di - 30 marzo 2018

Giovani violenti o nolenti

Nelle ultime settimane, peraltro con pochi commenti e poche riflessioni, si è letto di un paio di giovani adolescenti che si sono uccisi perchè oggetto di scherno per il loro aspetto fisico, perchè, a dire dei loro giovani aguzzini, non erano belli. Si è parlato di più dei giovani che hanno massacrato, a Napoli, una guardia giurata per rubargli la pistola; mentre, sempre in quella città, le bande giovanili ormai sono un fenomeno dalle dimensioni inquietanti. Naturalmente, dentro quei fenomeni, affondano radici e ragioni assai diverse: la qualità delle nostre scuole (e non è solo un problema di spazi), la qualità (o l’assenza) dei luoghi di socializzazione, la condizione precaria e stressata delle famiglie, il lavoro che manca e, quando c’è, rende la vita ancora più precaria, il futuro incerto e soprattutto confuso, il rapporto con un corpo che cambia e non conosci, soprattutto non ti appartiene. Ma possiamo davvero contenere tutto dentro queste ragioni? L’adolescenza è da sempre il luogo dell’incertezza, dell’indeterminatezza, dell’indecisione. Quell’esistere traballando è la dimensione stessa dell’essere adolescente; come ha scritto Jessamyn West “…a quattordici anni non hai bisogno di una malattia o della morte per la tragedia”. In questi tempi, però, c’è qualcosa che cambia in modo preoccupanta non tanto l’incerto sentire adolescenziale, ma gli effetti di quella sensibilità vibrante. E’ certo vero che lo sfottò all’amico grassottello o troppo mingherlino, alla ragazza non avvenente,  per quanto perfidi ed inaccettabili, ci sono sempre stati. La peculiarità oggi di quei comportamenti ha una doppia connotazione (mi perdonerà Umberto Garimberti se mi inerpico lungo un sentiero che certo non conosco sceintificamente). Intanto la bellezza, la perfezione fisica, mai come in passato, sono diventati anche “qualità professionali”; linguaggi che consentono di entrare più agevolmente nel mondo, che rendono socialmente accettabili. Basti per tutti l’esempio dell’attività sociale più nobile, la politica, dove sempre più spesso ci troviamo di fronte ad elette ed eletti premiati dalla gradevolezza e telegenicità. La presa in giro degli adolescenti verso l’adolescente non rispondente ai canoni di bellezza riconosciuti dal gruppo, rispetto al passato oggi si carica della terribile dimensione pubblica attraverso internet ed i social. Non siamo più alla “dialettica” del gruppo, ad una comunicazione che comunque restava dentro le mura delle relazioni consolidate e, lì dentro, trovava le risposte o consumava il dolore, quindi anche il suo lenimento. La dimensione pubblica dei social ovviamente rompe gli argini, sbriciola il gruppo, trasforma lo sfottò in vera e propria offesa, il sorriso dei pochi diventa il ghigno dell’intero universo. Una tale condizione diventa difficile da superare con un’ alzata di spalle ed un rossore imbarazzato. Andarsene dal palcoscenico per alcuni diventa l’unico modo per sfuggire alla gogna, per trovare una  (terribile) risposta, per uscire dall’inferno. A questa condizione dolorosamente soverchiante, c’è da aggiungere la scarsa inclinazione sociale a identificare e, ove necessario, punire le responsabilità. L’adolescenza per molti sembra un’età che non presuppone ci sia una colpa da espiare, perchè comunque la colpa ha sempre una qualche motivazione esogena. La famiglia, la società, la scuola diventano gli scudi dietro cui l’adolescente trova comunque l’assoluzione. Ma, se deresponsabilizzi fin da quell’età, allora non ci sarà crescita, ma soltanto un trascinarsi da un’età all’altra, lasciando dietro dolori senza ragioni e senza consolazione.

[disegno di Cristina Gardumi, g.c.]