di - 7 maggio 2018

La postverità ci domina

Dopo l’ideologia cosa resta della menzogna?
Maurizio Ferraris descrive la rilevanza del fenomeno della postverità. Essa è un «oggetto sociale». In questo suo Postverità e altri enigmi (Einaudi, Torino, 2017) tale fenomeno sociale si manifesta principalmente nel web. E si esercita in materie di pubblico interesse. Infine, la postverità poggia su un canale preciso: l’umanità. L’interesse che questo artefatto concettuale ha per Ferraris è di tipo strettamente teorico. La postverità, infatti, ci aiuta a cogliere l’essenza politica della nostra epoca. Il bisnonno della postverità è Nietzsche. Inoltre la postverità ci aiuta a chiarire molti enigmi (cominciando da ciò che intendiamo per verità). Chiaramente Ferraris è costretto a inquadrare questo fenomeno (e tutto il suo discorso) in un contesto sia storico che teorico. E deve farlo perché la postverità è un fatto sia attuale ma anche antico – nelle sue origini: inoltre essa si manifesta anche come algoritmo concettuale.

Storicamente parlando l’antefatto della postverità è il postmodernismo. Infatti oggi la postverità non è altro che la diffusione del postmodernismo al di fuori delle aule universitarie e delle biblioteche. Ma il discorso ferrarisiano si fa anche teorico: definire la postverità è anche definire la verità. La conseguenza filosofica di questo fenomeno è l’assolutizzazione della ragione del più forte. Ovvero un’idea di Nietzsche ma anche di Trasimaco. Si tratta dunque di un fenomeno importante. Ed esso è importante perché non solo definisce la verità per negazione, ma anche perché nella storia della filosofia compare in maniere difformi e antitetiche in diversi periodi. Del postmodernismo Ferraris salva solo Derrida. E in questo senso: lo rende Nuovo Realista. Quindi la giunzione fra postmodernismo e Nuovo realismo (relativamente al problema della postverità) è Derrida, ovvero la filosofia di Derrida. Nulla, dice il filosofo di Torino, avrei potuto scrivere sulla postverità se non avessi appreso la lezione di Derrida. Ma a questo punto il nostro autore si trova davanti: due fenomeni (la verità e la postverità) e un contesto teorico (il decostruzionismo) oltre che una ricaduta storica (Nietzsche). Insomma la postverità viene dal mondo della filosofia e si infrange, oggi, nelle pagine coralline e multidisciplinari (oltre che multitasking) del web.

Questo fatto filosofico della postverità non è immediatamente un fatto politico e non è nemmeno un fenomeno sociale. La postverità non è altro che la popolarizzazione del principio- cardine del postmodernismo: «Non ci sono fatti, solo interpretazioni». Ma chi sono questi nuovi postveritieri? Che cosa fanno? Cosa dicono? Chi li conosce? Dove si nascondono? Perché non dicono la verità? Mentono? Che fanno? Cosa fanno?

Intanto Ferraris inaugura il suo discorso introducendo quattro fasi storiche. Nell’Ottocento si scopre che la verità è un’illusione. All’inizio dell’Ottocento: la verità si istituzionalizza come autorità. Poi, nella sua terza fase, la verità si liberalizza. E, l’ultima fase è quella che riguarda i nostri giorni: c’è la polarizzazione delle idee postmoderniste e quindi la nascita della demagogia e della postverità. Il medium, per questi due fenomeni è l’influenza dei social media sulle nostre vite.

Gianni Vattimo, il grande filosofo di Torino che ha aperto la strada al pensiero debole, ha detto e scritto: «Addio alla verità». Inizia da questo momento in poi l’operazione di decostruzione della postverità contemporanea (che, poi, alla fine è demagogica) di Ferraris. Egli infatti ha un ariete – per capire fenomeni politici come Trump, Renzi e Grillo ma anche Zuckeberg e Assange – e questo ariete è Derrida. Le vie del postmodernismo (nato da un’intuizione di Lyotard nel 1979) sono strambe ma, a loro modo, anche coerenti. Basta prendere come esempio la parabola politica e filosofica di Massimo Cacciari. Questi autori (peraltro molto rinomati) propongono l’utilizzo di classici come Nietzsche e Heidegger che sono stati autori mattoidi e isolati e, nello stesso tempo, prendono idee (possiamo dirlo, siamo tutti adulti) di destra e le portano a sinistra. Questi autori sono utili: e sono utili anche al Nuovo Realismo. Perché? Perché in filosofia nulla nasce per caso, e infatti il movimento fondato da me e Ferraris non è altro, a suo modo, che la prosecuzione delle idee postmoderniste (anche di Jünger se lo volete sapere!) utilizzate in un’altra ottica. Completamente nuova. In fondo anche il postmodernismo era la continuazione delle ideologie degli anni di piombo e della gramsciana egemonia del PCI sulla politica italiana. In quegli anni la filosofia (italiana ma soprattutto europea) era divisa fra analitici e continentali. Foucault, Derrida, Lacan e Althusser erano continentali e continentale era Lyotard con il suo La condizione postmoderna.

In Italia trionfava Benedetto Croce e l’idealismo classico con qualche residuo gentiliano. Minacciosa si ergeva la figura, austera e piena di dubbi, di Norberto Bobbio. In fondo noi realisti ci riallacciamo a Bobbio passando per Vattimo, Cacciari e finendo per difendere oggi le posizioni del playboy Diego Fusaro. Ferraris introduce la «fallacia trascendentale»: Bruno Latour sostenne che Ramsete II non poteva morire di tubercolosi (ontologia) perché i bacilli della tubercolosi furono isolati da Koch solo nel 1882 (epistemologia). Questa fallacia è solo una confusione. E questa confusione apre al liberismo. Che va detto, una volta per tutte: è una dottrina economica come tante altre e non è un sistema politico, e neppure una forma di governo: è una teoria come quelle di Keynes sullo stato dell’economia.

Fa più caldo in Fahrenheit o in Celsius? Afferma la verità (o la postverità) il Mago Otelma o Natuzza Evolo di Paravati? Ma tutte queste fallacie si racchiudono in una sola: perché usare (da parte dei postmodernisti) cose/elementi/argomenti considerati superati/conservatori/non lineari per esporre biopoliticamente sistemi di pensiero marxisti (aperti al progresso)? È qui la radice della postverità! Benvenuti dunque nella postverità: qui il Signor McDonald’s non vende panini e Roberto Cavalli fa gli hamburger. Io vi offro la felicità al quadrato: benvenuti in Costa Crociere. Io vi offro la felicità al quadrato.

Ma cosa c’è di nuovo in questo Nuovo Realismo? E cosa c’è di nuovo nella postverità? Da questo momento in poi non parla Ferraris, parlo io.

Il precursore della postverità in Italia è stato Silvio Berlusconi. Dobbiamo chiederci: la postverità si esaurisce nella bugia? Oppure essa vuole andare oltre la verità? Oppure vuole recarsi oltre la verità in una zona metafisica, nella quale verità e bugia si confondono? O nella zona liminare nella quale la verità, come direbbe Cacciari, ha inizio? E se questa zona liminare fosse la Grande Esplosione dalla quale Tutto ha avuto inizio: il cosiddetto Big Bang? E se la postverità fosse un’esplosione?

Facciamo un esempio scemo. La televisione afferma di sapere tutto dell’ultima amante di Matteo Renzi. Tutti i particolari. Tutto quanto: quante volte hanno fatto l’amore, dove e con chi si trovava Renzi quella sera. Una verità esplosiva! Benvenuti nel Regno della Bellezza. Nel regno in cui Belen Rodriguez non solo è bella, ma legge Proust in un laghetto con Nanni Moretti. La verità come si sa è parente stretta della bellezza. Sono le due cose, insieme alla giustizia, per cui vale la pena vivere. La verità serve a scoprire chi è l’amante di Renzi ma anche a dirlo a D’Alema.

Ma noi persone perbene e civili – vedi il caso Hollande – sappiamo che non è bello farsi gli affari degli altri. Meno che mai gli affari di Renzi. A questo punto la postverità è il mix fra l’esplosione della verità e l’esplosione e quindi è una verità che sta per esplodere. Trump, Renzi, Mattarella, Macron. Una postverità che esplode solo molto tempo dopo: quando tutte le vacche diventano grigie e quando dopo aprile viene maggio sotto i portici a casaccio, in generale queste cinque stelle. Si, queste cinque stelle: M5S. Ma questo mondo del M5S che mondo è? E’ un mondo di tweet, di post e qui mi riallaccio a Ferraris. Il fondatore del Nuovo Realismo è in vena di scherzare… Una mozzarella che passa per una fake-news diventa una bufala. Chi opera nel mondo della felicità al quadrato (Shakira) opera nel mondo che produce la postverità. Egli dà poca importanza al mondo esterno e molta alle proprie private convinzioni. Questo è il regno dei mitomani. Per esempio: io dico alla mia fidanzata: «Ho conosciuto il segretario Martina». Mia madre mi dice: «Sei uno che si vanta?». E io le rispondo: «No. L’ho conosciuto davvero. Era a Reggio per un congresso». E mia madre: «Ma cosa centri tu con i congressi del PD?». Ed io: «Mi ha invitato il Ministro Orlando». Se dico questo: sono un mitomane. Ma la postverità mira a emancipare i mitomani. Grazie alla postverità il mitomane diventa un eroe. Qualcosa è mio solo perché è stato postato. Viva i mitomani che hanno fatto l’amore con Angiolina Jolie. Post, tweet, Istagram, Whats-up, like e dislike. Tutto naviga nella Rete delle bugie dove anche Monica Bellucci finisce per essere la donna amata da Emanuele Severino. In un’estasi di ripetizione e differenza nella quale non ci sono più post e nemmeno più posti delle fragole. Ma solo una verità di altro tipo: un trucco, un rimmell, un ombretto, un fard. È il regno del sexy, del vedo e non vedo, dico e non dico, sento e non sento, digito e non digito: sono le estasi non di Pamela Anderson ma delle Veline, delle Letterine e delle Cretine.

E allora? Allora, tutti la domenica sera – nel nome della postverità – non da «Armani» o «Trussardi» ma da Vincenzo Salemme e a fare gli acquisti da «Kiko».