20 Aprile 2024
Sun

The Passenger. Per esploratori del mondo, Berlino, Iperborea 2019, pag. 192, € 19,50

 

Questa volta The Passenger non ci porta a visitare un Paese, come fa di solito -abbiamo conosciuto Islanda, Grecia, Portogallo, Giappone…- ma si ferma in una città, Berlino, al centro della attenzione dei media e di tutti noi, a trenta anni da quel 9 novembre 1989 che ha cambiato la storia della Germania, l’assetto dell’Europa, la scomparsa dei blocchi contrapposti USA – URSS.

Dà la parola a scrittori e giornalisti, conoscitori profondi della storia, della cultura, delle situazioni, come Andrea D’Addio, Falko Hennig, Peter Schneider, Daniel Schulz, Vincenzo Latronico, Cees Noteboom- per citarne solo alcuni, con foto di Mattia Vacca, fotografo documentarista a lungo collaboratore del Corriere della Sera.

Il quadro che ne emerge è quello di una Berlino fortemente vitale, di giorno e di notte “la notte è finita/comincia un nuovo giorno/tutto scorre/Berlino sei tu a darmi forza/sono una parte di te” dice Ellen Allien, la ragazza che ha contribuito alla colonna sonora degli anni novanta, la techno: quando Berlino disponeva di territori vuoti, zone di nessuno dove le proprietà non erano ancora state distribuite e gli investitori ancora dormienti, là sono nate discoteche leggendarie e “l’elettronica made in Berlin era il nuovo sigillo di qualità tedesco, un prodotto di esportazione dal raggio d’azione maggiore di quello dei missili ari terra”.

Enormi spazi liberi esistono ancora, come l’aeroporto di Tempelhof, cha dal 2008 è una distesa vuota di quattro chilometri quadrati, che i berlinesi vogliono rimanga tale, espressione del loro senso di libertà, luogo per correre, dormire, grigliare, meditare, il “vuoto urbano più grande del mondo”. Invece la grande area abbandonata che aveva segnato il confine, dove la DDR aveva buttato giù tutto ed era rimasta una sola casa, la Weihaus Huth e l’Hotel Esplanade, ha visto crescere un intero quartiere in pochi anni.

Tra le trasformazioni della città dopo la riunificazione va ricordato il quartiere di Prenlauer Berg, rifugio di artisti, intellettuali, dissidenti dell’Est, prima fatiscente ora risanato ma con il conseguente sfratto di chi vi abitava, a favore di privati: “Ormai evito le strade in cui ho vissuto per quasi vent’anni: -scrive Annett Groschner- ogni volta che passo davanti alle finestre illuminate, riparate da tende per evitare sguardi estranei, mi coglie una rabbia fredda”.

La trasformazione comprende la ricostruzione che a Berlino, secondo l’architetto Thibaut de Ruyter, è diventata copia, riproduzione e interpretazione del passato, senza escludere lo spostamento frequente di interi edifici: “Le copie berlinesi non sono mai totalmente autentiche (cosa, tra l’altro insita in qualsiasi copia) sono un’interpretazione, un gioco formale e stilistico, a partire da qualche documento d’archivio. La conferma definitiva di tutto ciò risiede nella ricostruzione del castello della città”, quello degli Hohenzollern.

Se la Porta di Brandeburgo rimane a simbolo del confine e del passaggio negato – tante volte cercato a rischio proprio e con gli espedienti più pericolosi – molti turisti iniziano a scoprire Berlino dal Checkpoint Charlie, riproduzione di un posto di blocco sparito ben prima della caduta del muro; quello vero esiste solo in foto.

Vanto della città è l’aver integrato Turchi e Vietnamiti, questi ultimi arrivati in gran numero negli anni settanta-ottanta del secolo scorso, sia nell’Ovest che nell’Est, a seconda della parte vietnamita da cui provenivano, ora portatori della loro cultura e attivi soprattutto nel settore alimentare, ben accetti anche per l’immagine pacifica ed espressione “dell’interesse tedesco di giovani imprenditori per identità transculturali”.

“Negli anni dopo la Riunificazione in Germania Est potevi scappare dagli attacchi neonazi ma avere amici di estrema destra: una cosa non escludeva l’altra”, oggi purtroppo “può succedere che le autorità si limitano a filmare il delirio di un’oratrice di estrema destra che fantastica di gas di sterminio e non intervengono subito durante la manifestazione -scrive Daniel Schulz- . Ci sono tanti parallelismi con il passato, con i rifugiati e la gente che si comporta in maniera apertamente razzista”, purtroppo in linea con ciò che succede in vari Paesi europei.

Lo scrittore Cees Noteboom evidenza cicatrici che sono rimaste dopo la riunificazione, per differenza di cultura e di mentalità. “Ci si abitua? Non proprio. Oggi puoi andare in metro a Berlino est senza dover scendere a Bahnhof Friedrichstrasse, semplicemente prosegui. I finestrini del treno disegnano davanti a te la città, il vuoto dove prima c’era il Muro, la mancanza di colori, l’architettura stalinista, l’altro. No, non ci si abitua”.

Tra le opinioni raccolte: “Quelli dell’Est hanno una mentalità da caporali, impossibile parlarci”. “Si sono adattati a quel sistema per quarant’anni, che razza di gente vuoi che sia? Uno su sei era membro della Stasi“ .

“Quell’Ovest sono arroganti, ci vogliono colonizzare”. “Soldi, soldi, e ancora soldi, non hanno in testa nient’altro quei Wessis. Noi ci considerano dei poveracci”.

“Quel giorno di novembre del 1989 fu uno di quei rari momenti, ma le conseguenze di quel giorno arrivano con la lentezza di una mossa di scacchi e i suoi abitanti sono al tempo stesso quelli che devono fare la mossa e attendere il risultato, e l’attesa è più visibile dell’azione”.

 

 

 

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Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.