partner violento. Nel bel libro “Le parole per dirlo”, raccontando il suo doloroso cammino di guarigione dalla depressione di una giovinezza segnata dall’abuso psicologico, Maria Cardenal descrive mirabilmente quanto sia difficile raccontare la propria paura: “Forse la mia paura, una volta espressa, mi avrebbe annientata? Forse la mia paura, una volta espressa, sarebbe stata giudicata insignificante? Forse la mia paura, una volta espressa, mi avrebbe tolto qualsiasi importanza o forse la mia paura, una volta espressa, si sarebbe rivelata non tanto come paura quanto come una tara vergognosa?”. E chi mai è disposto a credere che si possa aver paura di un (presunto) amore? Sostenere quindi che il femminicidio deve essere punito in modo esemplare e deve essere sottoposto ad  un regime punitivo eccezionale, non significa negare la parità dei diritti. Significa invece prendere atto che la parità deve essere creata anche rimuovendo gli ostacoli oggettivi che la impediscono di fatto, creando perciò condizioni che agevolino il raggiungimento delle equivalenti opportunità, difendendo le donne dalla paura. In nord America questo approccio è definito delle “spinte gentili”. Nel caso della violenza contro le donne forse, più che di “spinte gentili”, dovremmo parlare dell’esigenza di veri e propri “schiaffoni giudiziari”; tuttavia la durezza delle sanzioni, la rigorosa selezione -ed eccezione- di ogni percorso di riscatto e di (a volte troppo facile da ottenere) perdono sociale diventano le condizioni necessarie, e certo non sufficienti, perchè la società dia il senso di una reazione proporzionata e ragionevole di fronte ad un crimine orribile, come sono sempre i crimini dei forti contro i deboli; con l’aggravante della fragilità di un legame familiare ovvero con il ricatto di amori che amori non sono. E, a proposito di amore, sarebbe anche il caso che gli organi di informazioni la smettessero con espressioni del tipo l’ha uccisa per un “amore malato”. Non può esserci legame fra amore ed omicidio. Non di amore si tratta e chiamarlo in quel modo significa in qualche modo legittimare un sentimento che appartiene semmai alla categoria dell’odio o della follia. Amore e femminicidio o anche infanticidio non possono stare insieme. Se ce l’uno non può esserci l’altro. Perchè anche le parole possono e devono essere parte di una pena senza “sconti”.