21 Aprile 2024
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Rock’n’Roll Calling

La sua appartenenza al 1979 è poco più di un mero caso, essendo uscito nel mese di dicembre. Purtuttavia, è bello pensare che London Calling appartenga all’anno della signora Thatcher, quello in cui comincia uno dei periodi più controversi, ma anche musicalmente fecondi, della storia d’Inghilterra.

Monumentale fin dalla sua composizione in due vinili (che all’epoca era solo di alcuni concept album) è il primo disco allegramente globalizzato della storia. Si lascia definitivamente indietro il tenue legame trattenuto dai Clash col punk per abbracciare ritmi diversi, soprattutto quelli caraibici che fino dall’inizio dei settanta avevano amato i fenomeni più diversi, da Marley alle street parade ai primi Police. C’è quell’affresco epocale che è la title track, con l’era glaciale del thatcherismo che avanza, il frumento che appassisce e le inondazioni che sommergono la metropoli. Ci sono i cannoni di Brixton, l’ultima frontiera della resistenza, ci sono le allegre bombe della guerra di Spagna, l’alienazione consumistica di Lost in a Supermarket e quella politica di Clampdown, la sorpresa finale di Train in Vain.


La registrazione del disco fu un autentico casino organizzato messo su da Guy Stevens, il guru della produzione della Island voluto a sorpresa dal gruppo per la sua capacità di elettrizzare la vita in studio (capacità che lo porterà a una morte prematura di lì a due anni). E poi c’è la foto di copertina: alzi la mano chi non ha voluto almeno una volta essere Paul Simonon, e frantumare sul palco quel basso. Dio, quella foto È il rock’n’roll, senza mezzi termini. Nessuno è mai più arrivato così vicino a cogliere in un attimo l’ontologia del rock, nella sua forma più pura. Anche per questo amiamo London Calling.