23 Febbraio 2024
Sun

AA.VV, The Passenger. Paesi baltici. Per esploratori del mondo. Iperborea 2023, pag. 192, € 22,00

Al momento dell’attacco russo all’Ucraina e col perdurare della guerra, si sono debitamente preoccupati i cosiddetti “paesi baltici”, che hanno ottenuto l’indipendenza dall’ex Unione sovietica nel 1991, hanno la Russia sui propri confini e una presenza di russofoni sul territorio di tutti e tre, Estonia, Lettonia e Lituania. Questa presenza crea un problema interno che potrebbe diventare un pericolo per i tre stati, i quali cercano di rafforzare sempre più la propria identità culturale e vogliono essere considerati cosmopoliti e occidentali, e non accomunati alla Russia.

Sono diversi tra loro, ma hanno assunto una posizione comune riguardo al conflitto in Ucraina, consapevoli di che cosa significa essere aggrediti e occupati, e si sono attivati per accogliere i rifugiati e integrarli.

Anche se ogni stato ha la sua lingua, la presenza dei russofoni è alta perché il russo è stata la lingua insegnata nelle scuole fino all’indipendenza.

Con debiti pubblici tra i più bassi d’Europa, i paesi baltici hanno fatto il loro ingresso nella UE e nella Nato nel 2004, e attirano gli investimenti stranieri più vistosi.

“Guardiamo all’Europa – ammette lo scrittore lettone Janisa Jonevs, ma non ce la facciamo proprio a non amare la cultura russa… prima eravamo tutti cittadini dell’Unione Sovietica. Adesso saremo tutti cittadini lettoni? Non così in fretta. Il nostro governo aveva paura che concedendo la cittadinanza a tutti, l’avrebbero presa anche quelli che ci avrebbero voluti ancora parte della Russia. Quindi solo le persone i cui antenati risiedevano in Lettonia prima del 1940, hanno ricevuto la cittadinanza. Gli altri hanno ricevuto passaporti da non cittadini […] che godono di tutta la protezione e del sostegno dello stato, ma non possono partecipare alle elezioni”.

L’integrazione non è facile, anche se ci si incontra per studio o lavoro. E il problema della lingua rimane fondamentale e divisorio: se nelle scuole si studia il lettone, i nazionalisti russi parlano di oppressione della loro madrelingua.

Lo studio della propria lingua è una caratteristica dei Lituani; la bellezza dei cori contraddistingue la Lettonia che fissano la vita e la storia nei componimenti poetici, le dainas; gli estoni conservano di sé una visione romantica di popolo ugrofinnico dei boschi, anche se li sfruttano in maniera troppo intensiva. Hanno lingua, cultura a tradizioni diverse, che vogliono tenacemente mantenere,  ma sono stati uniti dagli eventi drammatici del secolo scorso.

La Lituania, che  ha solo tre milioni di abitanti, è stata la prima repubblica sovietica a dichiarare la propria indipendenza; più vicina delle altre all’Europa centrale e occidentale, si percepisce come baluardo contro le forze esterne.

La Lituania si vanta di essere definita “l’Italia dell’Europa settentrionale” e una teoria diffusa vorrebbe i lituani discendenti da Palemone, un congiunto di Nerone; comunque nel XVI secolo ci fu davvero una iniezione di cultura italiana da parte di Bona Sforza, moglie del granduca di Lituania. Il lituano è una lingua conservativa e arcaica, che bene rivendica la sua identità, resistendo ad ogni tentativo di mutamento.

L’Estonia guarda a nord, per i suoi legami con la Finlandia, e le motonavi vanno avanti e indietro tra Tallin e Helsinki: è quella che ha introdotto per prima la corona al posto del rublo, è il paese delle startup e dove c’è il wifi anche nella foresta. Già alla fine degli anni ’90 tutti gli adulti possedevano un cellulare, skipe è stato messo a punto in Estonia dove c’è un processo di formazione digitale continuo per tutti i cittadini.

La Lettonia sta nel mezzo, ma riesce a distinguersi in grandi eventi culturali, per la produzione di strumenti tecnologici di ultima generazione, per la pallacanestro e l’hockey sul ghiaccio, il suo sport nazionale.

Per la loro eccezionale educazione musicale, tutti e tre gli stati vantano una incredibile quantità di compositori, musicisti e direttori d’orchestra famosi, e il Festival della canzone e della danza, che si tiene ogni quattro anni, è incluso dall’Unesco nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità.

Paesi da scoprire, questi piccoli che si affacciano sul Baltico, con il fascino degli specchi d’acqua che diventano strade ghiacciate d’inverno, con il silenzio, la vegetazione e i colori delle torbiere che si cercano nelle giornate di sole; con la bellezza dei  canti e delle dainas, le poesie di quattro versi che contengono tutta la storia della Lettonia: “un popolo che nel corso della storia era stato a lungo servo di altri, soprattutto dei padroni nobili tedeschi, a anche dei dominatori svedesi e russi, poteva sempre dimostrare di avere avuto la sua voce, e che questa aveva un timbro originale e distintivo: “Madre della guerra, vai/ porta via la tua guerra:/ieri, oggi hai ammazzato/i miei bianche fratelli”.

La domanda che corre tra la gente dei paesi baltici dal 2014, dalla prima aggressione russa in Ucraina, è sempre la stessa: e se succedesse anche a noi? Se l’imperatore volesse proteggere la minoranza russa anche qui? Se qui ci fossero dei russi intenzionati a creare il loro Donbass?

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.