21 Giugno 2024
Words

I lavori che gli italiani non volevano fare

Ci furono gli anni della solfa sui “lavori che gli italiani non vogliono più fare”. Era il sottoprodotto delle nenie sulla “società del terziario” che avrebbe espulso il lavoro manuale dal novero delle attività più diffuse. Una serie di “bolle” aggiustate ad arte fece il resto: il boom artificiale delle società dot.com (e chi lavora nella nostra Polizia Postale sa quanto ci sia di truffa nelle vendite on line), la bolla finanziaria successiva dei titoli tecnologici. Insomma, l’ideologia di massa fu portata a elaborare il mito della fine del lavoro, del lavoro produttivo, quello con le mani che si connettono direttamente al cervello. Come accadeva a Michelangelo, Leonardo da Vinci o a mio padre, bravissimo sarto.

Non era vero, naturalmente, che ci fossero dei lavori che gli italiani “non vogliono più fare” in attesa di essere chiamati a Harvard a insegnare matematica. Il fatto è che il lavoro delle braccia, come viene definito ne L’Internazionale, se ne stava andando in Cina, in India o in altri Paesi allora terzi.

Era un caso di dumping sociale: invece di vendere sottocosto le loro esportazioni, che non erano ancora rilevanti, la Cina e gli altri Paesi in fase di crescita aspiravano intere imprese occidentali e le riallocavano, con le buone, sul loro territorio. Se non si può fare accumulazione primitiva dei capitali, che non ci sono, allora si accumulano capitalisti, attirati dal un costo della manodopera imbattibile e da una legislazione più che permissiva. Bastava pagare il pizzo al Partito e tutto andava a posto.

Intanto, gli occidentali si baloccavano con scemenze come la “società della conoscenza”, il “terziario avanzato”, oppure la robotizzazione che, già allora, distruggeva i posti di lavoro non solo degli operai, ma anche del ceto medio.

La crisi economica ha fatto giustizia di queste idiozie.

 

La nuova organizzazione imprenditoriale della globalizzazione presupponeva quasi una concorrenza alla pari con i Paesi in via di sviluppo, che pagavano gli operai con una tazza di riso e una pedata nel sedere.

Il problema è che, senza mercato interno, le nostre economie non ce la fanno a tirare avanti, e il nuovo sistema prevedeva stipendi bassissimi con il pericoloso contentino dei prestiti al consumo.

Se si va a vedere la curva dei crediti concessi alle famiglie dal 2000 a oggi, salvo i momenti di stretta bancaria, i risultati sono curiosi. È come se le imprese e le banche dicessero: quello che vi manca allo stipendio per vivere decentemente ve lo prestiamo noi, a tassi di mercato.

Ora, almeno in Italia, questa tendenza si sta invertendo, grazie alla crisi che, secondo gli ideogrammi cinesi che la designano, vuol dire sia “rottura” sia “possibilità”. I dati dell’INPS più recenti sono chiari al riguardo: dal 2014 al 2015 gli italiani che fanno il o la colf sono aumentati del 4,23%, con un +13% per i badanti e un +0,3% tra le colf.

Gli stranieri che fanno questi lavori sono diminuiti del 4,16%, per un totale complessivo rispettivamente di 213.931 e di 672.194 lavoratori. I domestici comunque sono in calo in tutta Italia, nazionali o esteri: nel 2015 erano 886.125, il 2,26% in meno dell’anno precedente. Rimane maggioritaria comunque la quota di lavoratori stranieri nel settore, che è oggi del 75,9% del totale. Quasi tutti provengono dall’Europa dell’Est.

Stando sempre ai dati INPS, minatori braccianti e muratori (con contratti regolari) sono ancora in larga maggioranza italiani.

I posti davvero vuoti si trovano oggi nell’industria dell’intrattenimento, quella con la minore regolarità contrattuale (2,5% di posti non attivati) nella formazione, con l’1,1% di posti liberi, la stessa percentuale si ritrova nell’area dell’informazione e comunicazione, un settore che gli italiani vorrebbero magari fare, se sapessero come si fa e, infine, tra il personale tecnico-scientifico, che ha un tasso dell’1% di personale mancante.

Tutti lavori attraenti, ma allora, dove va a finire la storia che gli italiani non vogliono più svolgere mansioni cosiddette umili?

Nei campi, i braccianti censiti sono, ai dati del 2014, per il 64,8% cittadini italiani. Il problema è che i lavoratori stranieri sono più inclini ad accettare poca o nessuna copertura sociale e assicurativa, mentre è più difficile farlo con gli italiani “nativi”. Ecco a dove porta l’errore strategico di aver consegnato una buona fetta della nostra manifattura ai nostri futuri concorrenti globali. Si doveva liberalizzare una parte dei contratti di lavoro, poi evitare di espandere all’infinito l’Unione Europea a Est, infine si doveva gestire una politica dell’immigrazione ben più restrittiva di quella attuale.

Ma i politicanti vedono solo oltre il loro naso, anche se Pinocchio ci ha insegnato che ai bugiardi il naso si allunga.