15 Luglio 2024
Sun

Arturo Belluardo, Ballata per la sirena, Giulio Perrone Editore 2022, pag. 256, € 20,00

Un romanzo che suscita reazioni forti ad ogni passaggio, a cominciare dalla cella mortuaria in cui un figlio si chiude per sottrarne il corpo della madre, nottetempo, dopo aver drogato un vecchio custode, dopo avere sfigurato su strada uno sfortunato che passava di lì.

Crudele, feroce, razzista, si bea delle parole di un Ministro degli Interni che “decreta la fine dei taxi del mare, delle navi delle cosiddette Organizzazioni non Governative che aiutano l’immigrazione clandestina, che trasportano illegalmente neri da una sponda all’altra del Mediterraneo fingendo di soccorrere i naufraghi”.

Un avvocato spietato, che disprezza la miseria, che distoglie gli occhi dalle brutture, che ha disgusto per la sporcizia e l’abbandono in cui si trova proiettato, che è abituato al lusso volgare delle compagne. Ma è solo. E la madre, prima di morire, gli ha chiesto di riportarla la suo mare.

Il linguaggio alterna la bellezza alla violenza, torna frequente il richiamo del sesso senza una parvenza di amore, in una ricerca carnale ossessiva.

L’odissea del figlio che ha un obbligo morale di fronte alla madre – che è stata una sirena pescata nel mare intorno ad Ortigia, con tanto di coda luccicante- diventa un viaggio surreale, che assume i toni di un umorismo macabro, dissacrante.

Salvo poi offrire un approdo continuo al mondo della letteratura e del mito -non si può pensare alla Sicilia senza l’abbraccio del mito greco- e allora il respiro si distende, ed anche le prodezze sessuali così ingigantite sfumano nel ricordo dionisiaco delle falloforie, come inno alla vita ed alla fertilità

Quando ci si abbandona ormai alla dimensione della fantasia e del sogno e magari il pensiero corre alle varie sirene della letteratura, a cominciare da quelle di Ulisse, e sentiamo un ritmo che cresce: in fondo al mar, di disneysiana memoria; quando si accetta l’incontro dell’avvocato con una sirena vera e il suo stesso diventare creatura di mare, in una metamorfosi ovidiana -divenuto creatura che respira mare e agita la sua bella coda- allora si assiste alla trasformazione interiore, quasi l’acqua di quel mare di cui egli  stesso  è figlio sia servita da bagno lustrale, purificandolo da tutti i suoi delitti.

Così affonda la sua vita di uomo non felice, non amato, non ebbro, e lui si  ritrova libero, un uomo nuovo.

Ora lo sguardo si fa attento alla brutture vere, a quelle coste cementificate illegalmente, a quella folla di ossa spolpate, a quel deposito senza fine di immondizie in fondo al mare, a quei morti che galleggiano, di giovani, di madri, di bambini.

Ora lui sente tutta la violenza delle parole di un ministro “coglione” quello “che prima gli Italiani”, quando l’ennesima barca gli si inabissa vicina con la prora in giù – torna alla mente l’inabissarsi dantesco di Ulisse; l’unica speranza è quella di salvare una bambina piccola, di cui raccoglie un gemito.

La sirena che lo ha guidato a seppellire la madre non può fare niente per impedire il male, può solo cantare il dolore, Natura che osserva e non può intervenire sul destino degli umani.

Il valore simbolico, metaforico, del romanzo – il ritorno alla propria terra madre, madre amata e dura che non ha saputo tenere i propri figli- e la condanna di tutto il male di cui l’uomo è capace, spinto dalla avidità, dall’egoismo, dal consumismo, dall’indifferenza, dall’odio razzista, dalla ricerca del potere a qualunque prezzo- si chiariscono sempre di più in un romanzo che non risparmia stupore.

Il linguaggio scurrile, cattivo, è quello della rabbia, del rancore di chi si sente tradito. Ogni amplesso simbolicamente diventa quello con la propria terra, con la propria madre: “Mi lascio andare all’amplesso con questa creatura pura e imbecille, stupida in fondo, stupida come lo sono tutte le storie che narriamo, che ci narriamo. Ci inventiamo le donne, i cavalieri, le armi, gli amori, per girare il viso dall’altra parte. Per non entrare a muso duro nella realtà, per definire con muri trumpiani la nostra zona sentimentale di conforto. Voliamo nei miti, nei romanzi, nelle sirene, nel significato del loro canto, per non scoprire quanto siamo stronzi”.

Emerge chiara la funzione della scrittura, che può inventare, creare, raccontare, descrivere, ma soprattutto è libertà.

 

 

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.