12 Aprile 2024
Words

Novità sulle torture a Giulio Regeni

Sul Corriere della Sera Viviana Mazza dà conto delle rivelazioni dell’agenzia stampa tedesca Reuters, che ieri riferivano le dichiarazioni del direttore del dipartimento di Medicina forense del Cairo, Hisham Abdel Hamid, durante una deposizione in Procura. A darne notizia all’agenzia Reuters sono state fonti anonime e il ministero della Giustizia subito dopo è intervenuto a smentirle. I titoli: “’Giulio torturato più volte per sette giorni’”, “Nuove rivelazioni attribuite al dipartimento di medicina forense del Cairo. Smentita del ministero. Fonti della procura: ‘Ferite inflitte in tre serie, a intervalli di 10-14 ore. Era un interrogatorio’”.
Alla pagina seguente un ampio articolo di Fiorenza Sarzanini: “Un nuovo depistaggio per una versione di comodo”, “E l’Italia valuta l’ipotesi di richiamare il team di investigatori”. Per Sarzanini le ultime rivelazioni dal Cairo provano che lo scontro tra apparati egiziani è tutt’altro che sanato: perché la scelta di fornire dettagli sulla data della morte di Giulio Regeni -peraltro già noti dopo l’autopsia svolta a Roma- e poi smentirli dopo appena due ore, mostra l’assenza di una linea comune in Egitto. E soprattutto viene interpretata dalle autorità italiane come l’ennesima provocazione nella ricerca di una versione di comodo che serva a chiudere il caso. Gli esami svolti in Italia fanno ritenere che Regeni sia stato ucciso circa 48 ore prima che il suo cadavere fosse ritrovato, dunque tra il 31 gennaio e il 1 febbraio. La sua cattura risale alla sera del 25 gennaio: quindi è rimasto nelle mani dei suoi aguzzini almeno per cinque giorni. L’équipe medica ha accertato anche che a provocare la morte è stato un colpo alla testa: ciò dimostrerebbe che non è morto per caso, ma si è deciso di ucciderlo probabilmente perché non è stato in grado di fornire le informazioni che pensavano avesse. Gli inquirenti italiani ritengono che la scelta di far ritrovare il suo corpo dovesse servire, nelle intenzioni degli egiziani, a chiudere il caso nella convinzione che i buoni rapporti tra i due Stati avrebbero favorito in accordo su una versione di comodo.
E Fiorenza Sarzanini, in un editoriale in prima sul Corriere della Sera dal titolo “In gioco verità e dignità”, scrive che pretendere la reale ricostruzione dei fatti e conoscere i nomi degli assassini di Regeni “non è una questione che investe esclusivamente i rapporti tra Italia ed Egitto”, è un problema che riguarda il mondo intero, come si è capito dalle dichiarazioni in Gran Bretagna e Usa, allorché hanno mostrato attenzione alle indagini in corso. Entro qualche settimana il nostro Paese potrebbe trovarsi in prima linea nelle operazioni militari in Libia o addirittura assumere il comando della coalizione: il ruolo che gioca l’Egitto è noto -sottolinea Sarzanini- perché il presidente Al Sisi si è schierato “almeno pubblicamente” contro i fondamentalisti dell’Isis e a fianco dell’Occidente. Ma questo non è un motivo sufficiente per pensare che l’Italia possa arretrare rispetto alla richiesta della verità. È opportuno, secondo Sarzanini, “richiamare” il gruppo di investigatori italiani inviati al Cairo: farli rientrare al più presto, perché sarebbe un primo segnale, efficace, per far comprendere che non si può più tergiversare.

La Repubblica se ne occupa alle pagine 6 e 7: “’Torturato per sette giorni’. Giulio, le verità dell’autopsia, ma il Cairo smentisce”, “Il medico legale egiziano: sul corpo ferite inflitte a intervalli di 14 ore. La replica di due ministeri. Gentiloni: vogliamo collaborazione piena”, di Giuliano Foschini.
Da non perdere la descrizione di Carlo Bonini del personaggio Abdel Ghaffar, il ministro dell’Interno: “I depistaggi di Abdel Ghaffar, l’ex uomo forte dei servizi che Al Sisi ha voluto al governo”, “Ha scalato l’intelligence servendo tutti i presidenti. Chi è il capo degli Interni che già nel 2012 accusava la American University di attività sospette”. Le smentite di questi giorni, secondo Bonini, documentano quale infernale scontro di apparati si stia consumando all’interno del Regime. Soprattutto, ripropongono, inconfondibili, le stimmate di Abdel Ghaffar, il ministro dell’Interno, l’uomo che, in questa vicenda, sta giocando un esiziale ruolo di depistaggio e manipolazione. Colui che ha trasformato un’indagine per individuare i responsabili di un omicidio in un’inchiesta sulla vittima dell’omicidio: sul suo lavoro di ricercatore, sul contesto accademico in cui veniva svolto (l’American University del Cairo), sulla sua rete di amicizie, frequentazioni, tali da poter accreditare un calunnioso movente comune (delitto a sfondo omosessuale, o vendetta per fatti di droga). È stato, il ministro Ghaffar, il “key player” nella sequenza delle mosse che, dal primo istante, devono soffocare sul nascere il protagonismo inatteso di Ahmed Nagi, il procuratore di Giza che per primo parla di “evidenti torture” e di “morte lenta”, colui che denuncia la scomparsa del cellulare di Regeni. Ed è il ministro Ghaffar che si rifiuta di incontrare il nostro ambasciatore: quello che confeziona la versione della morte per incidente stradale, lascia filtrare che le immagini delle telecamere “sfortunatamente” non sono disponibili. Ha un conto aperto con l’American University del Cairo. Scelto da Al Sisi nel marzo 2015 come ministro dell’Interno, ha trascorso trent’anni di vita e carriera nella Sicurezza dello Stato, il Servizio segreto di cui, tra il 1977 e il 2012 scala l’intera catena gerarchica fino a diventarne direttore. Nei servizi, Ghaffar “è uomo di tutte le stagioni e servitore di tutti i padroni. Con Mubarak è direttore della divisione antiterrorismo del Cairo e, nel 2011, quando Mubarak viene rovesciato dalla rivolta di piazza Tahrir, diventa vicedirettore di un Servizio cui la rivoluzione ha nel frattempo imposto un cambio di nome (da Sicurezza dello Stato ad Agenzia per la sicurezza nazionale) senza per questo riuscire a modificarne i metodi”. Del servizio diventa direttore nel dicembre del 2011. Nel 2012, da direttore del Servizio, indica al Paese come “nemico interno” l’American University del Cairo, cui Regeni si appoggerà come ricercatore per il suo dottorato. Nel 2012 denuncia l’università americana come “luogo impegnato in attività sospette, potenzialmente in grado di minacciare la sicurezza e la stabilità dell’Egitto”, “mandante di manifestazioni violente che si sono tenute al Cairo” e “sostenitrice morale, finanziaria e intellettuale dell’agenda di Paesi stranieri”.

Su Il Fatto Quotidiano, pagina 2: “’Torturato per 7 giorni, interrogato ogni 10 ore’”, “La Reuters riporta le dichiarazioni del medico legale che ha fatto l’autopsia sul corpo del ricercatore ritrovato un mese fa. Ma le autorità smentiscono”, scrive Valeria Pacelli. E a pagina 3, con foto di Renzi: “Solito ritornello: ‘Ora il Cairo dica la verità’”. A pagina 13 l’analisi di Guido Rampoldi: “La verità su Regeni, prime crepe su Al-Sisi”. “Che magistrati egiziani -sottolinea Rampoldi- sia pure protetti dall’anonimato, osino raccontare la verità negata da un regime che ammazza per molto meno, questa è una notizia da non poco. A quanto pare il vertice egiziano sta perdendo presa sul suo nemico, non tanto i Fratelli musulmani quanto la società civile”.