21 Giugno 2024
Culture Club

Wokeness e pandemia…

Lo scorso aprile Daniel Hannan ha teorizzato una tregua nelle guerre culturali”, scrive Kristian Niemietz, studioso dell’Institute for Economic Affairs, sul sito Reaction: “Il suo ragionamento era perfettamente logico. Le guerre culturali sono un lusso. Possiamo preoccuparci del ‘wokeness’ quando non abbiamo niente di meglio a cui pensare. Ma nel mezzo di una pandemia, e di una grave crisi economica, dovremmo essere preoccupati dal tasso di disoccupazione e dall’indice del contagio piuttosto che da un’affermazione ritenuta politicamente scorretta.

Purtroppo è successo esattamente il contrario. Dopo poche settimane ci siamo ritrovati nel mezzo di una guerra culturale. Come ha scritto Ed West a inizio agosto, ‘dopo la morte di George Floyd e il periodo di follia che ne è seguito […] la nuova religione del politicamente corretto è diventata dominante; [stiamo vedendo] grandi folle in tutto il mondo inginocchiarsi e praticare dei rituali collettivi come segno di protesta per qualcosa che è avvenuto in una città distante 5 mila miglia’. La quasi completa sottomissione dei conservatori dinanzi a questa vicenda, con le folle che hanno addirittura sfregiato il Cenotafio e preso di mira la statua di Churchill, ha anche confermato la mia sensazione che stiamo perdendo. Se continuiamo a combattere le guerre culturali anche quando l’economia cala del 20 per cento allora significa che questa battaglia è più importante dei temi economici? Ci troviamo di fronte a una situazione in cui l’identità politica delle persone viene definita innanzitutto dal loro collocamento sui temi culturali, con le questioni economiche che hanno un valore secondario? E in questo caso quali sono le conseguenze per coloro che sono soprattutto interessati all’economia? Stiamo insistendo sugli argomenti sbagliati? Gli economisti devono ‘formarsi’ nuovamente, e prendere parte alle guerre culturali?

La mia tesi è questa: dipende tutto da cosa si intende per ‘economia’. E’ vero che le variabili socioeconomiche sono diventate meno utili per capire l’orientamento politico. Conoscere lo stipendio di un individuo, la classe sociale a cui appartiene o l’occupazione non ti consente più di capire il suo orientamento politico. Il suo collocamento su alcuni temi sociali ti dà un’idea molto più accurata. Come ha detto Mark Littlewood nell’ultimo episodio di Live with Littlewood, negli Stati Uniti oggi l’indicatore più accurato per capire se un elettore vota per Trump è il suo rapporto con il World wrestling entertainment (Wwe). Questo potrebbe sembrare sorprendente: ovviamente non è un tema politico. Ma se avete mai assistito al wrestling tutto questo avrà senso. Qualcosa di simile è avvenuto in Gran Bretagna. La tua risposta ad alcune domande come ‘sei a favore della pena di morte’ o ‘credi che i colpevoli di reati sessuali debbano essere frustati in pubblico?’ è un buon indicatore per capire se hai votato o meno per la Brexit, anche se questi temi non hanno nulla a che fare con l’uscita dall’Ue. Tutto questo non significa che la famosa frase di James Carville ‘è l’economia, stupido’ non sia più vera. Le questioni economiche fanno parte della guerra culturale dato che molte persone sostengono certe idee economiche perché appartengono alla propria identità.

Ad esempio Black Lives Matter UK dice nella sua dichiarazione programmatica: ‘Siamo guidati dalla convinzione di volere distruggere il capitalismo”. Certo, lo so: ‘Blm’ è un’etichetta più che una vera e propria organizzazione, e chiunque ha scritto quella frase non rappresenta ogni attivista. Tuttavia, l’intera narrazione di Blm è costruita attorno alla retorica anticapitalista. Loro credono nel mito secondo cui il mondo occidentale si è arricchito attraverso lo sfruttamento dei neri, il colonialismo e la schiavitù e che questa eredità continua a influenzare la distribuzione del potere e della ricchezza nel mondo di oggi. Nella mitologia dei woke il capitalismo è stato costruito sul peccato originale, e verrà per sempre macchiato da esso. Nella loro visione del mondo, l’economia di mercato è indissolubilmente legata al razzismo e questo significa che non puoi essere un vero antirazzista se non sei anche anticapitalista. Tutto questo non è vero. Ovviamente, alcune potenze coloniali europei hanno commesso delle atrocità terribili che nessuno dovrebbe negare, sminuire o respingere. Ma quelle atrocità non sono la ragione per cui il mondo occidentale oggi è più ricco. Inoltre l’eredità del colonialismo non determina gli esiti economici nel mondo di oggi. Avrebbe molto più senso pensare al colonialismo come un progetto elefantesco, attraverso il quale i governi acquisivano prestigio piuttosto che ricchezza. I paesi non diventano ricchi colonizzando il resto del mondo. Diventano ricchi avendo delle istituzioni funzionanti e buone politiche economiche. Ma questa è una storia per un altro giorno…

Il punto chiave è che non puoi separare la guerra culturale dall’economia. La tesi secondo cui il capitalismo è un sistema ‘razzista’, che deve essere sovvertito, è essenzialmente una tesi economica. Blm è solo un esempio ma lo stesso vale per Extinction Rebellion, un movimento costruito attorno all’idea che il ‘capitalismo’ sta distruggendo il pianeta e che l’unico modo per salvare il mondo è sovvertire l’economia di mercato. Quindi no, la guerra culturale non prenderà il posto dell’economia perché la guerra culturale ha una forte componente economica. I guerrieri culturali magari non saranno affascinati dalle previsioni dell’Office for Budget Responsibility (Obr) o ai modelli dell’Institute for Fiscal Studies (Ifs). Ma sono chiaramente interessati al grande disegno. Sono chiaramente interessati alle questioni sistemiche e, soprattutto, alla nostra appartenenza al modello capitalista e alle sue possibili alternative. Questa è l’economia. E’ il sistema economico complessivo, stupido”.

(Traduzione di Gregorio Sorgi)