25 Maggio 2024
Words

Perché si odia

Parliamo di odio con i ragionamenti di uno dei sociologi che è andato per la maggiore in questi ultimi anni, il polacco Zygmunt Bauman che nel suo Il disagio della postmodernità (Traduzione di Vera Verdiani, Laterza. Roma-Bari, 2018) mette a punto due equazioni che mi sembrano fondamentali per capire il mondo dentro al quale stiamo vivendo.
Intanto dice che viviamo in un mondo di incertezza, di precarietà, di transitorietà di tutto e tutti. Noi, ne deriva Bauman: leggiamo la nostra debolezza (figlia dell’incertezza) come forza degli stranieri, degli immigrati, dei diversi da noi. E’ chiaro che se una persona è uguale a me avrà la stessa incertezza esistenziale: se una persona è diversa da me essa sarà dunque priva di quell’incertezza. Da qui l’odio per gli stranieri.

Poi il sociologo polacco dice ancora che lo stanziale vede nell’immigrato la sorte che gli sarebbe potuta toccare in qualche caso. L’universo baumaniano è quello del fortuito, dell’accidentale, dell’accadere puro e semplice. Dunque lo stanziale è mosso da istinti di presa di distanza e di ostilità verso l’immigrato perché vuole esorcizzare quella sorte. Mi sembrano queste due buone spiegazioni del perché si respiri oggi questo senso di ostilità, di livore, di rivendicazione di un’appartenenza non altrimenti generalizzabile nei confronti degli immigrati.

La domanda di fondo resta sempre la stessa: perché quest’odio? Perché quest’odio per il diverso?

Nella globalizzazione dell’incertezza (come amerebbe dire Ulrich Beck) nella quale viviamo ogni cosa dura il semplice attimo del suo consumo. Non a caso la nostra economia è quella capitalistica del consumismo. Niente dura eterno; niente (nemmeno le relazioni interpersonali) dura più che lo spazio di un attimo. Dunque non potendo soffermarci su alcuna cosa e scendere così in profondità: si rimane per così dire alla superfice delle cose. «Quell’uomo è diverso da me. Ha la pelle più scura. Professa un’altra religione». Questo basta a far sì che si scatenino istinti di rivalsa e di rivendicazione nei confronti di quell’immigrato che non risponde all’idea che ognuno di noi ha nella testa di essere umano. O meglio: di essere umano uguale a «noi». Se dunque sarà diverso vuole dire che questa diversità è il male. Ma perché questa diversità non può essere il bene?
Oppure ancora: perché questa diversità non può essere una cosa che la stessa dignità della «nostra» uguaglianza (del nostro essere «noi» altri uguali a «noi» altri)?

No: l’immigrato è diverso da «noi» e quindi è una incarnazione del male. Perché evidentemente noi siamo il bene. Noi europei. Noi italiani. Noi occidentali. Noi di pelle bianca. Noi di religione cattolica.

Chi siamo «noi»? Chi sono questi «noi»? Ogni gruppo o conventicola (anche un club di quattro amici che si riuniscono la sera per guardare le partite su Sky) può essere quel «noi». Il problema dell’odio verso gli immigrati sta tutto nella caratterizzazione di quel «noi».
Chi siamo «noi»? Ognuno si crea la sua nicchia con delle persone uguali a lui – o forse non troppo diverse. Il club dei tifosi del Milan. Il circolo degli scacchisti.
Ma forse le cose non stanno nemmeno così.
Il razzista (perché non bisogna avere paura delle parole e quegli stanziali che reagiscono male verso gli immigrati sono dei razzisti) probabilmente non è affatto conscio della sua appartenenza a uno Stato, a una nazione, a un club sportivo. Egli sa solamente e superficialmente che l’immigrato e diverso da lui. E questa cosa gli causa il nervosismo. Perché, in fondo, lui stesso si considera male; lui stesso si fa schifo. E quindi tutto questo schifo lo vede bene anche nell’immigrato – che è altro da lui!

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.