di - 15 febbraio 2018

C’era una volta Ozon? “L’amant double” (Fra 2017)

Il cinquantenne François Ozon non è mai stato tra i nostri autori preferiti. Non lo si è mai considerato tra i nuovi maestri del cinema francese. Eppure Amanti criminali (1999), 8 donne e un mistero (2002), Il tempo che resta (2005), diversi di stile e di contenuto, non sono pellicole malvagie. Dei film successivi non ci viene in mente niente di memorabile, come sarà evidente alla lettura in questo blog della recensione a Nella casa (2013), riproposta come “vintage” recentemente.

Ma questo L’amant double è uno dei peggiori film visti in questa stagione. Ci si sarebbe aspettati, conoscendo la struttura di massima della storia, non diciamo una rivisitazione cinematografica di On Treatment (non auspicabile)ma quantomeno qualche spunto di riflessione sul rapporto tra analista e paziente o sul rapporto tra terapia medica e psicologia clinica. E invece ci troviamo dinanzi a un thriller-erotico dal linguaggio filmico pretenzioso ma invero privo di qualunque interesse. E stucchevoli e irrilevanti le citazioni, a De Palma, Cronenberg, persino al Chien andalou di Bunuel (con la sostituzione dell’interno di una vagina all’occhio sfilettato dal rasoio).

L’ex-modella Chloé (Marine Vacth), una giovane custode di museo, che soffre di dolori addominali privi di spiegazione medica, decide di seguire altre strade. Non è che si innamori del suo psichiatra e analista, sviluppando verso di lui col tempo e il crescere del legame attaccamento e di più. A Paul (Jérémie Renier) lei salta addosso sostanzialmente alla prima scena (o al primo incontro), ricambiata senza disagio. I due però sembrano anche amarsi davvero, e decidono senza por tempo in mezzo di andare a convivere, con il gatto, bene rifugio, della ragazza. Però i problemi del disagio interiore, ovunque posto questo interiore, non sono risolti. Chloé continua a necessitare di un supporto. Ma si dà il caso – con il pretesto tematico del gemello innanzitutto, del doppio, del partner, dello specchio – che la terapia alternativa, che la giovane sofferente ha bisogno di seguire sia incarnata dal fratello gemello monozigote di Paul, Louis, che lavora in altra zona di Parigi. E con quest’uomo, dal look ben più trasandato e aggressivo rispetto al gemello, si scatena un rapporto sostanzialmente sadomasochista da cui Chloé non riesce a staccarsi. I due fratelli ignorano la situazione, camuffata con qualche bugia dalla ragazza. Un amore più tenue e naturale, un altro più perverso e violento ma fatale. Ma forse è tutto finzione, forse è tutto un parto dell’immaginazione di Chloé. Certo l’immagine e la fantasia (nel senso psicanalitico del termine) sono fattori centrali del racconto.

Questo sembra essere il succo del film, o almeno l’essenziale della sua trama. Chloé soffrirà, sarà una donna in crisi ma non c’è un briciolo di introspezione da questo punto di vista: è un assunto rappresentato in modo sguaiato. Non c’è un libro nelle case di questi psichiatri, solo letti, divani, arredi eleganti. E ogni convenzione e deontologia professionale non è nemmeno lontanamente presa in considerazione. E nudità, genitalità, rapporti sessuali vissuti o trasposti oniricamente. Indimenticabile, per involontaria comicità, la scena in cui a Chloé viene chiesto dal suo pseudoterapeuta di accomodarsi sul divano nuda, facendo egli altrettanto: e i due, a gambe accavallate, senza vestiti addosso, dovrebbero avviare la loro ora di terapia.

Forte tentazione di alzarsi e andare a spendere meglio il proprio tempo dopo non oltre mezzora. Lives of the Twins di Joyce Carol Oates (1987) ha ispirato la storia. La settantenne Jacqueline Bisset, ancora piacente, ha una parte nello scorcio finale del film.

[Per un confronto con un giudizio decisamente più positivo sul film si veda l’analisi, ben articolata, di E. Di Nicola: http://www.pointblank.it/recensione/lamant-double/]