di - 1 novembre 2017

“Nico 1988” (S. Nicchiarelli, ITA-BEL 2017)

Doveva aver voglia di emergere, a poco più di quindici anni e non molto tempo dopo un terribile episodio di violenza subito da un soldato americano, condannato a morte per questo. Aveva voglia di dimenticare forse anche la guerra, che a sei-sette anni di età conobbe. Fu il cinema italiano il primo a darle qualche spazio, con un piccolo ruolo ne La tempesta di Lattuada (1958); Fellini la ospitò in una apparizione ne La dolce vita e se non si ricorda male lì era chiamata per errore con la doppia C, Nicco. Durante le riprese conobbe Alain Delon, dal quale ebbe un figlio (mai riconosciuto dall’attore ma allevato da sua madre) nel 1962. Poi entrò nei giri dell’arte pop newyorkese, e ancora divenne la voce femminile dei Velvet Underground ma, attenzione, in un unico e primo disco non a caso intitolato The Velvet Underground and Nico, ai quali il suo timbro profondissimo, quasi oracolare, donò indimenticabili performances in pezzi straordinari come Femme fatale, I’ll Be Your Mirror, All tomorrow’s parties. “Gotica”, è altra aggettivazione spesso ricorrente (assomigliava davvero a come potremmo immaginarci Nerthus, dèa feconda del paganesimo germanico), ma anche trasformarsi in “fata turchina”(R. Bertoncelli, Un sogno americano, 1975, p. 41). Lou Reed ne sarebbe stato geloso e geloso della sua amicizia con Bob Dylan; con John Cale si trovava meglio e mantenne più a lungo rapporti di lavoro. Poco tempo dopo Nico perdutamente si innamorò di Jim Morrison, con il quale il sodalizio fu tanto sentimentale quanto artistico. E di certo quando Nico pubblicò il disco The End e reinterpretò il title-track in June 1, 1974 quella interpretazione era vivificata dal pensiero di qualcuno che non c’era più. Quest’ultimo divino LP era un live, da un concerto guidato da Kevin Ayers, genio misconosciuto, con il quale Nico collaborò e al quale parteciparono anche Cale, Eno, e un giovanissimo Mike Oldfield. Tormentata, depressa («sono salita sino in cima, sono scivolata sino in fondo… il vuoto in entrambi i casi»), eroinomane, alla costante ricerca di amori vitalizzanti, Nico ebbe anche una lunga storia col regista francese Philippe Garrel, dei cui film scrisse alcuni sound-tracks. Ma ci rendiamo conto che richiamare come ci vengono alla mente e alla tastiera del portatile questi frammenti della sua esistenza è del tutto inadeguato a rievocarne appieno la figura sfaccettata. Vale la pena di leggere l’eccellente articolo Nico di Riccardo Bertoncelli (http://www.blowupmagazine.com/cont/nico.asp); Bertoncelli è conosciuto da molti perché attaccato da Guccini ne L’avvelenata: per Bertoncelli, allora imberbe critico coi fiocchi, giustamente Guccini era solo, come è, un modesto cantautore. In questo articolo del 2012 Bertoncelli ricorda una frase di Nico, da lui intervistata quasi ben più di trent’anni prima, negli anni ‘70: “Ricordo il 1946. Tutto desolato, abbattuto. Tutto un mondo in macerie. Come Pompei, come la Grecia antica”. Evidentemente questo tipo di pensieri non lasciarono mai la sua mente sgombra.

Ma veniamo a questo coraggioso Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli (Roma 1975). Per quanto si intravedano qua e là immagini di repertorio, per la Nicchiarelli niente “Musa di Andy Warhol”. L’espressione la abbiamo cliccata tra virgolette su Google e fornisce 50.200 risultati. Si noti che se si digita “Warhol’s Muse” in inglese (Nico e tutte le altre modelle) si arriva a 289.000 risultati. Così tanti che è come se fossero uno zero. Non la chiameremo neppure icona di alcunché. Nico è stata molto di più di questo, come abbiamo in parte già rilevato, e va alla Nicchiarelli il merito di averne cercato altri aspetti più nascosti, o comunque meno noti. Coraggioso, interessante. Anche se proprio la scelta di trattare, anziché la Nico più celebrata, la vicenda umana e professionale dell’ultima fase della vita della grande artista ha probabilmente rappresentato un diaframma con quel pubblico che avrebbe potuto entrare più facilmente in sympatheia se avesse visto la Nico a lui meglio presente. Una difficoltà che la Nicchiarelli non è riuscita a superare, a nostro avviso: ha realizzato con questo film un’opera asciutta e precisa, come si suol dire, ma anche priva di vera densità emotiva. La scelta di Trine Dyrholm (già Orso d’argento a Berlino per La Comune) come protagonista è stata davvero felice? La Dyrholm è brava ma il trucco non la ha resa somigliante a Nico, troppo tondeggiante, quasi paffuta, anche se di una paffutaggine malata, questa Nico postuma essendo priva ad esempio di quella sagomatura data dagli zigomi sporgenti che erano l’elemento più caratterizzante del volto dell’artista, un volto che alla fine della sua vita continuava a essere scavato, un po’ spettrale (si veda in alto una fotografia). Si dirà che sarebbe stato assurdo cercare una sosia. Eppure… La Nicchiarelli, come ha ricordato in alcune interviste, ha lavorato (verrebbe fatto di dire, da ex allieva della Scuola Normale di Pisa qual è stata) sui documenti, e questo lavoro di ricerca è stato fatto con serietà e meticolosità. L’aspetto forse più importante da questo punto di vista è stato il recupero dell’identità tedesca di Christa Paeffgen, il suo vero nome. Era nata a Colonia nel 1938 e bambina assistette alle scioccanti ultime fasi del secondo conflitto mondiale. Un paio di flash-back significativi la ricordano bambina con la madre, mentre osserva da lontano i bombardamenti. Ben messo in luce è il suo rapporto con l’unico figlio Christian Aaron “Ari” come uno dei fattori di sofferenza acuti della vita di Nico, col quale solo piuttosto tardivamente riannodò dei legami. Dopo il 1980, e specialmente tra il 1986 e il 1988, Nico riprese/continuò ad avere una carriera di cantante (diremmo dark), un manager, un suo gruppo. Era una star? Per chi? La regista sottolinea come girasse con un registratore col quale voleva immortalare tutti i suoni che le ricordavano i suoni della guerra, di lei bambina. Le sue attività concertistiche furono in questo ultimo periodo concentrate in Europa, anche quella dell’orbita comunista alla vigilia del crollo del Muro. La scena del suo concerto nell’allora cecoslovacca Praga è nel complesso ben ricostruita, ma la macchina da presa sul pubblico emozionato e danzante durante il concerto con la polizia pronta alla repressione porta a una rappresentazione un po’ forzata e da fiction televisiva. Furono anni nei quali i suoi problemi con la tossicodipendenza riemersero più pesanti che mai, come ben evocato in alcune delle scene meglio riuscite del film: una Nico mutevole, talvolta persino sorridente, ma sostanzialmente infiacchita, incapace di darsi prospettive. Sorprende per certi versi l’affermazione della regista che si tratti de “la storia della donna più bella del mondo che si scopre felice soltanto dopo essersi liberata della sua bellezza” (S. Solinas, cfr. http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/nico-musa-andy-warhol-e-icona-generazione-1435940.html). Non si direbbe da Nico 1988 e dunqque Nico nel 1988 una persona che avesse ritrovato una qualche felicità, al contrario. Morì a Ibiza, la stessa località che aveva visto nascere negli anni Cinquanta la modella e dove aveva preso il suo soprannome grazie a un’idea del fotografo Herbert Tobias. La Nicchiarelli si limita a mostrarla, nei primi momenti del film, mentre esce dall’appartamento dove era in vacanza col figlio salutandolo. In sovraimpressione compare la data: 1988. Non avrebbe fatto più ritorno da quella passeggiata in bicicletta.