di - 13 luglio 2018

Marco Alloni, Antonin Artaud. L’uomo che pensò l’impensabile, Clinamen, Firenze 2018

Il 4 marzo di quest’anno ricorrevano i settant’anni dalla morte di Antonin Artaud. E proprio di recente è uscito un tributo fondamentale alla sua figura: il saggio Antonin Artaud. L’uomo che pensò l’impensabile di Marco Alloni (ed. Clinamen, Firenze 2018). Editore di nicchia, Clinamen non è nuovo a opere su o di autori di alto calibro: la sua collana «La Biblioteca d’Astolfo» annovera testi che vanno da Proust a Spengler, da Majakovskij a Coleridge, da Joyce a Schopenhauer a Feuerbach a numerosi altri. E dove si colloca Artaud – e il libro-pamphlet di Alloni – se non sul crinale di quella perpetua contaminazione fra letteratura e filosofia che ha sempre reso tanto più cogenti sia letteratura che filosofia? La domanda riecheggia, implicita, lungo tutte le 78 pagine del libro. Una domanda a cui si accompagna un interrogativo ancora più estremo: «Perché – come si legge nel retrocopertina – uno dei più grandi geni del Novecento ha dovuto patire dieci anni di manicomio e ben cinquanta elettrochoc? Perché l’Occidente non ha riconosciuto in lui una delle menti più eccelse della modernità? Perché nessuno o quasi ha saputo “pensare l’impensabile” con la stessa coerenza e il medesimo impareggiabile coraggio? La risposta che si offre in questo saggio è perentoria: perché Antonin Artaud fa paura».

Capire Artaud significa dunque, in primo luogo, cercare di vincere gli oltraggi della paura e osare un passo oltre le rassicurazioni dell’evidenza: superare la «normalità», guadagnare i territori della follia e conquistare, laddove possibile, gli abissi dell’impensabile. In una parola, spingersi al di là e fuori dalle comodità del Canone e – come fa Alloni – tentare quell’estremo recupero dell’essenziale che è di tutta la vita e la poetica del marsigliese. Un’operazione complicata e pericolosa, naturalmente, poiché in gioco è la nostra stessa razionalità e, di conseguenza, la nostra identità occidentale, il nostro compiacimento nei confronti della modernità e la nostra sudditanza al verbo scientifico. Ovverossia la nostra persuasione che si possa conservare la verità, il suo palpito recondito, solo fuori dai soprassalti dell’irrazionale.

Non a caso Alloni esordisce con un capitolo intitolato «Salvare l’Occidente», in cui subito si chiariscono le prospettive del libro: un libro rivolto a quella «pleiade di occidentali (…) a cui l’idea stessa di misurarsi con Artaud (…) deve evidentemente apparire molesta come la vita a Flaubert che cercò di “schivarla” nell’arte». «Chi perché Artaud era pazzo», infatti, «dunque irriducibile alle categorie della scienza, chi perché era un primitivo, inservibile ai fini della celebrazione del progresso e della civiltà, chi perché scriveva per pochi o nessuno, dunque era ante litteram fuori mercato, chi perché, semplicemente, non avendo mai osato pensare l’impensabile, uno sforzo di pensiero fuori dalle strettoie della ragione e il Rasoio di Occam l’ha sempre concepito come stravagante e contrario al dettato illuministico – nessuno ha voluto riscattare Artaud».

Il saggio L’uomo che pensò l’impensabile un riscatto invece lo cerca, nel suo linguaggio affilato e teso all’immediatezza, fin dal riabilitare Artaud dalla sua presunta paranoia compulsiva: cioè fin dal motivare – prima ancora che giustificare – la sua follia. È difatti solo assumendo il suo genio come «genio destabilizzante» che si può entrare nelle logiche imperscrutabili del suo pensiero, della sua filosofia dell’occulto; come solo grazie a un «soprassalto mistico» si può «recuperare, non solo il meglio del Novecento, ma il meglio dell’Occidente». E che cos’è questo Occidente messo alla sbarra, obbligato a pronunciare il suo mea culpa nei confronti di uno tra gli autori più fecondi e tuttavia più negletti del secolo scorso? È un Occidente che, se vuole uscire dalle strettoie del suo conformismo razionalistico, deve letteralmente «rinunciare a tutto», dalla comodità di qualsiasi canone o del cosiddetto Canone occidentale (secondo la definizione di Harold Bloom) «agli apriori dell’ateismo all’ansia di successo allo storicismo evenemenziale». Insomma, è un Occidente che deve recuperare la propria dimensione spirituale, innanzitutto, e l’Oriente di cui ha fatto strame pretendendosi suo dominatore e modello di ispirazione. È un Occidente che, «per ritrovare il passo della propria salvezza, per guardare alla salvezza altrimenti che materialisticamente», ha bisogno di uno «sguardo profetico»: quello che Antonin Artaud rivolse al mondo e il mondo gli restituì in forma di ostracismo.

Ecco allora nel saggio di Alloni la spietata infanzia di Artaud colta nei suoi momenti fondamentali di «crisi» e di «ripensamento dell’ovvio»; ecco la sua grafomania adolescenziale, che si riversa poi in una lunga ed estenuata lamentazione nella sua corrispondenza con Jacques Rivière, vero e proprio «cinico e clinico» rappresentante della borghesia savante incapace di cogliere le risonanze estreme della genialità artaudiana (genialità di poeta, oltreché di pensatore); ecco una feroce dissezione del concetto di «male» come chiave di accesso alla poetica di Artaud («non è singolare che Artaud abbia prodotto lugubri cristalli di poesia intorno all’ossessione del male mentre altrove si producevano educati alessandrini a panacea del dolore, che trascese l’indolenza borghese di considerarlo, il male, effetto delle petulanti determinazioni del caso, che si interrogò su deliberazioni cosmiche, storiche e spirituali – nel cui grembo, assai precocemente, intuì annidata l’intenzionalità – mai interrogate da alcuno, che assunse su di sé la natura dinamitarda del male»). Ecco dunque, in una parola, che il saggio ci ripropone, passo per passo, che cosa abbia da intendersi per poesia dell’impensabile, e quale dovere gravi su di noi per liberarla dalle definizioni annichilenti e censorie.

Ma ne L’uomo che pensò l’impensabile si va anche oltre il piano strettamente filosofico e poetico. In pagine che rievocano il biografismo più consapevole, si delinea quella che fu l’irriducibile «coerenza» di Artaud: vivere e pensare – come teorizzò in anni maturi nel suo Il teatro e il suo doppio – senza iati di sorta. Vivere e pensare, potremmo dire, affinché la cultura sia vita e la vita cultura e nessuna scissione si produca tra le due istanze. «Immaginatelo oggi, un uomo siffatto, deriso dal suo stesso coraggio, offerto al cipiglio di chi, da comode pantofole, non se saprebbe scorgere che la stravaganza o l’irragionevolezza. Immaginatelo al cospetto della pleiade dei celebrati e del loro elementare orgoglio libresco. Vi par verosimile che uno solo di costoro, uno soltanto si sarebbe immolato – giacché di immolazione si trattò – per la conoscenza?» E ancora: «Chi, quale poeta, quale scrittore, quale filosofo, quale filologo negli ultimi cento anni si sarebbe messo a dorso di cavallo, per ventotto lunghissimi giorni, per andare a indagare in una terra abitata di rocce non meno che di simboli, di montagne non meno che di segni araldici, dove ancora l’uomo conservasse i tratti del divino?».

«Sacrificato alla follia», Artaud – perlomeno in questo personalissimo saggio di Marco Alloni – si presenta allora come l’estrema scaturigine di un pensiero che ha nei suoi predecessori – o «compari d’Apocalisse» – la propria remota determinazione: Rimbaud, Baudelaire, Lautréamont, de Nerval, Nietzsche, Poe, Van Gogh, «sette dissennati che se la Storia non avesse suicidato o relegato tra i fenomeni della devianza creativa (…) sarebbero assurti agli onori del Canone e l’avrebbero connotato di ben altre coloriture da quelle che ancora oggi imperversano». Ripensare Artaud significa pertanto non solo ripensare e riavvalorare – concretamente, non nella sterile imitatio di epigoni «senza fibra» – il suo «teatro insurrezionale» («fuori da un radicale ripensamento dello spirito, niente ripensamento del teatro»), il nostro concetto di «cultura» («il sapere cumulativo e utilitaristico (…), il potere di sapere, il sapere come potere»), la nostra idea di «filosofia» («la fatuità di quel complesso di speculazioni che prendono il nome di metafisica occidentale»), di «civiltà» («che della cultura ha fatto usbergo e baluardo alla vita»), di «magia» («non è forse nel segno del “magico” che risolviamo concretamente il nostro debito con l’Antico e con la Natura?»), ma anche riconsiderare e riavvalorare il «nostro» Oriente, l’«Oriente che è in noi». Quell’Oriente che nel Teatro balinese trova la sua configurazione più emblematica, ma che Artaud – e con lui Alloni – invoca anche come superamento del «rimosso del teatro, della cultura, del linguaggio e della spiritualità occidentali». Come dice lo stesso Artaud: «Il nostro teatro soltanto verbale (…) potrebbe chiedere al Teatro balinese una lezione di spiritualità (…) che ci dà un’idea straordinaria del livello intellettuale di un popolo che pone a fondamento dei suoi piaceri collettivi le lotte di un’anima in preda alle larve e ai fantasmi dell’aldilà».

Attraverso il breve saggio di Alloni – tanto più denso quanto meno prono ad ambizioni di natura accademica – abbiamo così la misura di che cosa un autore del calibro di Artaud possa aver consegnato al nostro tempo: un lascito ancora tutto da esplorare e che forse, qualora esplorato, potrebbe farci diversamente ragionare sui destini a cui andiamo incontro, a quella che Alloni chiama la nostra probabile «Apocalisse». «Ci sono sconfitte che bruciano, è vero» ci allerta una delle ultime pagine del libro. «Ma quella del razionalismo non è mai stata ammessa. Come negata è quella del capitalismo e misconosciuta quella del Mercato. Ma allorché, tra gli scaffali dell’informazione letteraria, tornerà ad affacciarsi il puro delirio scardinatore di Artaud, giustizia sarà fatta e si potrà riaprire il forziere del pensiero. Fino a quel momento l’impensato sarà terra morta e lo Spirito il suo accolito in decomposizione (…) Restituiteci la follia, abbiamo bisogno di salvarci».