di - 30 marzo 2018

Ronald M. Schernikau, Canzone d’amore da un tempo difficile, L’Orma, 2017, pag. 120, € 11,00

Che scena memorabile! Autunno 1989. Mentre migliaia di tedeschi dell’Est si spostano in massa verso l’Ovest, un giovane poeta marcia tutto solo in direzione contraria. Magro, efebico e bellissimo, sembra inventato da Thomas Mann in un momento di debolezza.

Quando Matthias Frings descriveva così Ronald M. Schernikau  nella sua bellissima biografia “L’ultimo comunista”, uscita nel 2009 (e pubblicata in Italia da Voland), la vita di Ronald M. Schernikau apparteneva ormai alla leggenda, e non solo perché il suo passaporto fu l’ultimo emesso nella storia della DDR. Schernikau (1960-1991) era morto appena  due anni dopo quella migrazione controcorrente, al termine di una vita tutta controcorrente e, forse non sarà un caso, coincidente nella sua durata quasi perfettamente con la vita del muro di Berlino (costruito a partire dal 1961 dalla Germania Est per fermare l’esodo dei suoi cittadini verso Ovest).

Nato e cresciuto nella Repubblica Democratica Tedesca, all’età di sei anni la madre lo aveva portato con sé nella sua fuga nella Repubblica Federale nascondendolo nel bagagliaio dell’auto. Alle soglie dei vent’anni, ancora liceale, stupisce e sconvolge l’opinione pubblica con la pubblicazione di un romanzo tanto breve quanto intenso in cui racconta la presa di coscienza della propria omosessualità e si scaglia contro l’ipocrisia che impera sulle dinamiche sociali di una Germania solo apparentemente aperta e tollerante, soprattutto nelle piccole città di provincia (il titolo è infatti Kleinstadtnovelle”: La novella della piccola cittadina). Il libro fu un vero e proprio caso editoriale che andò esaurito in pochi giorni e fece diventare in breve il giovanissimo scrittore protagonista della vita culturale, politica e notturna di Berlino Ovest (dove nel frattempo si era trasferito).

La sua parabola fu rapida nell’ascesa e purtroppo anche nel declino, dovuto all’AIDS, che lo portò alla morte appena trentunenne, al termina di un’esistenza sempre vissuta sotto la stella di un’intelligenza ribelle alle convenzioni di costume e di pensiero e, letterariamente, culminata nella composizione dell’ormai mitico “Legende”: complesso e affascinante romanzo di montaggio, strutturato come una sorta di opera mondo politica ed esistenziale sotto forma di allegoria cosmologia, che Schernikau riuscì a inviare a editori e amici praticamente dal letto di morte ma che vide la pubblicazione soltanto diversi anni dopo, in poche copie, grazie alla mobilitazione di alcuni suoi estimatori. “Legende”, mai tradotto dal tedesco in nessuna lingua, è ancora oggi introvabile se non nel mercato dell’usato a prezzi inaccessibili.

L’orma è la prima casa editrice a portare Schernikau fuori dalla Germania, proponendone ai lettori italiani proprio l’opera d’esordio. Nella versione italiana la novella diventa canzone, “Canzone d’amore da un tempo difficile”, mutuando il titolo dalla poesia  di Brecht posta in esergo. E infatti di un canto si tratta, d’amore e, soprattutto, di libertà. L’istinto di libertà che guida il protagonista b. (proiezione dello scrittore stesso) ad affrontare il processo scolastico a cui è sottoposto con l’accusa di aver sedotto un compagno, senza vergogna e anzi con sentimento di sfida alle convenzioni via via sempre più consapevole. Ma anche la libertà stilistica che gli permette di articolare il suo monologo interiore, muovendosi con la libertà di volo di un uccello nel cielo della lingua, quando con linee aggraziate, quando in modo scattante e nervoso, rifiutando l’uso delle maiuscole, spezzando ritmi e grammatiche, alternando modi introspettivi e incessanti interrogazioni, passaggi di una tenerezza inaudita e furiose invettive. Una libertà freschissima, rimbaudiana, che solo la gioventù può far bruciare così improvvisamente. Bella la traduzione di Stefano Jorio che mantiene le ali al testo anche nella versione italiana.

ho paura. sono femmina, sono maschio, doppio. sento il mio corpo allontanarsi dal mio corpo, vedo le mani bianche, gli occhi nello specchio, non voglio essere doppio, chi sono? voglio essere io, maschio, femmina, vedo solo bianco. sono di fronte a me stesso, voglio raggiungermi, allungo le braccia verso di me, dove sono? vedo bacio, abbraccio, mi riunifico a me stesso.

La “Canzone” è il diario di un corpo a corpo con le inquietudini e i dolori di chi d’un tratto percepisce con sgomento quanto il cercarsi dentro di sé e il situarsi nel mondo siano strade che possono prendere direzioni radicalmente diverse se non si ha la forza di resistere alla forza degli schemi consueti. “Chi non si avventura incontro al pericolo, ci morirà dentro.” Ci morirà almeno il fanciullo che si porta dentro, e che ne è la parte più preziosa. Lo scrive Schernikau ma – lo sa bene chiunque abbia un’anima libera – è valso e vale sempre per tutti noi. Questo è forse il segreto dell’empatia profonda che il romanzo accende con la sua voce adolescente, proprio come solo certe canzoni sanno fare.

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