di - 28 novembre 2018

Finanze: Berlino come Roma

Non tutto va bene nella finanza pubblica tedesca, anzi. Ma proprio lo scorso due luglio 2014, mentre l’ignaro Matteo Renzi difendeva il bilancio pubblico italiano dagli strali del capo dei parlamentari del PPE, la Germania approvava il piano per raggiungere il suo pareggio di bilancio nel 2015. Il pareggio di bilancio è l’Oscar dell’economia pubblica: chi riesce a raggiungerlo, o a farlo credere, vince il banco nel mercato dei capitali mondiali.

C’è senza dubbio l’economia che va bene, ma oggi conta fino a un certo punto, perché ci sono da studiare anche alcuni trucchi contabili che è bene mettere a fuoco. Non esiste, peraltro, un modello unico, in UE, per scrivere i bilanci di previsione pubblici o quelli annuali dello Stato.

Vediamo quindi i punti di divergenza oggettiva del sistema finanziario pubblico (e politico) tedesco dal nostro, così vedremo meglio quanta pazienza occorre ai tecnocrati dell’Unione per valutare i bilanci pubblici. Che, se sono fatti proprio bene, valgono per tre-quattro mesi, non esiste bilancio non di previsione e operativo che possa ragionevolmente essere preso sul serio per dodici lunghissimi mesi. Né nel pubblico né nel privato.

“I bilanci sono tutti falsi”, bofonchiava sempre Enrico Cuccia tra i corridoi di Mediobanca, tra tomi crociani e classici latini, che adorava e conosceva benissimo. Di solito tutte le imprese (di Stato o meno) ne scrivono tre: quello visibile a tutti, spesso certificato dalle migliori agenzie specializzate; quello che conoscono solo in pochi, che non esce mai dagli uffici dell’Aziende; quello segretissimo, che conoscono solo i manager più importanti. Il maggior grado di verità, nel senso della adaequatio rei et intellectus, è naturalmente quello del terzo. E questo vale anche per gli Stati, non dimentichiamolo mai.

Bene, vediamo il primo trucco, o come vogliamo chiamarlo più rispettosamente, la prima “divergenza tecnica” tra i bilanci pubblici tedeschi e italiani. Intanto, c’è il ruolo specifico della KfW, Kreditanstalt fuer Wiederaufbau, la “Cassa Depositi e Prestiti” tedesca. Come è noto sono entrambe di proprietà pubblica: la CDP è dello Stato italiano all’80,1%; mentre quella tedesca è tutta pubblica, per l’80% dello Stato Federale e per il restante 20% dei Laender regionali. Diversamente la nostra CDP ha alcuni investitori come Saipem (che è ENI al 30%), Dodge & Cox, e infine Banca del Popolo Cinese, con il 2,03% delle azioni.

I titoli emessi dalla KfW per finanziarsi sono obbligazioni garantite direttamente dallo Stato centrale, come quelle della CDP, con una correlazione diretta con i loro Bund e quindi a bassissimo interesse.

Le nostre obbligazioni CDP, invece, sono “di mercato” ed emesse da un contesto aziendale in cui l’80% è pubblico, ma il 15% è delle Fondazioni Bancarie (anche di Carpi e di Tortona) e per l’15% di azioni proprie. Ovvio che la valutazione dei mercati sia meno ottimistica per la CDP di quanto non sia quella dei titoli KfW.

La CDP raccoglie circa 320 miliardi di euro l’anno, grazie anche al vecchio e indimenticato risparmio postale, ma la KfW ne rastrella ben 550 l’anno, che reinveste a tassi minimi nelle imprese, soprattutto in quelle piccole e medie, acquistando i loro titoli o prestando direttamente liquidità alle aziende. Ma il debito della CDP rientra tutto e a pieno titolo nel debito pubblico italiano, quello della equivalente azienda statale tedesca no, mai. Il trucco risiede in una norma contabile e fiscale dello Stato tedesco, che impedisce la contabilizzazione nel debito pubblico nazionale delle imprese che, pur essendo del tutto pubbliche, raccolgono sul mercato almeno la metà della liquidità che serve ai loro costi annuali. Una argomentazione tipica delle fiabe dei Fratelli Grimm. Bella storia: siamo già a mezzo miliardo di Euro che escono, legalmente, dalla contabilità pubblica della Germania, senza colpo ferire.

Mentre la povera CDP, oggi ottimamente gestita, viene trattata da banca privata e quindi venderà titoli e obbligazioni sempre a prezzo più elevato di quello offerto dalla KfW. La Vigilanza della KfW, peraltro, è demandata non alla Bundesbank, l’Ente di Emissione di Berlino, che pure sgancia tutti i quattrini, ma al Ministero delle Finanze.

500 miliardi di Euro sono un quarto del bilancio pubblico tedesco: se sommassimo i debiti della KfW, il rapporto debito/Pil di Berlino arriverebbe, dal 67% di oggi, subito al 98%. E inoltre, il pareggio di bilancio tedesco, visto che riguarda autonomamente i sedici Laender e lo Stato Centrale, tutti finanziariamente indipendenti e con i loro totalmente autonomi bilanci, va a tre fasi: lo Stato Centrale, i sedici Laender, infine i Comuni. I comuni hanno debiti per il 50% circa dell’intero debito pubblico registrato dei nostri amici tedeschi. Per i comuni tedeschi il pareggio di bilancio non è obbligo di legge. E quindi il sovra-indebitamento dei Comuni tedeschi è oggi colossale. E si indebitano, guarda caso, quasi unicamente con la KdF.

In Germania, poi, la metà e più del sistema bancario è pienamente pubblica. Con le Landesbanken che sono sei, e gestite tutte con criteri eminentemente politici. Inoltre, la KfW non fa come i bischeri liberisti che hanno liberalizzato il mercato dei titoli pubblici italiani nel 1981. No, la banca centrale acquista gli invenduti del Tesoro e li “congela” per poi ricollocarli, tranquillamente, sul mercato secondario. È prassi contraria esplicitamente all’art. 101 del Trattato di Maastricht. Non si può comprare l’invenduto per poi rimetterlo sul mercato secondario dei privati e delle banche, guadagnandoci e facendo aumentare il prezzo e, infine, l’interesse del titolo. Ma sai com’è…

Poi c’è il trucco contabile sulla disoccupazione: che appare nei Sacri Bilanci al 5%, mentre le persone a rischio povertà sono il 25%. Un quarto dell’offerta di lavoro è composto infine da mini-jobs e quindi le statistiche tedesche (come peraltro le francesi e anche quelle Usa) considerano occupati a pieno titolo tutti coloro che guadagnano, nel mercato dei mini-lavori, 500 euro al mese o poco più. Sono le famose Leggi Hartz che il ministro Di Maio è andato recentemente a studiare in loco. Quindi, il 17,5% della disoccupazione italiana è un calcolo che potrebbe andare benissimo anche per i tedeschi, se solo lo facessero.

L’economia sommersa tedesca vale poi il 13% del PIL, con otto milioni di lavoratori occupati e ben 350 miliardi di euro di evasione fiscale. Le Landesbanken hanno poi 637 miliardi di crediti non esigibili, con altri 550 almeno che sono invece sulle spalle delle banche nazionali e “di sistema”.

Insomma, la Germania non sta meglio degli odiati “meridionali”, ma vende benissimo le sue apparenze.