20 Giugno 2024
Movie

“La quattordicesima domenica del tempo ordinario” (P. Avati, ITA 2023)

Il titolo dell’ultimo film dell’85 enne Pupi Avati si riferisce, forse è ben noto, ma non per me, alla divisione del calendario delle liturgia cattolica: quattordicesima è la domenica che segue la Quaresima e che Avati ha spiegato in un’intervista essere stata quella in cui si è sposato nel lontano 1964. Ed è anche il titolo di una canzone del gruppo Leggenda (si veda sotto la trama del film). Una storia ben costruita questa del veterano del nostro cinema, uno di quegli artisti (ancora una volta supportato dal fratello minore Antonio, sceneggiatore e produttore) che un tempo si definivano nei manuali o nei dizionari della settima arte “ottimo artigiano della macchina da presa”. Come Francesco De Sanctis distingueva i poeti dagli artisti, nella sua meravigliosa storia della letteratura italiana. Avati è qualcosa di piû di un artigiano, ma non è nemmeno un poeta. È un bravo professionista e artista, sincero, non geniale ma serio, un po’ ripetitivo e forse troppo autobiografico, ma che anche con questo film riesce a cavar fuori qualche emozione dallo spettatore. E non è poco.

Si tratta  di ricordi di Bologna, la sua città, dagli anni ‘70 del secolo scorso, fino sostanzialmente al presente ed è la storia di un gruppo di persone, di amici, e di due coniugi che si perdono e si ritrovano. Al centro dell’intreccio, Marzio (Gabriele Lavia) e Samuele (Massimo Lopez). Erano stati da ragazzi amici stretti, musicisti per diletto e poi anche con qualche ambizione, sin dal nome che si erano dati come duo, I Leggenda. C’è poi Sandra (da adulta Edvige Fenech), che desiderava fare sfilate di moda. Marzio la sposerá, anni dopo, e Samuele in chiesa suonerà, chissà se contento di farlo, l’organo. La vicenda poi si riallaccia nel film molti decenni dopo, in tutt’altro e piû destrutturato  contesto, con le vite de e tra i tre che sono andate avanti, con minore o maggiore successo materiale, maggiore o minore felicità interiore. I sogni delle hit parade di Lelio Luttazzi sono stati da presto gigli infranti e Marzio si è sostanzialmente arenato nei suoi progetti di vita intestardendosi a fare musica. Ora pure da anziano si rivolge all’amico di un tempo, diventato un pezzo grosso della finanza, proponendogli tra nostalgia e scarso senso della realtà, la ricostituzione del duo. Ma una tragedia incombe su Samuele e la sua morte farà incontrare di nuovo dopo tanto tempo Marzio e Sandra, il cui matrimonio era finito precocemente.

Riflessione sul fallimento e sulla incapacità di rassegnarsi di fronte ad esso anche in vecchiaia riproponendone per certi versi le cause, ma anche sulle insospettate opportunità e anche sull’amore in vecchiaia e sulla possibilità di ritrovarsi e recuperare una armonia con chi si pensa di avere ormai perduto. Il film è bene interpretato, non solo dagli attori già menzionati, tra i quali spicca una intensa e ancora bella Fenech, ma anche da Cesare Bocci nel ruolo del padre di Marzio. Piuttosto inquietante sul piano estetico l’apparizione di Sidney Rome (madre di Sandra).

Giovanni A. Cecconi

Professore di storia romana e di altri insegnamenti di antichistica all'università di Firenze. Da sempre appassionato di cinema, è da molti anni attivo come blogger su alleo.it per recensioni, riflessioni, schede informative, e ricordi di attori e registi. È stato collaboratore di Agenzia Radicale online e di Blog Taormina. Ama il calcio, si occupa di politica e gioca a scacchi, praticati (un tempo lontano) a livello agonistico, col titolo di Maestro FIDE.