21 Aprile 2024
Culture Club

Sul Muro con un neonazista

La prima volta arrivai in treno. L’ultimo pezzo era lungo e i binari correvano tra due muri laterali. La seconda volta arrivammo in bus, attraversando pianure e strade deserte dell’Est. La terza volta in treno, ma con un treno della DDR. La quarta in aereo. E così la quinta, la sesta, la settima, ecc.

Quando dico Berlino col cuore intendo Berlino Ovest, quella prima dell’abbattimento del Muro; col cervello intendo Berlino riunificata. In entrambi i casi intendo la città che forse, nonostante tutto, mi affascina di più. La cosa che mi sconvolgeva era come si potesse vivere in un luogo dove il Muro (tutti gli altri sono un muro qualsiasi) divideva i simili e non i diversi.

Alla fine del 1989 pensai che l’unico posto dove poter passare l’ultimo dell’anno fosse proprio Berlino, così convinsi alcuni amici a partire. Dormivamo in un asilo per bambini di famiglie problematiche. Era chiuso per le vacanze e noi ci appoggiammo lì perché un’amica italiana che viveva a Kreuzberg lavorava in quell’asilo e ci dette le chiavi.

Già arrivare a Berlino, quella volta, non fu facile. I soldati della DDR ci fecero scendere dal treno a Probtzella, di notte, nel freddo del confine tra le due Germanie, perché non volevano proseguissimo sul treno della DDR. Ci rinchiusero in una stanza senza bagno e senza riscaldamento, fino alla mattina dopo. Fu allora che ci aprirono e ci fecero salire su un treno adeguato a noi “occidentali” e ci spedirono a Berlino Ovest.

Della Berlino di quegli anni e della Germania ho sempre pensato (come scriveva riferendosi ad altro Marguerite Duras) che “il difficile non è raggiungere qualcosa, ma liberarsi dalla condizione in cui si è”.
Va da sé che stetti a Berlino tra il 1989 e il 1990 a guardare la città e cosa stava accadendo.

Qualche anno dopo scrissi una specie di racconto-reportage della notte tra il 31 dicembre 1989 e il 1° gennaio 1990, che fu pubblicato su Stilos e su il manifesto.
Oggi 9 novembre 2019, a trent’anni di distanza da quei giorni, lo ripubblico qui sotto, come avvertimento del nostro presente. Come dire che a Berlino si sono sempre giocate alcune sorti europee…

 

Oggi era l’ultimo dell’anno, il 31 dicembre 1989. Domani l’inizio dell’ultimo decennio prima del 2000. E il Muro veniva giù a pezzi, senza che nessuno tentasse di ricostruirlo, senza che nessuno, apparentemente, volesse opporvisi, come nel 1961, anno della sua costruzione comandata da Ulbricht. E noi eravamo qui. A vedere come sarebbe risortà l’Europa unita, occidente e oriente insieme, capitalismo e post-socialismo mescolati, anche se prima di arrivare qui le guardie della DDR ci avevano trattenuto per quattro ore a Probtzella e se l’unica democrazia manifesta, al momento, era quella dello scambio di valuta al mercato nero.

Questa storia comincia nel 1989, ma si definisce dieci anni fa, quando lessi un libro che mi fece l’effetto di un combattimento del film Fight club: steso a terra, dolorante, ma più consapevole del male del mondo. Quel libro si intitola Diario di un naziskine  l’ha scritto un ragazzo che ormai sarà un uomo adulto (credo, e spero, ancora vivo) di nome Ingo Hasselbach, che abbandonato dal padre lo ritrova a quindici anni, dopo aver rischiato la galera per furti vari, è lì che incontra una rigidità di comportamenti e una propaganda comunista ormai vieta che lo fa scoppiare. La sua è una rivolta verso quello che i CSI cantano in Unità di produzione: “delirio onnipotente, dominio che sovrasta, efficienza d’inetto,  burocratica casta, potenza del pesante, preme, compatta, schiaccia, preme compatta”.

Dopo due anni di sbornie e droghe, rubando in giro e vivendo per strada Ingo scrive dell’arrivo in casa del padre: “Ben presto mi resi conto che ti eri ripromesso di rieducarmi da zero. ‘Che ne sarà di te?’, era una delle tue domande ricorrenti. Ogni volta che me lo ripetevi mi sentivo malissimo. Infatti da un lato la risposta non mi interessava affatto, ma dall’altro nemmeno io sapevo darmene una. Anzi, io meno di chiunque altro. Inoltre mi dicevi che dovevo ascoltare più spesso la radio e la televisione della DDR. Ma quando ci provai sul serio mi accorsi che non me ne importava proprio niente, tutto mi sembrava bassa propaganda. I tuoi tentativi di influenzarmi ideologicamente furono un totale fallimento”.

Durante l’ultimo dell’anno del 1989 Ingo non aveva ancora deciso di abbandonare l’estrema destra e il partito neo-nazista, anzi era uno dei dirigenti di quei gruppi violenti e irresponsabili che si produssero proprio durante gli ultimi anni del regime comunista in Germania Est e furono vivificati dalla riunificazione tedesca. Così, mentre io e i miei amici avevamo deciso di cenare presto e festeggiare l’arrivo del nuovo anno alla Porta di Brandeburgo, insieme a tutta l’Europa, Ingo era lì in giro, anche lui a festeggiare qualcosa, ma non certo per gli stessi motivi. Noi pochi minuti prima delle 11 eravamo nella U-bahn, stipati come aringhe in scatola, verso il nostro obbiettivo. La gente era euforica, molti tenevano in mano sacchetti di plastica o di carta con dentro bottiglie, tutti sorridevano e, se accadeva di urtarsi, si reagiva con gentilezza. Si respirava nell’aria la complicità di coloro che si dirigono, tutti insieme, a una gita attesa, trasferendo sugli altri le proprie benevole aspettative.

Mancavano solo 10 minuti alla mezzanotte di quell’ultimo dell’anno della storia, noi arrivammo sotto al Muro poco dopo. La gente, per strada, ti fermava, ti baciava e ti faceva gli auguri. Chiunque fosse ti sorrideva; ognuno non poteva fare a meno di essere assolutamente consapevole di essere proprio lì, in quel posto preciso, non in un qualsiasi luogo altro luogo della terra; nessuno poteva fare a meno di salutare, come fossimo tutti insieme (milioni di persone), autoinvitati alla festa di tutti.

In prossimità del Muro era come una enormità: una fila umana che toccava quel cemento e ci si arrampicava sopra. Antonia si avvicinò a un tipo che stava spicconando il Muro e gliene chiese un pezzo.

– Ne vuoi un pezzo fresco?

– Sì! – rispose Antonia. E il tipo picchiò forte per lei che intascò un bel “sasso” colorato.

Qualcuno offriva da bere; io mi feci prestare un martello da una ragazza norvegese e raccattai la mia parte di pezzi di Muro, conquistati a furia di picchiare sulla parete dura. Molte parti di Muro, in tutta la città, erano già state abbattute, come in un’azione di massa spontanea; nei mesi successivi, invece, ci fu una gara furibonda, da parte di alcune ditte edili, per accaparrarsi chilometri di Muro da abbattere, visto che si trattava di ottimo cemento, materiale riutilizzabile per costruzioni.

Stefano e Antonia, nel pomeriggio, avevano comprato un barattolo di pasta per il trucco, e fermi vicino al Muro si offrivano di dipingere la faccia alle persone che passavano: spalmavano con l’indice, disegnando una figura semplice sulle gote e auguravano buon anno. I truccati sorridevano, ringraziavano e li abbracciavano.

Per strada, sotto al Muro gente a perdita d’occhio, mentre sopra il Muro c’era una barriera umana altrettanto incommensurabile. In alcuni punti il Muro aveva dei grandi buchi, attraversati solo dai fili di ferro innestati dentro al cemento, una specie di sbarre attraverso cui guardare l’est di là a pochi metri. Io e Paolo ci arrampicammo sopra, usando proprio quei buchi per appoggiare i piedi e – miracolo – una volta sopra al Muro (un punto dove era agibile e ci si poteva inserire agilmente e camminare sopra, si trattava di uno spazio di circa due metri) ci ritrovammo stretti in mezzo alla massa umana che stazionava lì in cima. Volgendo lo sguardo a est, verso la Porta di Brandeburgo assistemmo allo spettacolo più impressionante. Di là da quel Muro, come a ovest, una quantità smisurata di persone andavano e venivano. Qualcuno aveva eletto a proprio passatempo un percorso standard: faceva avanti e indietro da est a ovest, per una serie infinita di volte, scavalcando il Muro. Era il gioco preferito e dava grande soddisfazione: anch’io lo feci tre o quattro volte.

Con Paolo bevevamo tutto quello che ci offrivano. Si ballava sul Muro, come una specie di danza in cui tutti si muovevano e si accoppiavano, quando rischiai di cadere di sotto, andando con un piede giù nel vuoto. E a un certo punto non sapevamo più se eravamo a Est o a Ovest. Il rumore tutto intorno era una ridda di voci e lingue differenti, mentre molti militari che stavano lì a controllare che non accadesse nulla di grave, stazionavano da quelle parti assecondando chi avesse voglia di parlare o semplicemente chi faceva gli auguri. Una volta saliti e scesi dal Muro in quest’andirivieni gioioso e ossessivo da Est a Ovest, fino a confondersi, mi feci spazio tra le gente, arrivando fin sotto la Porta di Brandeburgo. Là sotto c’era un’impalcatura di tubi di ferro che tenevano le casse dell’impianto del concerto che si teneva poco più in là, verso la Unter den Linden.

Noi eravamo in una zona che starci in mezzo, fino a qualche mese prima sarebbe costato la vita; io avevo ancora i pezzi del Muro in tasca, quel Muro per cui qualche anno addietro Ingo era stato arrestato per la prima volta. Come racconta: “Un pomeriggio io e Freddy decidemmo di andare alla ceirmonia che ogni anno celebrava l’amicizia tra il nostro paese e le forze armate sovietiche. Dopo aver bevuto un bel po’ incominciammo a provocare i poliziotti. Tra loro c’era anche il sottotenente Schuchard, il nostro sbirro di quartiere che ci aveva già fermato varie volte. Due ore dopo ero seduto davanti a lui in manette. Avevo urlato forte e ripetutamente in mezzo alla folla: “Giù il Muro!”.

Io e Paolo, intanto tornammo indietro, verso Ovest, per cercare Antonia e Stefano. E appena risaliti sul Muro qualcuno accanto a noi iniziò a indicare in alto. Sulla Porta di Brandeburgo, proprio in cima, vicino alla biga con i cavalli, un gruppo di figure indistinte si dava da fare con il pennone. Ammainavano la bandiera della DDR. La gente, sotto, cominciò a stare in silenzio col naso all’insù. Quei quattro gatti tolsero la bandiera nera, rossa, gialla e issarono sul pennone più alto della storia di Berlino la bandiera portoghese.

Ci fu un applauso corale, ma il primo gesto simbolico lasciava ora spazio a un particolare nazionalismo, anche se lì per lì nessuno sembrò dare importanza a quella nuova bandiera – credo che per chiunque, lì sotto, quei pazzi arrampicatori avrebbero potuto issare anche la bandiera dei pirati, sarebbe stato uguale.

Con Paolo mi misi in cerca di Stefano e Antonia impegnati con i loro trucchi. C’era chi vendeva bibite prodotte artigianalmente, chi dolci e torte fatte in casa; c’era chi suonava, chi sedeva con tarocchi e cani al seguito. Alcune ragazze rumene avevano spiegato uno striscione su Ceausescu e avevano disposto molte candele sulla strada. Ci trovammo sul Muro. Stefano disse che era crollato un pezzo di impalcatura: qualcuno diceva che ne era crollata buona parte, portandosi giù una cassa enorme del concerto insieme a decine e decine di persone; qualcun altro diceva che a causa dell’incidente c’erano morti e feriti.

Anche la vita di Ingo vedeva crescere il numero di morti e feriti, perché la politica dei gruppi neo-nazisti era proprio quella di colpire violentemente i nemici: “Nei giorni successivi venimmo a sapere che nel corso degli scontri una ragazza del Tacheles aveva perso la vista. L’azione rafforzava la comunità neonazista, oltre a contribuire al’eliminazione della plebaglia rossa dalla faccia della terra. Poi ogni quattro cinque giorni si riuniva un gruppetto di persone della casa che partiva a caccia di stranieri verso la stazione di Lichtenberg. Un giorno invece prepariamo il primo vero assalto a un ostello di profughi stranieri. Ne scegliamo uno non tanto distante e ci andiamo in circa 150. Una volta arrivati lì cominciamo col lancio di pietre e bottiglie molotov”.

Mentre gli altri girellavano lì intorno al Muro io vi sedetti sopra, facendomi un po’ di spazio tra la gente. Accanto a me c’era una ragazza grassoccia che veniva dall’Irlanda, ma si stava alzando per raggiungere gli amici. Da dietro quelli in piedi mi spingevano, solo perché altri dietro di loro spingevano anch’essi. Mi perdevo dietro allo spettacolo della gente. Mi guardavo talmente intorno che non feci caso a chi mi si era messo accanto. Fu l’odore a farmi girare. Voltai gli occhi e vidi un biondino di non più di diciotto anni. Puzzava di alcol e ciondolava la testa, con le palpebre che faticavano a stare aperte. Vivevo ancora tutta l’euforia di esserci, tutta quella complicità di saluti e baci. Misi un braccio sulle spalle al ragazzo e con la mano gli detti una piccola pacca.

– Auguri – dissi.

Gli cadde la testa. Ma subito torse il collo e giro il viso verso di me, con gli occhi che mi fissavano di sotto sopra.

Con la voce strascicata: – Chi sei?

– Sono un italiano, e sono felice. È la notte più bella della mia vita.

– Italiano? Gente di merda. Io sono orgoglioso di essere tedesco e sono neonazista.

E staccandosi il mio braccio dalle spalle si ritirò indietro facendo il saluto nazista. Fu allora che abbassando lo sguardo vidi il suo ginocchio destro. Aveva i jeans strappati e pieni di sangue; la pelle del ginocchio era completamente abrasa, e pareva gli pendesse un pezzo di carne dalla rotula; continuava a sanguinare. Ebbi un rigetto e un senso di rivolta. Mi alzai in piedi di scatto.

Italiani mafiosi. Siete una razza inferiore. Straniero bastardo – replicò.

Scesi in fretta dal Muro; raggiunsi i miei amici: cercavo qualcosa di familiare. Ci fermammo ancora un po’ vicino alla Porta di Brandeburgo ormai piena di camion dei vigili del fuoco. Poi attraversammo un lungo viale. Nella U-bahn adesso le facce erano cupe di stanchezza o stravolte dagli additivi. Feci il viaggio di ritorno a testa bassa. Antonia e Stefano erano ubriachi e infastiditi da un tipo seduto accanto che non riusciva a tenersi e cadeva addosso ad Antonia; Paolo stava appoggiato in fondo al vagone con le braccia conserte. Arrivati in camera tirai un sospiro e pensai: “Che ne sarà di noi?”.