15 Luglio 2024
Sun

Amilcar Bettega, Lasci la stanza com’è, Del Vecchio Editore di Perelun srl 2020, pag. 201, traduzione di Daniele Petruccioli

Sono quattordici racconti brevi, quelli dello scrittore brasiliano Amilcar Betttega, tradotti per la prima volta in Italia da Daniele Petruccioli, grazie ad una borsa dal Programma di Residenza per traduttori stranieri in Brasile, del Ministero della Cultura brasiliano. Il titolo rimanda a R. Carver:“Lasci la stanza com’è. È tutto pronto ora. Siamo pronti. Vuole avviarsi?» riportato nel testo ad esergo

La lettura trascina subito in un contesto inusuale dove la realtà si confonde e si alterna col sogno, dove la immaginazione crea dimensioni inattese e si perdono le linee di separazione tra reale e immaginario, rimanendo a galleggiare in una atmosfera surreale che ci ricorda il mondo di Kafka.

I personaggi balzano dalla pagina come sculture, gli spazi si dilatano, si moltiplicano, nascono uno dentro l’altro come labirinti: “Poco a poco ho imparato quanto alla casa piaccia scherzare con cose che sono e non sono. Inventa stanze, ad esempio, che a volte spariscono subito, ma in altri casi si abbarbicano forte alla sua struttura, sorta di vani cardinali senza cui la casa non esisterebbe”.

Questi spazi lasciano una sensazione di straniamento, talora tendono a essere infiniti talora a chiudersi intorno, a soffocare. Si percepiscono come realtà vive, che ingannano nel loro improvviso trasformarsi, divenuti essi stessi personaggi accanto agli umani: “Mi sono svegliato quasi subito, fuori dal finestrino la città non smetteva di sfilare via. Il treno faticava a staccarsi da quel paesaggio pallido di strade e case e luci vuote. Mi sono riaddormentato e risvegliato, diverse volte ancora, e il treno continuava ad attraversare la città”.

A rafforzare il senso di sospensione, di disorientamento, di oppressione, manca ogni indicazione di luogo: “Doveva avere camminato senza meta, stanchissima, persa in qualche punto sconosciuto della città, forse lontano oppure chissà, forse proprio lì dall’altra parte, a tastare lo stesso muro che adesso gli gelava la schiena, forse lei era proprio lì, a piangere pian piano, magari rassegnata ma sempre a piangere pian piano, con le mani aperte contro le mura, sentendo freddo, la faccia incollata alla parete”.

Anche il tempo non ha confini, le azioni si ripetono fino all’ossessione, le attese diventano lunghe una vita, gli appuntamenti sono fatalmente simbolici, nessuno dà spiegazioni chiare su ciò che accade ma sembra che tutti sappiano tutto, come se lo respirassero nell’aria.

L’attesa è un elemento trasversale, sia che si attenda immobili le mosse di due teppistelli che scavalcano un muro di cinta, sia che si attenda una clientela che non arriva mai, o si vaghi alla ricerca di medicine introvabili. O si attenda con pazienza e fiducia la cura contro un virus che dilaga – che ci riporta drammaticamente ai giorni che viviamo: “Non sappiamo, né forse lo sapremo mai, cosa è venuto prima: se sia stato il virus a radicarsi qui e a causare tanto degrado o se sia stato il degrado, l’insalubrità del nostro ambiente, a generare il virus. Siamo attanagliati dal dubbio, ma non sta a noi chiarirlo. Prima, ce lo mostrano di giorno in giorno, dobbiamo occuparci del nostro fisico, della poca salute che ancora ci rimane”.

In una attesa infinita si accarezzano visioni oniriche di lei che esce dal bagno e finalmente si stende accanto nel letto. Si può attendere, come una morte agognata, la fine di una corsa crudele o si possono trascorrere giornate intere da uno strano veterinario senza sapere perché siamo lì con una cagnolina.

Non si sa niente di preciso sul perché si debbano fare certe azioni, si agisce spesso rimanendo nel vago, fino a trovarsi nelle situazioni più inspiegabili e talora estreme. La immaginazione lo può sopportare, la realtà non lo sopporterebbe.

Ci sono aperture su una umanità degradata e sofferente, dove la violenza è la risposta naturale al degrado: “I bidoni dell’immondizia lungo la strada sono pieni, il camion della spazzatura non deve passare di qui tutti i giorni. È un bene per i cani e i gatti randagi. C’è stato un periodo in cui uscivo di notte solo per prendere a calci gli animali che trovavo a frugare nella spazzatura, una specie di hobby”.

Si può diventare violenti e scaricare tutta la nostra risvegliata bestialità sugli altri quando siamo stati saturati da esempi di sadismo e violenza. Allora il gesto di violenza fatto per imitazione o costrizione assume forse il valore di una disperata liberazione, obnubilato ogni sentimento umano, divenuti sudditi – carnefici che obbediscono passivamente.

Di comportamenti del genere ne è piena la Storia: “.Ma la figlia della Duchessa e il dandy assestavano all’uomo certe belle frustate e lui si rannicchiava, correva da una parte all’altra dell’arena, lanciava grugniti rochi. Ma…io sentivo soprattutto il fischio della frusta mentre disegnava in aria una esse per poi andarsi a piantare sulla sua schiena. Il Capitano ha dovuto chiamare sette dei suoi uomini, per strapparmi la frusta di mano”.

La immaginazione che sfonda i confini della realtà porta a viverci dentro come se fosse una dimensione normale ed a ritenere che anche gli altri vedano ciò che vediamo noi. Questo consolerebbe dal pensiero di essere divenuti pazzi: “ Ho chiesto se aveva due minuti, ci siamo seduti su una panchina e ho cominciato a spiegare la situazione. Sorprendentemente, mi sono reso conto che non vedeva nessuna gelatina nella mia mano. Non volevo passare per pazzo, così ho cambiato discorso”,

In questo stato mentale si vedono volti staccati dal corpo che ti rincorrono per le stanze infinite e moltiplicantesi di casa tua; si convive con un coccodrillo sulla schiena, che ti spunta dalla giacca come un sostegno ed un amico che parla e invecchia con te. E poi ti consoli quando scopri tutti gli animali che spuntano dalle giacche altrui: “Prima di andarmene ho notato che anche il venditore aveva qualcosa sulla schiena. Non molto grande, perché a seconda dell’angolazione il gonfiore sotto il giubbotto diventava impercettibile. Impercettibile, tranne che io lo vedevo. Sì, qualcosa stava cambiando in me”.

Racconti altamente simbolici, perfetti, ognuno dei quali potrebbe offrire una serie molteplice di chiavi di lettura, che lasciano un senso diffuso e doloroso di precarietà, di sofferenza, di solitudine esistenziale, di assenza di tutto, fin dai beni primari, di bisogno di amore, condivisione e contatto. Ed anche di doloroso stupore. Tutto questo supera ogni riferimento ad un .contesto preciso – l’ambientazione potrebbe riportare a Port Alegre, e si estende all’umanità intera.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.