di - 9 aprile 2018

Facebook, noi e la perdita dell’innocenza

Certo è grave quanto emerge dalla vicenda delle informazioni sugli utenti di Facebook utilizzate per inciderne sugli orientamenti politici o per condizionarne le scelte di vita. Ma occorre prendersi ognuno le proprie responsabilità. Intanto, in Italia e non solo, buona parte delle informazioni che sono a disposizione, istituzionalmente, degli uffici pubblici sono gestite e archiviate da programmi di società private che le depositano in server a giro per il mondo e per l’aere. Quindi, il bene oggi più prezioso, le informazioni, non sono in mani certe, neppure quando pensiamo che siano in mano pubbliche. Insomma, Facebook rischia di diventare un alibi per non affrontare un problema molto complicato e vitale, del quale però noi, singoli cittadini, ci portiamo una parte significativa di colpa, quanto meno per un evidente errore di sottovalutazione su quanto “valgono” le informazioni su di noi.  Questa nostra sottovaluzione trova una sua causa nel fatto che abbiamo smarrito il valore dell’intimità. Se, nel sessantotto, fu chiesto a gran voce che il privato fosse pubblico, per liberarci dai vincoli di una cultura arretrata, che, specialmente per le donne, aveva i tratti dell’oppressione; oggi assistiamo al fenomeno del privato che rivendica semplicemente di essere “pubblicato” e, come tale, perde il suo nocciolo più intimo, diventando oggetto di esibizione e di consumo. Questa esigenza di “pubblicarsi” nasce, in buona parte, dal sano bisogno di socializzare, ma la socializzazione attraverso internet ed i social, per definzione, diventa una socializzazione che -come scriverebbe Elena Ferrante- finisce per “smarginarsi”. E’ una socializzazione difficile da gestire e da controllare. Ci sarebbe bisogno di una vera e propria “educazione digitale” e di regole in grado di impedire che la ricerca dell’altro diventi la perdita di sé. Tuttavia c’è anche un altro angolo da cui guardare quel problema. Nello smarrimento del valore del privato, della propria intimità, svolge un ruolo non marginale il nostro bisogno (eccessivo?) di sicurezza. Ormai le nostre città -su nostra richiesta e sollecitazione- stanno diventando luoghi perennemente illuminati e costantemente sottoposti all’occhio vigile di telecamere installate ad ogni dove. Questa sorta di interminabile diretta finisce -a mio modesto parere- per artefare la vita negli spazi pubblici e deforma la percezione dell’incontro. La città è anche fatta di ombre, di margini, di chiaro-scuri, che non sono necessariamente i luoghi del malaffare, da sempre invece essendo soprattutto i luoghi degli amanti, dei baci rubati, dei bisbiglii. Così, fuori di metafora, siamo arrivati alla vera sfida del nostro tempo che, in una parola, è la scelta fra libertà e sicurezza, fra vivere l’imprevisto e l’incerto o illudersi che la luce sempre accesa e le immagini in presa diretta ci consegnino la felicità delle certezze. La scelta fra faticosamente essere, ma anche liberamente non esserci, o frettolosamente apparire.