23 Febbraio 2024
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Matteo Bianchi, Fortissimo, Minerva Edizioni 2019, pag. 96, € 10,00

Una nuova collana di poesia, diretta da Giancarlo Pontiggia e Cinzia Demi, porta un nome femminile, Cleide, quello della figlia di Saffo, “alla quale la madre dedica dei bellissimi versi, quasi a mostrare l’indirizzo rivolto ai figli e alle figlie della poesia”, come scrive Cinzia Demi in una nota finale al testo del giovane Matteo Bianchi. In Fortissimo ad una parte diaristica iniziale, Diario di un amore, Bianchi affianca Mezzo Piano, poesie che vanno dal 2008, quando era appena ventenne, al 2018.

Un filo attraversa ed unisce le due parti, quello della giovinezza e dei suoi sconvolgimenti d’amore, quando la vita offre un ventaglio di percorsi, di curiosità, di desideri e sogni. Quando la “sfrontata assenza” di lei diventa un pensiero che non dà tregua e non si smette di rivolgersi al passato per riappropriarsi di gesti, di passi, colori.

Lei è la meta, quell’ubi consistam spesso ancora lontano dai pensieri di un giovane. Se aspirazione o realtà non ha importanza saperlo, questa donna comunque assomma in sé tutte le donne, ne è la sintesi, è lei che si desidera avere accanto e guardare dormire, e si cerca nelle stanze la scia del suo profumo di gelsomino, la notte: “Marta, Giulia, Silvia…ma ci dovrà essere l’unica che chiude il cerchio”, come si legge nel Diario di un amore.

Il commiato alla stazione è “amaro boccone di un addio” che fa “il cielo deserto sul treno”; il dolore dell’uomo fa tutt’uno con quello del “cane che piange” poco lontano.

Ogni commiato è uno strappo – si cala dentro parole come lama, tagliato, disabitato, saetta, spezzare -; può diventare ferita profonda quando si tratta di raccogliere “gli ultimi ritagli di vita” di persone care, strappo che non si accetta e  porta a ribellarci a Lui, nella stupita constatazione che “l’esperienza non aiuta a sopportare il dolore”  ma diventa “muta insofferenza”.

Il pensiero  si schiera contro “la menzogna che dilaga” in nome di un principio etico che deve sottostare alle azioni ed alle relazioni; un uso delle parole attento, ché le parole possono lasciare “la rosa di piombo sul suo petto”.  C’è la consapevolezza che amore è comunque dolore “più stavi male/più t’innamoravi dell’altro”. E precarietà: “la data del nostro amore/in tavola/sull’etichetta/di un vasetto rosso/. Quel giorno eterno/ c’era già chi/pensava all’inverno: pomodori secchi”. La nostra precarietà esistenziale è fissata in “insetti/che il piede calpesta”, perché “siamo polveri di un gioco insensato/che taglia”.

Oggetti di uso quotidiano acquistano concretezza e spessore nei versi di Matteo Bianchi, rendono più a portata di mano la parola poetica, così due bottiglie di plastica davanti a lui e lei possono umanizzarsi; “un bacio tra due sigarette” ci lascia perplessi sulla sua sincerità; abbiamo incontrato la quotidianità del cappotto, la sciarpa, il plaid, nel momento di lavare i piatti, in una tazza da tè. Nei binari della ferrovia, nella macchina che racchiude e cela  due innamorati.

Gli effetti personali ci definiscono se ci perdiamo, ad essi stessi ci possiamo  aggrappare per ridefinirci, nel continuo alternarsi di stati d’animo, nel tentativo di capire se “l’amore è qualcos’altro”.

Il Diario di un amore, in apertura di Fortissimo, risponde al bisogno di riempire il vuoto – può essere simbolicamente il vuoto della pagina bianca- lasciato da un’assenza: “Mi tiro a lustro per sopperire al vuoto nello specchio…rischiavo di versare troppo sangue e la mia voce non doveva finire al vento”. Vuoto doloroso, ben diverso da quello che è assenza di lei nel quotidiano, quando ci si strugge per tornare a casa, dove lei c’è, dove riprenderanno i giochi amorosi: “Occupare  le ore in cui non sono con te, perché non c’è confronto. L’intensità ieri pomeriggio, quando ti nascondevi sotto la coperta, non me ne sarei più andato”,

Intanto si cerca di “fondere gli ultimi istanti emaciati ai ricordi mai rinnegati”. Nell’abbandono ci si rende conto dell’oro che si è perso: “l’amore in cui si sentiva costretto non era altro che l’oro”, ed il ritorno a casa ora non porta calore ma gelo: “Come è importante ogni gesto di lei, i rientri di ciascuno a casa nel buio saranno ogni volta più gelidi, senza un altro fiato a distrarci”.

Questa prima parte diaristica ha tutta la immediatezza, controllata con grande capacità, di un sentimento che invade, che è vissuto con i suoi momenti magici e le cadute, con il biglietto lasciato da lei sul cuscino. Con una coscienza tardiva di responsabilità,  una ricerca di perdono  sulla “via per Canossa” che “è sempre la più dura”,  e la richiesta di una “ennesima possibilità”, l’illusione di un ritorno.

Il Diario di un amore dice della fragilità dei legami di cuore che non devono mai essere dati per scontati, e su quella di chi scopre di essere innamorato, perché abdica alla lucidità della ragione, e ne è consapevole e ne ha paura, e quasi si scusa di tale onda di piena: “Non si può sostenere un’emozione tanto forte, è oltre”.

Una volta raggiunta la compiutezza di senso, la metà assegnata, la meta del desiderio, si rivela la nostra fragilità. “Si deve chiedere scusa di tanto sentimento?”

Rimane la nostalgia di una figura di donna che è stata “la sua guida verso un sé migliore” , nel riconoscere tuttavia che “le persone a cui ci si affida sono un tenero salto nel buio, ciò che scade e ha la durata più incerta”. La notte intorno può diventare “troppo fitta”.

Fortissimo ha l’autenticità delle emozioni, quella che appartiene alla gioventù, insieme alla purezza che la cover stessa suggerisce e simboleggia, di un bianco che tocchi con grande cura, per non sciuparlo.

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.