21 Aprile 2024
Voice of Jerusalem

Covid-19: lavorare o ammalarsi?

Come sempre, da quasi cento anni, israeliani e palestinesi sono un problema l’uno per l’altro. Succede così anche nei giorni del coronavirus. Ce lo racconta Suha Arraf su «+972 Magazine» di giovedì 16 aprile.

La discussione si arroventa sulla Barriera di Separazione. Quasi vent’anni fa, in pieno scontro militare fra le due parti, Israele decise di costruire un muro fra i due territori. La giustificazione era di difesa dagli attacchi suicidi palestinesi, ma è sempre stata contestata come una subdola annessione di territorio. Infatti, si iniziò a costruire sui confini del 1967 – quelli dopo la «Guerra dei 6 giorni» – ma piano piano ci si è allontanati e sono state «grattate» belle fette di terreno ai “territori”. Ma ora, per ironia della sorte, chi la subisce conta su questa per tenere lontano il coronavirus, e chi l’ha costruita non fa altrettanto.

Le autorità palestinesi affermano che il governo israeliano permette ai lavoratori di attraversarla senza autorizzazioni e senza controlli. Per loro, l’obbiettivo principale d’Israele è limitare i danni all’economia.

La Barriera, almeno dove la recinzione è di metallo, è piena di brecce. Ma si può passare anche attraverso i canali di drenaggio, di solito sigillati da griglie di ferro ma ora spesso aperti. O ancora, si può passare dai cancelli che permettono agli agricoltori di raggiungere i propri terreni rimasti sul lato israeliano del muro, e che oggi vengono lasciati incustoditi.Non c’è controllo medico su chi passa, e il coronavirus fa paura anche qui. Secondo i media israeliani quasi i due terzi dei positivi in Palestina (al 16 aprile, 308 positivi e 2 decessi, rispetto a 11.868 casi e 117 morti in Israele) sono collegati ai lavoratori che tornano da Israele. Allora si cerca di correre ai ripari. L’Autorità palestinese ha inviato le sue forze in tutta la Cisgiordania per impedire ai lavoratori di entrare in Israele. Oppure ci si organizza in maniera volontaria. A sud di Qalqilya, ad esempio, una piccola società di sicurezza tenta di impedire l’ingresso in Israele. Non appena vedono i lavoratori, provano a convincerli a tornare a casa. Alcuni lo fanno, altri dicono che non andranno in Israele solo se ricevono lo stipendio da quelli della sicurezza. La sera, invece, quando un lavoratore torna, arriva un’ambulanza e il personale effettua un controllo sanitario. Ma si pensa anche agli effetti politici. Per il governatore di Jenin «l’Autorità palestinese ha affrontato la crisi meglio degli israeliani. Con poche risorse ha fatto un lavoro migliore d’Israele, che si considera una superpotenza quando si tratta di scienza e di medicina e l’unica democrazia in Medio Oriente». La reputazione dell’Autorità palestinese migliora ma, afferma il governatore di Jenin, Israele è determinata a minarla. «Il loro obiettivo è presentarci come deboli e sotto il loro controllo. Non possono accettare l’idea che l’Autorità abbia guadagnato credito. Vogliono che sembriamo deboli di fronte al nostro popolo, incapaci di adempiere ai nostri obblighi. Ma noi stiamo facendo meglio di loro».

In risposta alle accuse, il Coordinamento delle attività governative nei territori (COGAT) si è rammaricato che «mentre lo Stato di Israele sta aiutando l’Autorità palestinese a gestire meglio la lotta globale contro il coronavirus, il governatore di Jenin sceglie di accusare Israele». Il COGAT afferma che, in previsione della pioggia, le autorità hanno aperto i canali di drenaggio per prevenire inondazioni «per il benessere del popolo palestinese che vive nell’area». L’affermazione che i canali erano stati aperti per l’ingresso senza controllo dei lavoratori è «falsa e sconnessa dalla realtà». Riguardo le accuse secondo cui l’esercito israeliano non controlla i canali aperti e le brecce nella recinzione, consentendo così ai lavoratori di entrare, il COGAT ha dichiarato che «contrariamente alle accuse, gli sforzi di difesa continuano come al solito».

Anche Israele e Palestina cercano di darsi risposte di fronte al dilemma: rischiare di ammalarsi o continuare a lavorare? Economia o Salute?